IL BUIO DOPO L’OCCIDENTE.

Ezio Mauro
Che cosa succede quando il re non crede più nel suo regno? Siamo di fronte all’abiura: pubblicamente, appena varcato l’oceano, l’imperatore attacca il suo storico alleato, eleggendolo a nuovo avversario, e subito dopo stringe un patto d’amicizia con il nemico storico, ma soprattutto rovescia la storia e cambia la geografia del mondo. Nel farlo, scioglie ogni vincolo per i principi, i sudditi, i popoli e i vassalli. Da oggi ognuno bada a se stesso e cura i suoi interessi, l’Alleanza atlantica finisce alle corde, l’Occidente torna a essere una pura espressione geografica: non più un’interpretazione morale della storia, dunque una sua declinazione politica.
Naturalmente il re non rinuncia al trono e alla corona. Semplicemente sposta il fondamento della sua potestà, lo scettro del comando.
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Non più su un’alleanza tra le due sponde dell’Atlantico, tra l’Europa e l’America unite dalla comune esperienza della guerra al nazismo, che ha dato vita a un patto fondato sui valori della libertà difesa insieme dalla pretesa totalitaria che si allungava sul continente e sul mondo. Un patto di salvaguardia democratica proseguito poi con gli stessi attori — Stati Uniti ed Europa Occidentale — uniti negli anni della Guerra fredda contro il tallone di ferro del bolscevismo che occupava l’Europa dell’Est, fino alla caduta del muro di Berlino: che ha innescato la fine dell’Urss e del comunismo fatto Stato a Mosca, per settant’anni il “ nemico ereditario” di questa metà del mondo.
Chi interpretava l’Occidente come la pura risultante di un patto militare, poteva ritenere a quel punto conclusa la sua avventura. Ma la faticosa vittoria novecentesca contro i due totalitarismi, a distanza di quasi mezzo secolo, dimostra che l’Occidente non era una creatura artificiale costruita negli alambicchi difensivi del Novecento, bensì una testimonianza imperfetta, infedele ma testarda di un principio che infine ha prevalso: la democrazia dei diritti, la democrazia delle istituzioni. Unica religione politica superstite, dopo la fine del secolo, la democrazia ci aveva anzi illusi — sbagliando — di poter diventare egemone, al punto che gli Usa pensarono di poterla “esportare”. Un anno dopo lo shock terribile delle Torri gemelle, nel documento sulla strategia nazionale di sicurezza George W. Bush si disse convinto che «l’umanità ha nelle sue mani l’occasione di assicurare il trionfo della libertà sui suoi nemici » , anche se con decisione autonoma e unilaterale assegnava agli Usa il ruolo di guida: «Gli Stati Uniti sono fieri della responsabilità che incombe su di loro di condurre questa importante missione».
Quelle che Trump non riconosce sono queste tre parole del suo predecessore repubblicano: libertà, responsabilità, missione. Il suo esercizio del potere è infatti fuori da ogni vincolo di mandato, esterno o auto-imposto. Il concetto di libertà e di democrazia imporrebbe di non chiudere automaticamente il dossier sulle ingerenze russe nella campagna elettorale soltanto perché Putin assicura che il Cremlino non è sospettabile, e di tenere aperto a ogni incontro il problema della Crimea, perché quell’invasione rappresenta una violazione del diritto internazionale e dell’integrità di uno Stato sovrano. La responsabilità riguarda il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, il legame storico cementato dal rifiuto delle dittature con Europa, Israele e Giappone, la costruzione di quella creatura politico-geografico-culturale di riferimento che era l’area democratica del nostro pianeta. La missione significa la capacità di unire la salvaguardia degli interessi nazionali e materiali degli Stati Uniti con i valori di libertà e democrazia, a cui i presidenti e il Congresso si sono sempre richiamati, pur col rischio dell’infedeltà nella pratica politica corrente.
È questa combinazione che ha conferito la leadership del mondo alla Casa Bianca, non semplicemente la rappresentanza della superpotenza economico- finanziaria e militare. Ed è questo meccanismo che oggi entra in crisi, per la scelta consapevole di Trump di scambiare amici e nemici, liberandosi del peso dell’alleanza con i partner europei, con i soci della Nato, affidando ai rapporti di forza bilaterali la misura della nuova guida del mondo che troverà il suo diverso equilibrio nel rapporto tra Washington, Mosca e Pechino, senza che la nuova America vada troppo per il sottile con il problema dei diritti umani, delle libertà politiche, della libertà di espressione, dei diritti delle minoranze e delle opposizioni.
È un’America sconosciuta, quella che Trump disegna per conquistare il suo secondo mandato: egoista, gelosa, isolazionista, muscolare, smemorata. Dimentica della storia del Dopoguerra, delle obbligazioni reciproche, che non sono tutte traducibili in moneta, ma in vincoli storici, morali, politici. Per riuscirci, ha bisogno che mentre cambia l’America, simmetricamente cambi anche l’Europa, che in buona parte ci sta già pensando da sola. Per questo ha spinto Theresa May a una Brexit più dura e a fare causa alla Ue, e metterà in campo tutte le sue armi per sfasciare la costruzione europea. L’Europa di Trump è politicamente un non- continente con una serie di piccoli Stati impotenti chiusi ognuno negli interessi del proprio sovranismo, pronti a diventare vassalli dei due imperatori di Mosca e di Washington, senza più l’equivoco burocratico di Bruxelles, senza più l’inciampo europeista di Angela Merkel, senza il motore franco-tedesco: con ogni passione europea spenta.
Il guaio è che questa pretesa neo- egemonica incontra per paradosso il peggior spirito dei tempi, anche da noi. L’Europa viene vissuta dai cittadini come un sistema di vincoli di cui non si rintraccia più la legittimità. Diritti e democrazia sono ormai considerati belle parole coniate in un’epoca pre-crisi, quando c’erano risorse da spartire, mentre oggi il risentimento e il disancoramento spingono il cittadino a pensare a se stesso, a rifiutare condivisione, responsabilità, solidarietà. Anche il concetto di libertà cambia nell’era di Trump, non è la piena espansione delle facoltà del cittadino e la piena espressione dei suoi diritti, ma è la libertà da ogni vincolo, da qualsiasi obbligazione, da qualunque legame: una sorta di inedita ego-libertà.
In tutto questo, com’è evidente, la barca italiana trova l’acqua benedetta per galleggiare. Senza rotta, sulla spinta di proclami propagandistici, che però nella loro eco minuscola riecheggiano esattamente questa voce del mondo nuovo. D’altra parte Salvini ha già offerto l’Italia come sede del prossimo vertice tra Putin e Trump, modelli ideali del governo italiano che naviga a vista. Ecco, il rischio è questo, che Trump e Putin diano una cornice, una bussola e una rotta a Conte, Salvini e Di Maio, che ne sono sprovvisti, annettendoli definitivamente al fronte sovranista. Roma, capitale della repubblica sovrana di Visegrad: nel buio dopo l’Occidente.
Fonte: La Repubblica, www.repubblica.it/