Da Capaci a via D’Amelio, le stragi «nate» a Brancaccio

«Madre natura», lo chiamano dentro Cosa nostra. Personaggio dai tanti misteri, Giuseppe Graviano, 57 anni, è quello che probabilmente conosce i segreti più oscuri della Cupola. Custode degli intrecci tra l’organizzazione mafiosa, la politica, gli apparati deviati dello Stato e parte del mondo della finanza.

Coinvolto nelle stragi che sconvolsero il Paese tra il ’92 e il ’93. Assieme al fratello Filippo è stato a capo della storica famiglia di Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, dove il clan, fedelissimo dei corleonesi di Totò Riina, ha costruito il suo impero economico con omicidi, droga, estorsioni. Arrestato a Milano nel ’94 dopo una lunga latitanza, sta scontando il 41 bis nel carcere di Terni. Secondo gli inquirenti, ancora oggi Giuseppe Graviano gestirebbe gli affari del mandamento ritenuto tra i più potenti del capoluogo siciliano, grazie a un patrimonio che in buona parte non è ancora stato intercettato.

Secondo gli inquirenti la famiglia di Brancaccio continua a fare affari nella gestione di attività operanti nei settori delle scommesse, della ristorazione, della rivendita di tabacchi e della vendita al dettaglio di carburante. Proprio in quest’ultimo settore i fratelli Graviano avevano investito ingenti capitali, acquisendo, sin dai primi anni ’90, aree di servizio di rilevanti dimensioni. Numerosi gli ergastoli che Giuseppe Graviano sta scontando. E’ stato condannato per la strage di Capaci dove furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta; ma anche per la stagione delle stragi del ’93 a Firenze, Roma e Milano.

Nel processo per la strage di via D’Amelio è stato condannato all’ergastolo, con l’accusa di avere premuto il telecomando che azionò l’autobomba che fece saltare in area il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. A incastrarlo fu un suo fedelissimo, Gaspare Spatuzza: il pentito più volte ha parlato del bosso mafioso anche per i presunti rapporti che la famiglia di Brancaccio avrebbe avuto con Silvio Berlusconi e con Marcello Dell’Utri. Altri due ergastoli, Giuseppe Graviano li ha rimediati per due omicidi che, come le stragi del ’92, hanno sconvolto l’opinione pubblica: l’assassinio del prete di Brancaccio don Pino Puglisi e quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, il ragazzino di 13 anni sequestrato per costringere il padre pentito a ritrattare e sciolto nell’acido dopo 25 mesi di prigionia.

Per entrambi gli omicidi, Graviano è stato ritenuto il mandante assieme ad altri esponenti di spicco di Cosa nostra. Nel luglio scorso, la Cassazione ha ritenuto legittima la proroga del regime detentivo speciale del ’41 bis’ respingendo il ricorso presentato dal capomafia di Brancaccio.

Per i giudici della Suprema Corte, Graviano non ha mostrato «alcun atteggiamento di resipiscenza rispetto al suo vissuto criminale e assumeva un atteggiamento ostile o comunque scarsamente collaborativo nei confronti dell’autorità penitenziaria». Non solo, risulta «ancora interessato a mettersi in contatto con gli esponenti del mandamento mafioso di Brancaccio ancora in libertà, corroborando il giudizio di persistente pericolosità sociale». Di recente la Procura di Palermo ha disposto indagini sulle intercettazioni, nel 2016, tra Giuseppe Graviano e il suo compagno di ora d’aria, Umberto Adinolfi, camorrista di San Marzano sul Sarno. Durante quelle discussioni in carcere, Graviano riferì al camorrista che durante la detenzione, al carcere duro, aveva avuto rapporti sessuali con la moglie tanto da avere concepito suo figlio proprio in carcere.

Ilmanifesto.it