Cinema, teatro e musica: la cultura è la più colpita

«Non si muore di virus, si muore di fame». La macabra battuta è di una attrice anonima. E rende bene lo stato d’animo dei lavoratori dello spettacolo. Un intero settore bloccato dai decreti e dalle disposizioni di governo, Regioni, prefetti e sindaci che hanno vietato «le manifestazioni culturali». In questo modo in buona parte d’Italia – ormai non solo il Nord – non si tengono più concerti, spettacoli teatrali, i cinema sono chiusi o deserti, i film in uscita vengono rimandati, i musei sono chiusi.

UN SETTORE INDEFINITO «perché i lavoratori stabili sono una piccola minoranza, perché è difficile distinguere tra professionisti e amatori, perché non esistono stime precise ed affidabili e quando ci provano l’Istat o l’Enplas (l’ente pensionistico dei lavoratori dello spettacolo, ndr) o altri fanno sempre confusione, perché sono quasi tutti senza tutele», spiega Emanuela Bizi, segretaria nazionale della Slc Cgil.
Di cifre ne snocciolano invece le varie associazioni di impresa. Per l’Anec – l’associazione nazionale esercenti cinema – martedì il calo delle presenze nei cinema fuori dalle zone rosse è stato del 75 per cento rispetto alla settimana precedente. Senza dimenticare «il blocco di alcune produzioni in corso», sottolinea 100autori, l’associazione più rappresentativa di registi e sceneggiatori.
«Per lo spettacolo dal vivo, la settimana di chiusura – dallo scorso weekend fino al prossimo 1 marzo – dei luoghi di spettacolo situati nelle Regioni bloccate provocherà un perdita di oltre 10 milioni di euro, diretta causa della cancellazione di 7.400 spettacoli», stima l’Agis, l’associazione generale italiana dello spettacolo, elaborando dati Siae.

Numeri in prospettiva ancora peggiori arrivano da Assomusica – associazine tra i produttori e gli organizzatori di musica dal vivo – su stime fornite da TicketOne – il gigante della vendita dei biglietti on-line: «La vendita dei biglietti si è completamente fermata a livello nazionale: perdite già di circa 10,5 milioni per i soli spettacoli di musica, altri 20 milioni sulle città che avrebbero dovuto ospitare gli eventi», dichiara il presidente Vincenzo Spera.

IL SEGMENTO PIÙ COLPITO è certamente quello del teatro per ragazzi, un piccolo gioiello italiano invidiato e invitato nel mondo. «Noi siamo in una tripla crisi – spiega preoccupato il presidente dell’Astra, l’Associazione Teatro per Ragazzi dell’Agis Lucio D’Amelio – perché subiamo la chiusura degli spazi adibiti allo spettacolo dal vivo, lo stop alle uscite didattiche nelle scuole e, non ultimo, la revoca delle tournée perché in questo momento noi italiani siamo visti come prima noi vedevamo i cinesi: le nostre compagnie non sono gradite». Una vera beffa. «Se il teatro per ragazzi salta metà stagione è davvero un disastro», sintetizza D’Amelio.
All’interno di questo settore stanno anche i lavoratori dei musei. «E quella è la chiusura più assurda – protesta Emanuela Bizi della Slc Cgil – perché nei musei ci stanno al massimo dieci persone per sala mentre negli ipermercati si ammassa molta più gente». Per fortuna su questo fronte arrivano segnali incoraggianti. Il sindaco di Milano Beppe Sala ha chiesto di lasciar riaprire i musei cittadini al premier Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e con il ministro della Cultura, Dario Franceschini: «Ripartiamo dalla cultura, riapriamo qualcosa – ha detto – possiamo cominciare dai musei o da altro, ma la cultura è vita». Anche se risposte normative – serve modificare il decreto – non sono ancora arrivate.

Per tutte queste ragioni sia le associazioni di impresa che i sindacati – lettera unitaria firmata Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom – hanno scritto al ministro competente Dario Franceschini per chiedere di dichiarare lo «stato di crisi con l’obiettivo di adottare quanto prima misure a sostegno di un settore in questi giorni gravemente penalizzato».

FRANCESCHINI HA RISPOSTO convocando per venerdì le sole associazioni datoriali e non i sindacati: Anica (l’associazione di Confindustria del cinema), Apa (produttori audiovisivi), Anec più l’associazione 100autori. «Chiediamo ammortizzatori in deroga e un Fondo specifico di settore», spiegano i sindacati. «Con Agis e Anec abbiamo già fissato un accordo quadro che ora va validato dalla singole regioni, competenti per la cassa integrazione in deroga – puntualizza Emanuela Bizi della Slc Cgil – anche se sappiamo che i lavoratori coinvolti sono solo il 10-15% del totale. I 72 euro di paga minima giornaliera previsti come indennità dal contratto nazionale “in caso ricadute causate da forza maggiore” le imprese medio-piccole non potranno sostenerli, così come alcuni teatri “nazionali” o di “rilevante interesse culturale”. Per gli autonomi i segretari confederali hanno chiesto 500 euro una tantum al governo, chiediamo che ci siano anche per i lavoratori intermittenti del nostro settore. Quanto al Fondo specifico di settore, se si erano trovati 12 milioni per il solo teatro Eliseo a Roma, si può partire da quelli», conclude polemica Bizi.

Per 100autori «è necessario che i ministri competenti elaborino una risposta che non renda questa crisi una crisi definitiva».

 

ilmanifesto.it