La singolare congiuntura costringe la politica italiana a parlare di futuro. I dibattiti sul declino irreversibile sono sospesi, a causa della crescita al 6 per cento quest’anno e al 4,2 stimato per l’anno prossimo.

Se un decennio fa il tecnico al governo, Mario Monti, doveva farsi carico di impopolari misure di austerità nell’ultimo anno di legislatura, votate ma odiate dai partiti, oggi Mario Draghi ha la sfida opposta. Deve commissariare i partiti per spendere i soldi che loro non riuscirebbero a usare.

Disabituati a ragionare sul medio periodo, all’improvviso eletti ed elettori devono pensare ai prossimi cinque anni: i soldi del Pnrr sono da spendere entro il 2026, gli effetti della riforma fiscale in gestazione dovrebbero cominciare proprio quell’anno.

L’ortodossia economica consiglia di sfruttare le fasi positive per accumulare risorse in vista dei periodi difficili del futuro. Invece, l’Italia di Draghi può permettersi di essere cicala.

Tra 2021 e 2024, l’orizzonte della prossima legge di Bilancio, Draghi farà peggiorare il saldo primario di 11 punti percentuali complessivi, cioè lo Stato italiano spenderà quasi 182 miliardi più di quello che incasserà. Ma, miracolo, il debito in rapporto al Pil scenderà dal 155,6 per cento del 2020 al 146,1 del 2024. Merito di una spesa per interessi sempre più bassa, con la Bce che compra 191 miliardi di euro di titoli di debito italiano nel 2021, 93 attesi nel 2022.

CORREGGERE LE DISUGUALGIANZE

Sarebbe imperdonabile sprecare una simile opportunità: durante le fasi di crescita, con spesa e debito, si possono correggere più facilmente le storture della società. Molto più difficile farlo durante i periodi di emergenza con poche risorse disponibili.

La legge che delega il governo a fare la rifora fiscale è l’occasione per provarci davvero. Draghi ha previsto che gli effetti della riforma partano dal 2026 e ha negato che la annunciata revisione degli estimi catastali porterà qualcuno a pagare di più (una bugia, si spera, altrimenti sarebbe la beffa: far emergere le disuguaglianze solo per perpetrarle). Solo una tattica dilatoria, per preservare le possibilità del premier di salire al Quirinale? Forse non solo.

Un terzo dei parlamentari non sarà rieletto per il taglio dei seggi, almeno un altro terzo resterà fuori perché i partiti di riferimento non li ricandideranno o avranno meno posti da spartire. Draghi può quindi costringere esponenti di una classe politica miope a trasformarsi quasi in statisti e pensare alle prossime generazioni: basta che adottino provvedimenti coraggiosi che saranno vincolanti soltanto per tutti i loro successori (e non troppo reversibili), ma chiari ed equi.

A cominciare dal catasto: il Pd si è fatto spaventare e ai tempi del governo Renzi ha rinunciato. Anche abolire gli 80 euro renziani per usare meglio quelle risorse, oltre 11 miliardi annui, sarebbe utile.

Gran parte dei deputati e senatori in carica, ma anche dei leader di partito, sono meteore politiche. Possono agevolare il compito di Draghi e fare qualcosa di buono e utile, oppure sottoporre l’azione del governo a un lento logoramento fino alle elezioni nel 2022 o 2023. Per poi farsi poi travolgere dal debito quando la finestra di opportunità si sarà chiusa e gli interessi sul debito torneranno a salire.

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