Il doppio scenario venezuelano

di Stefano Folli
Dal Venezuela, Paese allo stremo e sull’orlo della decomposizione, può affiorare di tutto: documenti veri e carte false, veleni e misteri. Può darsi che i Cinque Stelle sapranno essere convincenti nello smentire il finanziamento da Caracas di cui sono sospettati. Anzi, c’è da sperare che lo siano, visto che nel governo esprimono non solo il ministro degli Esteri, ma di fatto anche il presidente del Consiglio, sia pure come indipendente non iscritto. Ed è una curiosa coincidenza che le rivelazioni dello spagnolo ABC siano arrivate nelle stesse ore in cui lo sconquasso nel Movimento spingeva il fondatore Grillo a rompere un lungo silenzio al fine di puntellare Giuseppe Conte, attaccato dall’eterno irrequieto e un po’ velleitario Di Battista.
Un’operazione che potrebbe avere un epilogo non del tutto imprevedibile: Conte si iscrive al Movimento, gli restituisce un certo grado di compattezza in nome, è ovvio, del desiderio di non lasciare il governo e si prepara a guidare i Cinque Stelle, gli stessi che due anni fa si descrivevano come forza anti-sistema, alle prossime elezioni politiche.
Le domande a questo punto sono due. La prima: fino a che punto le carte venezuelane sono in grado di rovesciare qualsiasi schema studiato a tavolino, provocando la destabilizzazione della maggioranza giallo-rossa? La seconda: quanto sono credibili gli scenari che vedono in Conte non già un premier in affanno, dedito a operazioni di immagine e timoroso della crisi economica e sociale che si profila in autunno, bensì il perno intorno al quale ruotano tutti i giochi politici? Ieri “punto di riferimento dei progressisti” (Zingaretti e altri del Pd); oggi potenziale salvatore di un M5S che due anni fa aveva la maggioranza relativa e ancor oggi in Parlamento è di gran lunga il gruppo più numeroso: come tale decisivo nei prossimi passaggi, compresa l’elezione del nuovo presidente della Repubblica nel gennaio 2022.
Il primo quesito ha una risposta logica: se le carte fossero autentiche — e certo non sarà facile chiarirlo — il discredito sarebbe tale da compromettere la stessa permanenza dei 5S al governo. In particolare negli attuali ministeri di primo piano, a cominciare dalla Farnesina. Dettaglio interessante: nel 2018 l’Italia ha avuto un esecutivo 5S-Lega in cui il partito di Salvini è stato sospettato di rapporti opachi e affaristici con la Russia di Putin (sospetti mai cancellati). Oggi il partner grillino, nel frattempo passato a governare con il Pd, finisce nella zona grigia per un dubbio sulle relazioni con il Venezuela di Maduro, Paese ostile agli Stati Uniti, nostro maggiore alleato. Il profilo dell’Italia non ne esce di sicuro rafforzato.
D’altra parte non convince la tesi di un M5S addomesticato dai suoi pasticci internazionali e in virtù di questo disposto ad accettare tutto, compreso il famoso Fondo salva-Stati (Mes). O meglio: i 5S possono sopravvivere come partito ministeriale, ma solo se lo scandalo si rivela un falso. In quel caso, ma solo in quello, il partito di Grillo può mascherare per un po’ la sua crisi continuando a essere il socio acquiescente del Pd. E naturalmente accettando il Mes. Il che porta alla seconda risposta. Conte gioca con la solita astuzia su due tavoli. Il primo è quello istituzionale, nel desiderio nemmeno troppo nascosto di essere il candidato dell’asse Pd-5S al Quirinale. Ma a tal fine gli serve una parvenza di neutralità. Il secondo è quello politico, con l’idea di presentarsi come candidato-leader dei 5S, forte di quel tanto di popolarità guadagnata nei mesi del Covid (e non si sa quanto duratura). È un’idea meno avventurosa e pericolosa dell’altra accarezzata nelle scorse settimane: un “partito del premier” in grado di sottrarre voti a Pd e grillini, collocandosi tra il 10 e il 14 per cento. E come tale intollerabile per le vittime dell’operazione.
D’altra parte, un Conte che rientra nei ranghi del M5S e ne diventa l’alfiere può salvare il governo nel breve termine, evitando lo spappolarsi del Movimento. Ma deve esporsi di più nella strategia di fondo. Che peraltro resta quella di oggi: condurre il Pd e i 5S verso una crescente convergenza, così da ridurre, senza annullarle, le tendenze populiste e mescolarle con il “sì” all’agenda europea in una fusione che punta a conservare l’elettore grillino, sebbene disorientato dai troppi colpi di scena. Resta da capire se il Pd possa accettare un simile itinerario che offre dei vantaggi, ma stempera il profilo “riformista” del centrosinistra e rischia di renderlo non più distinguibile dai 5S.
www.repubblica.it