Ettore Sottsass
MOLTO DIFFICILE DA DIRE
pp. 298, € 15
Adelphi, Milano, 2019

“Chi tiene nelle mani questo libro tiene nelle mani (forse) un uomo nudo, tutt’al più in mutande”, aveva scritto Ettore Sottsass, nome fondamentale del design italiano (si pensi solo alla sua collaborazione con Olivetti, azienda per la quale disegnò molti oggetti, come testimonia il bel volume di Edizioni di Comunità a cura di Alberto Saibene Sottsass Olivetti Synthesis, o alla fondazione del gruppo Memphis), ma anche architetto, fotografo e scrittore, in Scritto di notte, la sua “autobiografia come testamento”.

La stessa sensazione si avverte leggendo questo nuovo volume Molto difficile da dire, raccolta di scritti editi e inediti degli anni sessanta e settanta, che prosegue la pubblicazione delle sue opere letterarie portata avanti da Adelphi con la cura, partecipe e competente, di Matteo Codignola. Per confermare questa impressione è sufficiente leggere il testo che dà nome all’intera raccolta, non a caso posizionato in apertura, dove a partire proprio dal suo anno di nascita, il 1917, Sottsass racconta le sue origini familiari (“classe 1917, ‘classe di ferro’ – dicevano – e il ferro, per come me lo ricordo io, è il simbolo della forza dei poveri, per esempio di quei montanari come mio nonno Giovanni Battista capostradino austroungarico delle Dolomiti”), e ripercorre alcuni momenti cruciali della sua vita, come l’esperienza della guerra, che ha trasformato gli uomini della “classe di ferro” in giovani magri e malati, alcuni dei quali “andati a nutrire le betulle, boschi di pini e erbe”; o ancora, da giovane studente di architettura, il primo amore con i libri del Bauhaus, “dove c’era scritta l’idea, anzi la speranza più avanzata e morale di quello che avrebbe potuto diventare l’architettura e l’industria per la gente e di come si sarebbe forse potuto disegnare il mondo”, principi in forte contrasto con la partecipazione, forzata, alla guerra, alla “preparazione di morte”.

Questo testo rappresenta uno dei momenti in cui Sottsass si apre limpidamente al proprio ricordo autobiografico senza sovrapposizioni o occultamenti e, ancor di più, è testimonianza, vivissima, di una scrittura di alto livello, tutt’altro che divertissement rispetto al suo mestiere principale, una scrittura in grado di rappresentare la passione per l’architettura e il progressivo trasformarsi di essa nella sua vita, in una relazione che fa della vita arte e dell’arte vita. Dello stesso tenore è il testo Quando ero piccolissimo, che unisce i ricordi d’infanzia, dei veri e propri souvenirs, immagini o fotogrammi, con il suo mestiere attuale, che da bambino sembrava solo un possibile futuro (“quando ero piccolissimo, un bambino di cinque o sei anni, certo non ero un bambino prodigio, ma facevo disegni con case, con vasi e fiori, con carri di zingari, con giostre e cimiteri”). In queste pagine Sottsass dà anche una definizione di quello che è il mestiere del designer, ma soprattutto racconta quale sia lo spirito con cui operare in quel settore: “tutto quello che facevamo si esauriva nell’atto del farlo, e tutto quello che veniva fatto, alla fine, stava dentro all’unica sfera straordinaria della vita”. Torna qui il tema del design come vita stessa, “il giorno dall’alba al tramonto”, un’arte incapace di vivere di compromessi, come Sottsass ha sempre sottolineato, e che non appartiene né all’accademia né a qualsiasi altro potere superiore, obbediente solo al fluire dell’immaginazione.

Ci sono poi testi dal sapore più letterario, come il divertente Comunisti, africani e barcamenosi dove Sottsass immagina di essere un uomo del Kilimanjaro di passaggio in Italia, a Milano, spunti e indicazioni per nuove costruzioni, Appunti per il progetto di una casa al mare, Rituale e nascita di una casa borghese del centro di Milano o Il rituale per fare una casa sumera (che si chiude con una divertente chiosa, “sarà bene tenerne conto quando si progetterà Milano 2 o 3”), oppure brevi illuminazioni dal carattere più teorico, come Definizioni di design. Sempre in Scritto di notte, Sottsass, con una certa dose di tristezza e disperazione, compensata da uno sfumato senso di speranza, scrive che “c’è sempre una perfezione che viene perduta… si continua ad abbandonare qualcosa” e che il vero problema, il vero scopo verrebbe da dire, è quello di “cercare di inventare nuove perfezioni, pensare che ogni momento è una perfezione che si può perfezionare – voglio dire il problema permanente è costruirsi nuove perfezioni di cui poi continuare ad avere, per sempre, nostalgia”. È questo processo di ricerca della perfezione e della successiva sua nostalgia, in un circolo che si trasforma in vita e che non si arresta mai, a muovere anche le pagine di questo Molto difficile da dire, ulteriore conferma della scrittura preziosa di un uomo “fuori del gioco dei sapienti”: una definizione certo non veritiera, ma che dà la misura dell’uomo, oltre a rendere ancora più necessaria la sua scrittura.

Matteo Moca è dottore di ricerca in Italianistica, insegnante e critico letterario.