Galantino e l’impegno dei cattolici «Sì a un partito di laici capaci»

 

Il vescovo: mettano insieme le forze ma non cerchino la benedizione della Chiesa

Alessio Corazza

«Se qualche giornale adesso scrive che ho lanciato il partito dei cattolici è una bugia». Dal palco di Verona, nella giornata conclusiva del Festival della Dottrina sociale, monsignor Nunzio Galantino non avrà forse caldeggiato la nascita di una nuova Dc, per altro escludendo fermamente l’impegno in prima persona del clero, «perché l’ha già detto il Papa» e «di don Luigi Sturzo ce n’è già stato uno ed è bastato». Di sicuro, il vescovo che Francesco ha voluto nel delicato ruolo di amministratore del patrimonio del Vaticano e, di recente, a capo della neonata fondazione per la sanità cattolica, ha chiamato la grande diaspora dei cattolici a ritrovarsi sotto uno stesso ombrello. Intervistato dal direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, ha detto senza ambiguità che la dottrina sociale della Chiesa, per essere efficace, deve essere tradotta in linguaggio politico. E che, per farlo, «un partito di ispirazione cristiana», guidato da «laici capaci», a lui «non dispiacerebbe».

Un soggetto politico che deve però nascere dal basso, che non cerchi un’impossibile legittimazione da preti e vescovi («una simile benedizione sarebbe la morte di qualsiasi iniziativa») ma metta insieme forze che già ci sono e si conoscono e che oggi marciano separate. Non è una mera questione di rappresentanza. Secondo Galantino, occorre farsi carico di elaborare la complessità, per sfuggire alla tenaglia delle curve contrapposte che azzerano lo spazio di dibattito sui temi etici (il ddl Zan, il fine vita) e non solo. Tra i negazionisti del Covid e del vaccino, ad esempio, monsignor Galantino vede «lo stesso atteggiamento dei populisti», dove «l’elemento comune è la semplificazione. Se usano due sole lettere dell’alfabeto, come si fa a parlare con loro?».

Già, come? La necessità di fare i conti con la società terremotata dal virus e le sfide nuove del mondo post-pandemico hanno fatto da filo conduttore a questa undicesima edizione del festival veronese, organizzato dalla Fondazione Segni Nuovi e raccolto attorno ad uno slogan — «Audaci nella Speranza, Creativi nel Coraggio» — che lo stesso papa Francesco ha voluto richiamare nel videomessaggio che ha inaugurato i lavori: termini «che non sono sinonimi», ha avvertito il Pontefice, ma «che tratteggiano la spiritualità del cristiano», chiamato a scommettere sulle proprie virtù e rischiare «contro ogni buonismo di facciata e ogni fatalismo», come nella celebre parabola dei talenti del Vangelo di Matteo, che condanna l’atteggiamento di chi punta a ripiegarsi su se stesso e conservare l’esistente. Un messaggio che, alla luce del rinnovato invito all’impegno politico, suona tutt’altro che astratto.

Nei quattro giorni del festival, si sono succeduti gli interventi di personalità religiose (il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei su tutti, mentre il cardinale e segretario di Stato Pietro Parolin ha celebrato la messa conclusiva al Duomo di Verona), dell’economia, del mondo accademico e della politica. Ieri è stata la volta della ministra per le Pari opportunità Elena Bonetti che, tra le altre cose, ha messo in guardia da una realtà dove le stesse regole del gioco — dai criteri della meritocrazia agli algoritmi dell’intelligenza artificiale — sono frutto di un’esperienza maschile che rende complicata una partecipazione davvero paritaria delle donne.