Contro la retorica

di Sandro Veronesi

 

Un buon modo di dar conto di un libro difficile da definire è raccontare cosa ci succede mentre lo leggiamo. Cosa ci succede di pensare, soprattutto, giacché si presume che sia proprio lì, sul pensiero, che si concentri la sua influenza. Per cominciare a parlare di Velo pietoso. Una stagione di retorica, di Edoardo Albinati, in uscita in questi giorni, ecco dunque cosa mi è successo di pensare mentre lo leggevo.

Mio figlio di otto anni e un suo amico stavano giocando a due passi da me, in spiaggia, a un gioco chiamato (da loro, perché non l’avevo mai sentito) Poliziotto buono e poliziotto cattivo. Il gioco consiste nell’immaginare una persona sotto interrogatorio seduta su una seggiolina e nel comportarsi con lui secondo la vecchia tecnica degli sbirri americani, chiamata in gergo col nome di un fumetto molto popolare, Mutt and Jeff — cioè uno con violenza e aggressività e l’altro con comprensione e simpatia, allo scopo di spingere l’interrogato a parlare spontaneamente col poliziotto buono per evitare di essere costretto a farlo con la forza da quello cattivo. Tutte cose che ovviamente mio figlio e il suo amico ignoravano: loro sapevano solo che questa persona immaginaria doveva essere trattata male da uno e bene dall’altro — e questo era il gioco. Nella fattispecie, il poliziotto cattivo era mio figlio, che oltre a far volare dei bei ceffoni nell’aria incalzava l’interrogato ripetendo: «Non ho chiesto la tua opinione! Qui le domande le faccio io!», mentre il suo amico era il buono che protendeva le mani giunte a coppa dicendo: «Ecco, prendi queste caramelle». E fin qui quello che stavo leggendo non ha alcuna importanza, giacché sono tanti anni che mi struggo a osservare i giochi dei miei figli, specie se spuri e derivati da cose più grandi di loro. L’importanza di ciò che stava assorbendo il mio pensiero in quel momento è saltata fuori tutta insieme quando i due bambini, in un impeto di perfezionismo realistico, si sono posti il problema di chi dei due dovesse cominciare l’interrogatorio: il buono con le caramelle o il cattivo con i ceffoni? L’incapacità di risolvere questo dilemma li ha bloccati e spinti a chiedere a me, babbo onnisciente, la soluzione.

Ora, sono sicuro che la teoria dell’interrogatorio Mutt and Jeff, quando viene insegnata nelle scuole di polizia, preveda una risposta a questa domanda, motivata da qualche fine (si fa per dire) considerazione psicologica, ma sta di fatto che io quella risposta non la conosco. Conoscendo me stesso, invece, so che se non fossi stato sotto l’influsso del libro di Albinati mi sarei sforzato, da ex cinefilo quale sono (disintossicato con cura brutale da Carmelo Bene nel 1995) di ricordare le scene di interrogatorio Mutt and Jeff viste nei film americani (e nel farlo ricadendo nel vizio, perché il ricordo del cinefilo non è tanto quello di cosa accade quanto di come il regista lo descrive, e cioè le inquadrature, i controcampi, i movimenti di macchina eccetera), per arrivare a ripescare una sequenza intera che mi permettesse di produrre il lodo arbitrale richiestomi.

Ma prima ancora di partire lungo questa tangente, ecco irrompere l’associazione ispirata dalla lettura del libro di Albinati — quella che avrebbe probabilmente fatto lui: Sigmund Freud, Al di là del principio del piacere, Schopenhauer, Empedocle, il conflitto dualistico tra Eros e Thanatos, tra pulsione di vita e pulsione di morte, la coazione a ripetere, l’eterno ritorno dell’uguale… Ma soprattutto, poiché mio figlio e il suo amichetto con quell’interrogativo si sono spinti fino al punto di non-ritorno della teoria psicoanalitica, dal quale infatti nemmeno Freud ritornò, il punto in cui teorizza l’inguaribilità di ciò che per i decenni precedenti si era sforzato di guarire nei suoi pazienti, e dunque la sostanziale inutilità del percorso terapeutico, l ’impossibilità di dare una risposta al quesito se sia la pulsione di morte che si pone al servizio di quella del piacere o viceversa. Cari bambini — è stata dunque la mia risposta — non si sa: poiché non si sa quale pulsione sia al servizio dell’altra, non si sa se debbano essere le caramelle il premio per i ceffoni o i ceffoni il prezzo per le caramelle, e dunque non si sa chi debba cominciare il gioco. Risposta per loro insoddisfacente, me ne rendo conto, interpretata come l’invito a fare da sé, col ricorso al vecchio sistema del fare a turno, cominciando una volta per uno. Ecco dunque un esempio di ciò che può ingenerarsi leggendo questo libro — e attenzione, senza che il libro nemmeno li menzioni, né Freud, né Empedocle, né Schopenhauer.

