Crac bancari, la difesa di Bankitalia.

ROMA Quasi sei ore di audizione a Palazzo San Macuto, davanti ai parlamentari della commissione di inchiesta sul sistema creditizio. Banca d’Italia rivendica e illustra l’operato della vigilanza di Via Nazionale, ricostruendone parte dell’attività nell’ultimo decennio. Dai passaggi salienti emerge, tra l’altro, che l’Istituto centrale non ha mai suggerito alla Banca Popolare di Vicenza di acquistare Banca Etruria (il vicepresidente era il padre di Maria Elena Boschi), così come viene precisato più volte che i vertici di Banca Popolare di Vicenza non hanno beneficiato di alcun rapporto privilegiato con la vigilanza di Bankitalia, bollata inoltre l’inopportunità delle «porte girevoli», ossia la pessima propensione di alcuni ex dipendenti dell’Istituto di Via Nazionale a trasferirsi a lavorare presso le banche vigilate, e infine la concessione e l’ammissione di non volere «dare l’impressione di una autoassoluzione, se ci sono stati errori parliamone e analizziamoli insieme».

A dirlo ai parlamentari della commissione di inchiesta è Carmelo Barbagallo, il dirigente di Bankitalia che guida gli ispettori del dipartimento vigilanza. È a lui che spetta l’onere di «dare senza esitazioni conto alle istituzioni e al Paese dell’operato» dell’Istituto, come annunciato dal governatore Ignazio Visco non più tardi tre giorni fa. Barbagallo si sofferma sul dissesto delle banche venete (rilevate da Intesa SanPaolo) e spiega alla commissione, presieduta da Pier Ferdinando Casini, che la vicenda di Popolare di Vicenza e di Veneto Banca origina dalla combinazione di una crisi economica «eccezionale» con «irregolarità e anomalie gestionali, che affondavano le radici nella debolezza della governance e nella conseguente autoreferenzialità del management».

Bankitalia, insomma, ha dovuto fronteggiare una situazione in cui gli amministratori degli istituti hanno «ripetutamente occultato importanti informazioni alla vigilanza, di cui hanno deliberatamente disatteso le richieste». Al contempo Barbagallo ricorda tanto le nove ispezioni presso Popolare di Vicenza, quanto le sette indagini in Veneto Banca. Precisando che la scoperta delle criticità dei due istituti è merito degli ispettori di Bankitalia, e sottolinea che «l’idea che la Bce avrebbe scoperto le cose non corrisponde ai fatti». Il capo della vigilanza rivendica, non a caso, la scoperta dell’inadeguatezza della modalità di determinazione del prezzo delle azioni, delle operazioni di ricapitalizzazione cosidette «baciate» senza dedurle dal patrimonio. A confermare le responsabilità dei vertici delle banche venete è anche Angelo Apponi, direttore generale di Consob, che interviene in audizione subito dopo Barbagallo. «È emerso un ecosistema volto a occultare in maniera sistematica e fraudolenta informazioni al mercato e alle autorità», ricorda Apponi, che anticipa l’intenzione da parte di Consob di avviare «procedimenti sanzionatori nei confronti delle società di revisione» dei due istituti veneti.

Le specifiche e le ricostruzioni fornite da Bankitalia e Consob devono, peraltro, fronteggiare il clima di diffidenza di molti componenti della commissione, alla luce del fatto che oltre 120 mila risparmiatori sono stati danneggiati dal dissesto delle due venete. Tanto che il Pd, già contrario alla riconferma di Visco alla carica di governatore, ha anche depositato per mano dei parlamentari Francesco Bonifazi e Mauro Del Barba 10 domande a Bankitalia per ottenere risposte scritte sul fatto se la vigilanza abbia svolto il proprio ruolo nel corso delle crisi del sistema creditizio. Il deputato Andrea Augello, del gruppo Federazione della Libertà, punta dritto contro la presunta omissione da parte di Bankitalia, che non avrebbe comunicato, come precisato da Apponi di Consob, i rilievi mossi già nel 2009 a Popolare di Vicenza sui meccanismi di fissazione del valore delle azioni. Un mancato dialogo tra vigilanti che, se accertato, impone secondo lo stesso Augello «la necessità di risentire gli esponenti delle due autorità, ma questa volta in sede testimoniale».

 

Fonte: Corriere della Sera, www.corriere.it/