Conte, l’emergenza sarà lunga. appello all’Europa

Tremula e lontana, la luce in fondo al tunnel forse c’è davvero. I decessi sono ancora tantissimi, ieri 683, ma in decrescita rispetto al giorno precedente come anche i nuovi casi di positività, 5.210. Ma soprattutto scendono, e di oltre 100 unità, i ricoveri in terapia intensiva. Non significa che si possa tirare anche un minimo sospiro di sollievo, la lotta al virus resta il fronte principale, ma c’è spazio anche per altre preoccupazioni, meno urgenti, potenzialmente non meno gravi. Si spiega con quelle preoccupazioni la strategia che da due giorni il governo dispiega, sia sul piano delle mosse concrete che della comunicazione.

IN TESTA ALLA LISTA c’è la tenuta del Paese a fronte di un’emergenza prolungata. «Non arriveremo al 31 luglio», ha promesso Conte. Ma per moltissime persone anche arrivare a maggio sarebbe disastroso e quella è un’eventualità che nessuno, al governo o alla Protezione civile, se la sentirebbe di scartare. Per quelle persone la crisi economica non è dietro il prossimo angolo: è già il presente. I 600 euro di sostegno del governo non bastano e non arriveranno neppure a tutti. Conte ieri ha fatto capire che il decreto economico di aprile sarà di portata non inferiore a quello di marzo: dunque altri 25 miliardi e probabilmente anche di più ma neppure questo, nonostante le dimensioni senza precedenti dello sforzo, sarà sufficiente.

DI QUI L’OBBLIGO di fare il possibile per garantire la coesione sociale, politica e istituzionale, senza la quale quella tenuta sarebbe presto a rischio. La solidità della tregua fra governo e opposizione, raggiunta grazie ai buoni uffici di Sergio Mattarella, si vedrà proprio al momento di scrivere il prossimo decreto, anche se alla destra non è piaciuto affatto che il premier, nel suo discorso abbia evitato un appello esplicito e diretto all’opposizione.

SEMBRA INVECE CHIUSO il contenzioso potenzialmente più devastante, quello con i sindacati. La lista delle attività considerate essenziali e per le quali non vige la sospensione delle attività sarà rivista e modificata. Il nuovo elenco ieri sera non era ancora stato definito ma i sindacati si dichiarano soddisfatti: «Abbiamo cambiato l’elenco e tolto tutto ciò che non era essenziale».

SUL FRONTE del rapporto con le Regioni, la formula trovata dal governo, che mantiene la guida della lotta contro il virus ma lasciando ampi margini di autonomia, ha stemperato le tensioni con la Lombardia e il nord. Non con il governatore della Campania De Luca, che ha scritto una lettera allarmatissima a Conte: «Da noi i prossimi 10 giorni saranno un inferno. Siamo alla vigilia di una gravissima espansione del contagio. Ancora una volta mi trovo a denunciare l’assurdità di una situazione nella quale i nostri medici di medicina generale sono ignorati dalle autorità sanitarie che non forniscono loro le dovute protezioni».

L’ALTRO INCUBO CHE SPAVENTA il governo è la crisi economica che seguirà quella sanitaria. L’Istat prevede «uno shock economico inimmaginabile». La Corte dei Conti profetizza la necessità di interventi «come quando si esce da una guerra». La sospensione del Patto di stabilità non basta: sempre di debito si tratta. Persino lo sganciamento degli aiuti del Mes dalle misure draconiane che dovrebbero accompagnarlo servirebbe a poco, perché pochi, a fronte della crisi che si prepara, sono i margini a disposizione del Fondo Salvastati. Serve invece «uno strumento comune di debito emesso da una istituzione europea per raccogliere fondi sui mercati, sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati membri», cioè gli eurobond, per l’occasione ribattezzati Coronabond, emessi dalla Bce. Questo chiede Conte, in una lettera al presidente del Consiglio europeo Michel firmata anche da Francia, Spagna, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Slovenia in vista del vertice di oggi.

«L’emergenza non conosce confini. La risposta, anche sul piano economico-finanziario, deve essere poderosa, coesa, tempestiva», scrivono i nove capi di Stato. La presidente della Bce Lagarde e quella della Commissione von der Layen sarebbero d’accordo. La Germania e i Paesi del nord no. In ballo c’è la sorte dell’Italia ma anche quella dell’Unione europea.

 

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