Ma probabilmente ora è giunto il momento di dire di che libro si tratta. Anche qui la risposta corretta sarebbe non si sa: dovesse mai (e glielo auguro) scalare la classifica, in quale categoria verrebbe collocato? Narrativa? Saggistica? Varia? Varia sarebbe la collocazione più ricca di nettare, secondo me, se non fosse che nella prassi editoriale essa, anziché indicare opere che hanno appunto il pregio di variare natura di pagina in pagina (ora narrativa, ora saggistica, ora memoir, ora pamphlet filosofico, ora invettiva, ora diario…), viene utilizzata come il bidone della raccolta indifferenziata — e perciò è una collocazione impraticabile. Velo pietoso è, come gli altri libri di Albinati, compreso il monumentale La scuola cattolica che tutti li compendia, un arabesco di grande intelligenza, capace di unire punti tra loro lontanissimi, creare cortocircuiti folgoranti, illuminare zone oscure della nostra coscienza e spegnere improvvisamente la luce dove il nostro sguardo si dimostra viziato. È però anche un omaggio all’insofferenza giovanile, brandita e ostentata con ardore laddove è cosa nota che l’età (Albinati ha quasi 65 anni, è nonno, e nel libro ce ne dà conto) tende a soffocarla, quella splendente insofferenza, a sostituirla con la pazienza e con la tolleranza, e a convincerci che questo processo si chiami saggezza. È una raccolta di effemeridi linguistiche, culturali, sottoculturali, morali, inutili come tutte le effemeridi poiché mentre ti descrivono il contesto il tempo continua a scorrere e il contesto cambia. È, come sempre quando c’è di mezzo Albinati, uno smisurato atto d’amore per la poesia, ed è, come sempre, una lezione di scrittura — non creativa, però, per causa della suddetta insofferenza, indirizzata con furia contro tutti i luoghi comuni, compresi i ridicoli binomi che non hanno più alternative nel linguaggio di massa, come la scrittura che quando viene insegnata è per l’appunto sempre creativa, o il silenzio che quando viene notato è sempre assordante.

I riferimenti, stavolta anche più di quanto già non lo siano nei suoi libri precedenti, sono inauditi, orbitali, schizofrenici: da Karl Marx del 18 Brumaio (1852), riletto, omaggiato e spalmato sui nostri giorni con risultati addirittura fosforescenti, a Guido Ceronetti del Silenzio del corpo, libro nemmeno citato tra i tanti che Albinati menziona eppure percepito come seminale da chi l’abbia letto anche tanti anni fa, come me, grazie all’identica capacità di divagare sempre mantenendo il tema di fondo al centro di ogni divagazione (che per Ceronetti è, appunto, il corpo, mentre per Albinati dirò più avanti qual è); dai Minima moralia di Adorno (Un pazzo fa molti pazzi) ai minima immoralia di Franco Battiato (Non sopporto i cori russi, la musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese, neanche la nera africana). E sarà il caso di spiegare che non metto le virgolette perché le frasi, i versi e le parole che sto citando non compaiono affatto nel libro, sono solo state evocate in me dalla lettura, esattamente come mi è stata evocata l’impotenza freudiana dinanzi al gioco di mio figlio. Sebbene riportare tra virgolette alcuni suoi passi veramente bellissimi sarebbe un modo assai più facile e sicuramente anche assai più produttivo di invogliare alla lettura di questo libro, ho deciso di fare da me — perché poi alla fin fine è a questa desolante ma anche eroica conclusione che il libro indirizza il lettore: bisogna fare da sé, come hanno fatto mio figlio e il suo amico col loro gioco, e nel farlo abbiamo il dovere — non il diritto, il dovere — di servirci di tutto ciò che ci sta attorno, dalle poesie di Vasilij Grossman all’insegnamento della nipotina Lea quando viene interrogata da Nonno Edo (me ne concedo una, di citazioni) mentre con un bastoncino sta colpendo le foglie di una pianta: «Sto facendo una battaglia». «Ah sì? E chi è il nemico?». «Sono io, il nemico».

