I veleni di troppo.

 

L’ inchiesta Consip somiglia sempre più a una cornucopia inesauribile di veleni. L’aspetto più sconcertante, però, è che stavolta i riflettori non si accendono sulle presunte malefatte della nomenklatura politica. Lo spettacolo illumina in primo luogo il comportamento reprensibile di alcuni degli inquirenti: rasoiate verbali che fanno impallidire le risse alle quali ci hanno abituato i partiti. A imporsi sulla scena è un intreccio di accuse infamanti tra pezzi dello Stato: complicità con indagati, falsificazione delle prove, e tentativi di colpire Matteo Renzi quando era presidente del Consiglio. Si leggono dichiarazioni virgolettate che lasciano la sensazione amara di un’irresponsabilità senza argini; e di una situazione che è difficile non definire fuori controllo. Verrebbe da dire: qualcuno ordini a queste persone di fermarsi immediatamente e di tornare nei ranghi. Se non si rendono conto del ruolo delicato che ricoprono, e dell’immagine deteriore che stanno trasmettendo, occorrerebbe richiamarli almeno al rispetto di se stessi. Il problema è che non è chiaro chi sia in grado di farlo in questo momento. Ma così rischia di passare in secondo piano il fatto che a scoprire e denunciare le irregolarità e le distorsioni dell’inchiesta siano stati altri giudici e altri esponenti delle forze dell’ordine.
Il ministro Dario Franceschini parla di fatti «di una gravità istituzionale enorme». Il presidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, usa la parola «complotto». E arriva a ipotizzare che il piano possa avere coinvolto «organi dello Stato, volto a rovesciare istituzioni democraticamente elette… In altri tempi si sarebbe parlato di eversione». Ma la novità è che tutto si svolge sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Lo scontro avviene alla luce di un sole malato: quasi si trattasse di una di quelle trasmissioni tv definite «spazzatura», nelle quali si mettono in piazza le proprie beghe. Di più: le si esagera con dettagli scabrosi, che mirano a scandalizzare per fare audience.

Il problema è che qui i litiganti sono servitori dello Stato, teoricamente chiamati al riserbo e a restare in un cono d’ombra; e che le indagini riguardano il padre di un ex premier, ministri in carica, magistrati, servizi segreti, manager pubblici, e vertici dell’Arma dei carabinieri. Registrare la virulenza di un colloquio tra un procuratore e un ufficiale dei carabinieri su queste inchieste minaccia di gettare discredito su gangli vitali degli apparati dello Stato; e di accomunarli nel giudizio negativo su quella «classe politica» liquidata sempre, a volte sbrigativamente, come quasi unica responsabile di un’Italia inquinata.
Per paradosso, i miasmi delle indagini su Consip, centrale acquisti della Pubblica amministrazione, stanno mostrando almeno alcuni politici nei panni inediti e contraddittori di sospettati e vittime. Tra l’altro, sono tossine che emergono proprio nei giorni in cui, dopo nove anni, a Napoli viene assolto da tutte le accuse l’ex ministro Clemente Mastella. E a Venezia un altro ex ministro viene condannato, Altero Mattioli, ma l’ex sindaco Giorgio Orsoni è scagionato da ogni imputazione. Il segretario del Pd, Renzi, rilancia con forza la tesi che tutta l’inchiesta Consip sia stata messa in piedi per gettargli fango addosso: sebbene non voglia usare la parola «complotto».

Di certo, le ultime rivelazioni puntellano i suoi sospetti. E promettono di indebolire l’intera impalcatura di un lavoro nel quale in realtà ci sono ancora una verità da trovare e punti oscuri da chiarire: dalla fuga di notizie che ha permesso di rimuovere alcune microspie, bruciando di fatto l’inchiesta e dirottando le indagini su personaggi eccellenti; agli intrecci opachi tra cordate di affaristi, tutti da decifrare. Le incognite più inquietanti non riguardano il destino politico e giudiziario degli esponenti politici che sono implicati in questa brutta storia, o ne sono lambiti. Quanto sta succedendo impone domande radicali sulla tenuta dello «Stato profondo» in Italia.
Va chiarito se le prove falsificate e gli scontri tra apparati statali siano un fenomeno circoscritto a poche persone e a qualche scheggia isolata; o se segnalino un’operazione più ramificata e comportamenti più diffusi. Altrimenti, crescerà il sospetto che questi anni non abbiano solo portato una lunga crisi economica e un abbassamento del livello della classe politica. Il tarlo da eliminare è che si sia prodotto un logoramento del senso dello Stato anche in istituzioni da sempre considerate di tutti. È un dubbio che va fugato al più presto: prima che nel Paese si sedimenti un pregiudizio perfino più rischioso di qualunque ondata estremistica contro il sistema politico.

Si avverte un’esigenza di stabilità e di chiarezza che va molto oltre quella del governo. E più in profondità.

Corriere della Sera
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