Il fascismo “distratto” di una destra senza riferimenti culturali

 

OLTRE I CASI DURIGON E DE PASQUALE

  • Nel mondo, il termine fascismo, fascista, ha vita propria, scarsamente collegata ai fasci nostrani e al regime che ne nacque in Italia.
  • I casi Durigon e De Pasquale, due notizie di cronaca che a prima vista nulla hanno comune ci aiutano a interrogarci sul rapporto che la politica e la cultura hanno oggi con il fascismo.
  • Con Berlusconi la destra non era più relegata nel torbido mondo, ma era il torbido mondo a occupare il palazzo. Avendo riferimenti culturali scarsi e incerti a quel mondo capita di far propri distrattamente i rituali del fascismo.

Due notizie di cronaca che a prima vista nulla hanno comune ci aiutano a interrogarci sul rapporto che la politica e la cultura hanno oggi con il fascismo.

Nel mondo, il termine fascismo, fascista, ha vita propria, scarsamente collegata ai fasci nostrani e al regime che ne nacque in Italia. È divenuto termine universale, a indicare violenza radicale, incoltura, intolleranza (he is a fascist!), mentre per vie ancor più tortuose oggi nel discorso politico americano gruppi violenti radicali di sinistra sono definiti “antifa”. Strana storia.

Anche da noi, in patria, capita che gruppi estremisti o teppisti antivax si adornino di croci celtiche e facciano il saluto romano. E però da noi l’universo semantico del termine fascista copre spazi più ben ampi, irrisolti, che disorientano la nostra democrazia.

La cronaca dunque ci informa che un sottosegretario della Lega assai vicino al segretario Salvini, Claudio Durigon, è stato costretto alle dimissioni per avere proposto che un parco della sua città, Latina, da non molto intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, riprendesse il vecchio nome di parco Mussolini, inteso come Arnaldo, fratello di Benito.

Gaffe penosa quella di Durigon, che ha fatto scandalo, ma è pur vero che per decenni nessuno aveva avuto da dire su quell’intitolazione mussoliniana.

Intanto, a Roma, ed ecco il secondo episodio, essendo andato in pensione il soprintendente dell’Archivio centrale dello stato, il ministro ha nominato Andrea De Pasquale, l’attuale direttore della Biblioteca nazionale romana. Anche lui è inciampato sul fascismo.

Nell’acquistare alla biblioteca l’archivio di un esponente post, neo e iperfascista, Pino Rauti, forse riproducendo il curriculum fornito dai familiari (la figlia Isabella è senatrice di Fratelli d’Italia) lo ha definito statista e pensatore, etc etc., senza dissociazione, né monito pedagogico. Altro scandalo.

DUE FATTI DI CRONACA

Delle dimissioni di Durigon nessuno si è doluto. Sul suo conto Domani ha documentato gli intrecci politico-elettorali con un sottobosco contiguo alla criminalità mafiosa. Giochi di palazzo, di scarso rilievo.

C’è invece chi si è doluto della nomina di De Pasquale, non solo perché la sua gestione non ha mai soddisfatto gli utenti, ma soprattutto perché non è un archivista. Segnale tra i tanti, troppi, di quanto gli archivi, e con essi la ricerca storica, siano sistematicamente trascurati dai vari ministri (che poi da sette anni sono sempre la stessa persona, Dario Franceschini, con un time out di un anno).

In questo caso, sono seguite dimissioni di protesta, e un gruppo di intellettuali variamente illustrissimi ha sottoscritto un appello, pubblicato da Domani, chiedendo illico et immediate le dimissioni del neo-sovrintendente.

I firmatari non hanno lesinato i superlativi nel ribadire l’altissimo valore della storia patria custodita all’Archivio centrale, tale da non consentire simili distrazioni, e soprattutto hanno espresso solidarietà alle vittime della strage di Bologna (Rauti fu rinviato a giudizio per la strage di piazza della Loggia a Brescia, del 1974, venendone poi assolto).

A sua volta, Durigon ha dichiarato «Mi dimetto, ma non sono fascista». Peggio il tacon del buso. Almeno lo fosse fascista, e sapesse di che parla, invece di essere espressione di un leghismo criptofascista, filofascista, non-proprio-fascista.

L’OTTICA DI DE FELICE

Dunque questioni vere – il sottobosco elettorale della Lega e lo stato di abbandono in cui sono lasciati gli archivi – giungono all’attenzione della cronaca perché toccano un nervo scoperto, che segna quanto sia labile il confine tra fascismo e antifascismo.

Quel confine ha una sua storia, risalente almeno a una trentina di anni fa, all’incirca all’epoca della caduta del muro di Berlino. Uno storico, Renzo De Felice, negò allora che l’antifascismo potesse essere l’«ideologia di stato» di una democrazia repubblicana, di una liberaldemocrazia. E ciò perché nell’antifascismo avevano magna pars i comunisti, che democratici non potevano dirsi, nonostante il contributo dato alla fondazione della Repubblica (De Felice stesso, come del resto chi lo intervistava, Giuliano Ferrara, veniva da un retroterra comunista).

Il disagio per un antifascismo “di regime” dai tratti comunisti alimentava atteggiamenti che in mancanza di altri appellativi gli storici chiamano spesso “antiantifascisti”. Nell’ottica di De Felice, si sarebbe dovuto liberare l’antifascismo dall’ipoteca comunista e farne semmai, o rifarne, un movimento liberal-democratico.

L’AVVENTO DEL CAVALIERE

Quando però, di lì a poco, arrivò l’eroe eponimo di quel delicato passaggio, Silvio Berlusconi, le cose andarono diversamente. Berlusconi seppe dar vita a una destra di governo che l’Italia non aveva mai avuto.

Prima di allora, ha scritto un altro storico, Luciano Cafagna, la soluzione di destra era «fuori dal mercato politico: brancolava, come velleità, in un torbido mondo da “borsa nera”, fatto di mezze cospirazioni e mezze figure».

Si disse che Berlusconi l’aveva “sdoganata”. Sdoganare vuol dire passar la frontiera con armi e bagagli, senza pagare dazio. E così fece Berlusconi prendendo tutti a bordo, senza ispezioni alle frontiere. Dichiarò che Gianfranco Fini – che a quell’epoca non era ancora andato a Gerusalemme né aveva dichiarato il fascismo «male assoluto» – rappresentava bene i valori del blocco moderato, «il libero mercato, la libera iniziativa, la libertà d’impresa. Insomma, il liberismo».

Seguirono tante altre amenità, che il confino in fondo era una villeggiatura, che non era il caso di festeggiare il 25 aprile, festa di parte, e così via.

LL TORBIDO MONDO AL POTERE

Dietro quella rozzezza c’erano le tante tolleranze, le tante assoluzioni o autoassoluzioni degli italiani. C’era una cultura, una società, che non aveva mai fatto i conti col suo passato. Non c’era stata, ha scritto qualcuno, una «Norimberga italiana».

Da qui una visione benevola, assolutoria, di un fascismo che in fondo aveva fatto cose buone (tra le quali le bonifiche dell’agro pontino) e degli italiani brava gente che lo avevano seguito.

L’equazione si era così rovesciata: la destra non era più relegata nel torbido mondo, ma era il torbido mondo a occupare il palazzo. Avendo riferimenti culturali scarsi e incerti (sovranismo? illiberalismo?) a quel mondo capita di far propri distrattamente i rituali del fascismo.

Insomma in un mondo confuso finiscono col far scandalo non le questioni vere, ma gaffe e incidenti di linguaggio che non possono essere perdonati, perché fanno intravedere abissi irrisolti del passato.

 

 

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