Guardate il film che insegna a perdonarci

 

Eshkol Nevo

 

1.
Il romanzo Tre piani non è stato scritto in reazione alla pandemia di Covid-19.

Anche la versione cinematografica di Nanni Moretti del libro era stata girata e montata, ed era pronta per la distribuzione, ben prima che espressioni come «lockdown», «distanziamento sociale» e «isolamento» entrassero nella nostra vita.

Eppure, quando ho visto il film non ho potuto evitare di pensare che arriva nei cinema proprio al momento giusto.

Dopo un anno e mezzo durante il quale ci è stato imposto di tenerci distanti gli uni dagli altri, durante il quale siamo stati costretti a separazioni forzate da genitori e amici per periodi di intollerabile lunghezza, Tre piani è un potente promemoria di quanta benedizione e quanta difficoltà siano insite nelle relazioni intime: fra partner, fra genitori e figli, fra vicini di casa. La sconcertante scena iniziale (un conducente perde il controllo dell’auto e finisce dritto dentro una casa, e l’automobile resta bloccata tra i muri) introduce tutto quello che accadrà ai protagonisti di questa storia, destinati a scontrarsi più e più volte. In alcuni casi provocando un incidente. In altri, la redenzione. Ma nessuno resterà indifferente, intatto.

2.Un giorno di quasi quattro anni fa ho ricevuto nella mia casella di posta elettronica una email da uno dei miei registi prediletti, Nanni Moretti.

Ho letto il tuo libro, scriveva.

Vorrei la tua autorizzazione ad adattarlo al grande schermo.

Ho sospettato che si trattasse di un impostore. Di un falso Nanni Moretti. Perciò ho risposto, cauto: ti sarei grato se potessi illustrarmi la tua visione artistica.

In risposta ho ricevuto un documento dettagliato di due pagine: gireremo a Roma, scriveva Moretti. Dovremo intrecciare più saldamente le diverse parti del libro. Inserire le manifestazioni israeliane che descrivi in un contesto più europeo. Ma ti do la mia parola che la mia trasposizione cinematografica preserverà quello che costituisce il cuore del tuo libro.

Il cuore del mio libro è cupo, ho pensato fra me e me. Il cinema commerciale di solito distoglie lo sguardo dalle domande pressanti che Tre piani solleva, sulle relazioni di coppia e sui rapporti fra genitori e i figli. Eppure, se qualcuno poteva raccogliere la sfida era proprio il regista di Caro diario, La camera del figlio e Mia madre.

 

Hai la mia autorizzazione, ho scritto al Nanni Moretti vero. A una condizione: non intendo essere coinvolto. Non voglio leggere la sceneggiatura. Non voglio approvare il cast. Non voglio trovarmi in sala montaggio. L’esperienza con i precedenti adattamenti dei miei libri mi ha insegnato che meno sono implicato nel processo, migliore è il risultato.

 

Solo, se possibile, ho concluso, ti chiedo di mandarmi il film quando sarà terminato.

3.Ho visto il film già tre volte. La prima, sullo schermo del computer, ero molto occupato, forse troppo, a scovare tracce del libro dentro al film. Come è naturale che sia, ho notato soprattutto le modifiche apportate. E rimpianto quello che si era perduto nell’adattamento. La seconda, sempre a casa mia ma sullo schermo del televisore, ero più libero di provare emozioni. Ho permesso al film di entrarmi dentro. Di scombussolarmi. Ho pianto, ho riso. Mi sono ricordato dell’ansia che mi attanagliava durante la scrittura del libro, mi sono tornate alla mente le ragioni segrete che mi hanno indotto a scriverlo. Quando sono apparsi i titoli di coda ho pensato fra me e me: non hanno avuto paura. Il regista, le sceneggiatrici, gli attori. Hanno guardato dritto negli angoli più oscuri dell’anima, e li hanno illuminati con la lanterna magica del cinema: possibile che per un figlio a volte sia meglio troncare con i genitori? Come si comporterà una donna che il marito obbliga a scegliere fra lui e il figlio? Come distinguiamo una sana preoccupazione genitoriale da un’ossessione morbosa? Quanta solitudine nascondono i nostri vicini dietro la loro porta chiusa? Il film non offre risposte scolastiche a queste domande. Un’opera d’arte onesta non fornisce mai risposte. Si limita ad aprire nuovi interrogativi.

4.La terza volta che ho visto il film ero in compagnia di migliaia di altre persone. Nella sala centrale, principesca, del festival di Cannes. Due mesi fa. Quando è partita la musica iniziale e sulla sala è calato un silenzio teso, ho pensato fra me e me: quanto è diverso dal modo in cui vengono letti i miei libri. Io non accompagno i lettori fino al letto, non li vedo accendere la lampada sul comodino, non posso osservarne i volti immersi nella lettura, così da sapere in che modo la trama e i protagonisti creati da me influiscono su di loro.

Invece qui, nella sala del cinema, la luce che arriva dallo schermo illumina i visi degli spettatori, e io posso percepire dal modo in cui respirano intorno a me quando sono tristi. Quando sono incuriositi. Quando dissentono dai comportamenti di uno dei personaggi. E quando invece lo sognano.

5.Una spettatrice a Cannes, devo ammetterlo, incuriosiva me più di tutti.

La mia primogenita, diciottenne, mi ha accompagnato al Festival. In sala era seduta al mio fianco. Non ha mai letto un mio libro — una scelta che capisco benissimo — dunque di fatto era la prima volta che veniva esposta, indirettamente, a un’opera di suo padre.

Da anni paventavo questo momento. E lo aspettavo.

Senza farmi notare ho seguito l’espressione del suo viso durante la proiezione. Era rapita dal film. Una o due volte le si sono inumiditi gli occhi. Un’altra è scoppiata a ridere ad alta voce.

Verso la fine, in una scena particolarmente commovente, ho sentito la sua mano che cercava la mia. E le dita che si intrecciavano con le mie.

Quando sono comparsi i titoli di coda e il pubblico si è alzato in piedi per gli applausi, si è voltata verso di me e ha commentato: «Papà, è un film bellissimo!».

Le ho sorriso e ho pensato, figlia mia, questo film non esisterebbe senza di te. Non avrei potuto scrivere il libro su cui si basa se non fossi tuo padre. Senza quel che mi hai insegnato su di me, sui momenti di crisi e sull’amore.

6.Alcuni anni fa sono arrivato a Milano poco dopo la pubblicazione di Tre piani in italiano. Durante uno degli incontri con i lettori, l’intervistatore si è rivolto al pubblico per chiedere se qualcuno voleva porre domande all’autore. Ha alzato la mano una donna sulla cinquantina. Presumevo che avrebbe domandato, come di solito fanno i lettori, quali erano state le mie fonti di ispirazione. O ragguagli sulle conclusioni aperte che tendo a scegliere per i miei libri.

Lei invece aveva altri piani.

Non ho una domanda specifica, ha detto. Volevo soltanto ringraziarla. Ho letto il suo libro e sono riuscita a… a perdonarmi.

Ho annuito e sono rimasto in attesa che proseguisse spiegando cosa esattamente era riuscita a perdonarsi. Invece si è limitata a un sorrisetto prima di risedersi.

 

Presto arriverò a Roma, per l’uscita di Tre piani di Nanni Moretti in Italia. Spero e credo che questo film coraggioso permetterà a coloro che lo vedranno di perdonare sé stessi, di perdonare le persone a loro vicine. E di ricordare — e quanto è importante ricordarlo dopo quest’anno duro — che il nostro benessere è sempre, ma sempre, legato a doppio filo al benessere altrui.

 

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