Decreto Semplificazioni maggioranza spaccata Draghi prende tempo

Il Pd vuole cambiare le norme sul massimo ribasso e i subappalti, il centrodestra spinge. In mattinata vertice con Letta. Per Palazzo Chigi il testo non è “maturo”
di Annalisa Cuzzocrea
ROMA — Sul decreto semplificazioni il Pd si unisce a sindacati, associazioni antimafia e alle critiche arrivate da Leu-Articolo 1: dal testo va tolto l’uso sistematico del massimo ribasso e la parte sui subappalti – che metà governo vorrebbe liberalizzare completamente – va rinviata a un disegno di legge ad hoc.
La linea sarà definita stamattina in una riunione al Nazareno con il segretario dem Enrico Letta, la presidente dei deputati pd Debora Serracchiani, quella dei senatori Simona Malpezzi, i responsabili di Ambiente ed Economia Chiara Braga e Antonio Misiani. Poi, naturalmente, Andrea Orlando, perché sarà il ministro del Lavoro a partecipare – alle undici e mezzo – alla riunione convocata a Palazzo Chigi. Un vertice che inizialmente doveva affrontare i due decreti il cui varo è previsto questa settimana, quello sulla governance del Recovery e quello sulle semplificazioni, ma che ieri – ufficialmente – ha cambiato motivazione. Servirà a illustrare il decreto sulle strutture che attueranno il Piano nazionale di ripresa e resilienza. La discussione sulle semplificazioni è invece rinviata perché Palazzo Chigi non considera il testo «maturo».
È il frutto delle tensioni delle ultime ore e della gara al rialzo di Matteo Salvini, che in un’intervista alla Stampa ha chiesto la totale cancellazione del codice degli appalti. Secondo i dem, quella del segretario della Lega è una provocazione. Che non deve essere piaciuta a Mario Draghi, visto che ha di fatto congelato la discussione rinviandola a domani o mercoledì. «Il diritto in economia è come un semaforo – dice Enrico Letta – la luce verde serve a velocizzare, quella rossa per prevenire gli abusi, la corruzione, le infiltrazioni mafiose ». E quindi, servono entrambe. Nessuno tra i dem nega che una revisione del codice degli appalti sia necessaria, soprattutto in vista dell’enorme mole di investimenti da fare nei prossimi sei anni. Ma c’è modo e modo e quello che il centrodestra vorrebbe imporre – «senza se e senza ma» come ha detto ieri la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini – incontra parecchie resistenze. Spiega il capogruppo dei deputati forzisti Roberto Occhiuto che «il codice degli appalti rappresenta un freno, un appesantimento burocratico per tutti gli investimenti ». E sebbene il Pd, con il deputato Paolo Lattanzio, usi parole molto dure: «La liberalizzazione del subappalto è inaccettabile», i dem devono considerare anche un fronte interno. Aperto dai sindaci. «Chi vive nel Paese reale come noi – dice il fiorentino Dario Nardella – è stanco del peso insopportabile della burocrazia, che rende impossibile realizzare le opere pubbliche in tempi accettabili. A Lattanzio mi permetto di ricordare che è stata proprio la Corte di giustizia europea a dichiarare espressamente l’illegittimità delle norme italiane sul subappalto esplicitando che un limite, come previsto in Italia, rende più difficoltoso l’accesso al mercato da parte di piccole e medie imprese».
Bisognerà quindi trovare una sintesi e non sarà semplice. «Con il Pnrr siamo chiamati a investire 235 miliardi di euro in meno di 6 anni in un Paese in cui di solito se ne impiegano 16 per le opere pubbliche», spiega l’ex viceministro all’Economia Misiani. «Bisogna velocizzare, snellire, lavoreremo tutti per farlo, ma ci sono alcuni paletti necessari come la tutela della sicurezza sul lavoro e quella paesaggistica, ambientale, naturalistica. Non è impossibile conciliare questi aspetti, sono certo che si potrà trovare un punto di equilibrio, ma il massimo ribasso e la liberalizzazione dei subappalti non sono certo una soluzione felice». Ci sarà, quindi, molto da rivedere. E si comincerà appena il ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini tornerà dalla sua visita a Stresa per la tragedia della funivia.
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