I 30 giorni di Matar a Siena

 

D’accordo, un libro è un libro. Ma che sia apparso in una città semideserta per i timori suscitati dal coronavirus e si possa sfogliare un’opera che la esalta come desiderata meta di pacificante meditazione è quasi un miracolo. Il volume l’ha scritto Isham Matar, nato a New York nel 1970 da genitori libici, all’attivo un Pulitzer 2017 per un testo, Il Ritorno, incentrato su un viaggio alla ricerca del padre inghiottito nell’inferno di un conflitto implacabile. Qui in Un punto d’approdo (traduzione di Anna Nadotti, Einaudi, pp. 119, € 16, Torino 2020) Matar, dopo aver concluso la stesura del volume autobiografico, affranto dall’angoscia di non esser riuscito a rinvenire i resti del babbo Jaballa, racconta un pellegrinaggio. Folgorato, diciannovenne, da due piccole tavole di Duccio di Buoninsegna esposte nella londinese National Gallery, avverte che esse riflettono «un universo claustrale di simbologie e codici cristiani». Gli restano incise in mente e lo coinvolgono in un muto dialogo. Trascorrono venticinque anni prima che possa ammirare da vicino e nell’ambiente dove presero forma altri capolavori della feconda scuola senese. Con la moglie Diana decide di partire alla volta della città toscana. Vi trascorrerà appena un mese, senza un programma prefissato, a zonzo per piazze e musei, tra aulici palazzi e ombrosi vicoli, tra «esterni discreti e interni sontuosi». Si fa sgomento flâneur che alterna la paziente osservazione di affreschi e tavole con incontri e colloqui intessuti per strada. E di tanto in tanto, nel riferirci delle sue divagazioni, inserisce in controluce brani di ricordi lontani o raffronti con altre figure e situazioni. Una delle soste più avvincenti è l’indugio, non filologico, davanti agli Effetti del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti in Palazzo Pubblico. La città promessa si squaderna dolcemente per mostrare una visione dominata dalla giustizia, opposta alla rovinosa alternativa d’una città disastrata in preda ad una strabica e mostruosa Tirannide. L’eco del passato si riversa sulle inquietudini del presente. E Isham ne trae un’imperativa lezione : «L’autonomia – annota – qui non è solo una preoccupazione politica, ma anche spirituale e filosofica, va di pari passo con la sovranità dello spirito, con il diritto di esistere in armonia tanto con la propria natura quanto con il bisogno di non perdere di vista se stessi». Così tra arte e architetture circostanti si stabilisce un inscindibile nesso. Uscendo nel Campo, «gigantesco bacile», si respira la medesima aria. Anzi lo spazio in cui si svolgono le distensive passeggiate fonde le suggestioni delle immagini concepite secoli addietro e i ritmi percepiti nell’attualità, a riprova di quanto sia vero che certe invenzioni si capiscono e si godono appieno solo se messe in relazione con la loro storia, che via via entra in te e ti cambia. Per intrattenersi con gli abitanti non c’è bisogno di reperire cumuli di informazioni. Il pellegrino estasiato si limita a frequentare fuggevolmente un corso di italiano. È una famiglia giordana a ospitarlo e il giovane Kareem lo introduce ai retroscena del Palio, con le sue oblique astuzie e la sua controllata violenza: «Il Palio è un teatro di guerra , uno schieramento di truppe che in realtà costituisce una celebrazione della coesistenza». Non è meglio sintetizzabile il senso di comunità di destino che la fragorosa festa instilla. Quando entra in Pinacoteca il curioso visitatore trova le sale perlopiù vuote. La Madonna dei francescani di Duccio gli pare più interessata alla vita umana che a Dio. Come la guarderei se fossi cristiano? Isham scopre che, al di là dei differenti linguaggi, sussiste in chi coltiva una fede con generosa purezza una voglia di solidarietà che annulla le barriere. È convinto che «solo dentro a un libro o davanti a un dipinto si può avere realmente accesso alla prospettiva di un altro». La cultura rende intelligibile l’alterità e la bellezza ne è tramite privilegiato. Ogni fede, per quanto rigorosa, è traversata da dubbi che consigliano ascolto e rispetto: «l’amore e l’arte – sentenzia Isham – sono espressioni di fede», regalano speranza. Durante il flagello della Peste Nera del 1348 – e il capitolo vien fatto oggi di leggerlo con qualche apprensione – le sofferenze ispirarono «una straordinaria dedizione alla Chiesa», che incrementò una tenace e sollecita pietà. Siena è un approdo mitico, una condizione mentale che condensa le virtù più alte: «ha in se stessa la propria stella polare», un faro verso cui dirigersi. L’itinerario cominciò tanti anni fa per merito delle due storie di Duccio che fecero da viatico. E si è sviluppato con distanziate cadenze ubbidendo ad una lenta e fantastica traiettoria: Londra – Siena – New York. Giacché l’imprevisto finale ha per scena il Metropolitan di New York e per oggetto il Paradiso di Giovanni di Paolo. In un alberato giardino la vita prosegue oltre la morte. Le persone – anima e corpo – nell’aldilà si ricongiungono, sorridono e parlottano, si abbracciano in amicizia senza badare a identità e appartenenze. Matar forse non può far a meno di immaginarvi il padre, che non sa dove sia sparito: non lo dice, però lo sottintende. E formula una misteriosa domanda, di timbro leopardiano: «Come sarà per i defunti rammentare i vivi […], essere capaci di riconoscere coloro che conoscevano quando l’anima era carne?».

Roberto Barzanti

“Corriere Fiorentino”, 3 febbraio 2020