Prima di svelare, come promesso, qual è il tema di fondo del libro, resta da dire della sua struttura. Perché per quasi 100 delle 145 pagine che lo compongono sembra che una struttura non ci sia, il libro sembra solo una raccolta di frammenti elegantemente composta con l’uso del contrappunto, del contrappasso, del contrasto, dell’interpolazione. Questo per 97 pagine. Ma da pagina 98 a pagina 103 (cioè una lunghezza spropositata in confronto a tutti gli altri pezzi) la struttura compare, sotto forma di «storia triste, assurda ed esemplare» — la storia del martirio della piccola Giovanna Fatello, morta ammazzata dalla cialtroneria nella clinica Villa Mafalda di Roma durante un intervento all’orecchio definito «banale». Ecco, queste cinque pagine desunte dalle ricostruzioni processuali che hanno portato, sei anni dopo il fatto, a delle condanne per omicidio colposo assolutamente ridicole (2 anni), diventano l’architrave che porta il peso di tutti gli altri frammenti, precedenti e successivi, e li trascina tutti ben più in alto di dove sono stati raccolti; Giovanna Fatello, 10 anni, diventa l’Agnello di Dio, che si carica di tutti i peccati del mondo, e suo padre Matteo, ebanista, costruendo con le proprie mani la sua bara, colui che quei peccati li emenda, restituendo al mondo la speranza sterminata dal passaggio su di esso dell’anestesista Pierfrancesco Dauri e del suo «amico» Federico Santilli. (La speranza e con essa, come diceva Sant’Agostino, i suoi due bellissimi figli: lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle). Davvero, anche se non riuscirò a convincervi a comprare il libro, almeno rubatevela, questa storia, andate in libreria e leggetela di straforo — ripeto, pagine 98-103: non riesco nemmeno a concepire come si possa vivere, d’ora in poi, senza averla letta. Così, oltretutto, potrete godervi in un lampo tutto il talento di Albinati — in purezza, per così dire, senza sovrastrutture, perché raccontare in questo modo questa storia è veramente quel che lui sa fare meglio.

Ed ecco che anche il tema di fondo del libro è stato svelato: è la cialtroneria, appunto, questo virus terribile, pervasivo, mutante, letale, sottovalutatissimo e dunque contagiosissimo che per il tramite del suo veicolo preferito, cioè l’uomo, si accanisce ormai quasi incontrastato su ogni sostanza creata dal buon Dio. Ecco che, tessuto dalla storia di Giovanna Fatello e dei suoi carnefici, il velo pietoso del titolo si posa sul florilegio di sciatterie, trascuratezze, incurie, facilonerie, mascalzonate, volgarità, scorrettezze, pecionate, furbate, fregnacce, sopraffazioni che circondano Albinati come tutti noi, alle quali ci siamo disgraziatamente abituati, lasciando che alcune divenissero addirittura uso comune, retorica di massa, stile. Il paniere presentato dal libro ne evidenzia un campione ricco e rappresentativo, dal ricorso a frasi idiomatiche come «mejo che ’n carcio nei cojoni» al torpore con cui sono state accolte le immagini dei pestaggi di Santa Maria Capua Vetere, al punto che diventa veramente difficile per chiunque chiamarsene fuori — perché alla fin fine anche solo sopportarla, la cialtroneria, anche solo cambiare canale, non frequentare i social media, abbozzare davanti alle provocazioni, firmare petizioni, non firmare petizioni, rifugiarsi nella grande letteratura, nella filosofia, nell’arte, anche tutto quello che un poveraccio può sforzarsi di fare per distanziarsene, è complicità con la cialtroneria. Perché siamo tutti contagiati, ormai, e l’unica cosa veramente onesta che possiamo fare è, almeno, rendercene conto. L’innocenza non esiste più. Anzi, come ripete proprio la voce del buon Dio, già nel 1969, alla fine della Sequenza del fiore di carta — una delle intuizioni presagiche di Pier Paolo Pasolini, dato che oggi è assai più vero che allora — l’innocenza è una colpa. L’innocenza è una colpa. Lo capisci? Gli innocenti saranno condannati, perché non hanno più il diritto di esserlo.

 

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