Catena di comando

L’inchiesta di Piacenza e i problemi dell’Arma
di Carlo Bonini
segue dalla prima pagina P arliamo di un canovaccio liso, che conosciamo bene. Purtroppo. Per averlo sentito declinare, fino allo sfinimento, al G8 di Genova (2001), negli anni delle coperture dei responsabili dell’omicidio Cucchi (2009), nel caso Marrazzo (2009), negli episodi di violenza sessuale a Firenze (2017), nell’inchiesta che svelò le sistematiche violenze di 27 militari nelle caserme della Lunigiana (Massa Carrara 2018) e che ha fatto capolino financo di fronte alle legittime domande sollevate dalle omissioni e menzogne che hanno accompagnato la ricerca della verità sulla notte in cui perse la vita il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega (2019). E cioè l’idea stravagante che, in un corpo sano, quale l’Arma è, alberghino, come fossero un incidente statistico, pochi e malvagi alieni capaci di consumare ogni genere di nefandezza nell’attonita ignoranza delle catene di comando. Le famose e stucchevoli “mele marce”.
Non è così. O, meglio, non è esattamente così. In questi anni, le indagini e i processi a carico di carabinieri infedeli (diciamo sicuramente una assoluta minoranza. E tuttavia una minoranza in sinistra crescita statistica) hanno documentato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la malattia che avvelena l’Arma è stata e continua ad essere il riflesso pavloviano di catene di comando che confondono la difesa dell’onore dell’Arma con la congiura del silenzio o, peggio, con la tolleranza sciagurata verso chi abusa di un’uniforme. Come se la strategia della riduzione del danno — confinare la punizione alle “poche mele marce”, invariabilmente personale della territoriale — aiuti a mettere in salvo il corpo sano da ciò che lo avvelena. Come raccontiamo oggi su questo giornale, la caserma Levante e il comando provinciale di Piacenza distano due chilometri in linea d’aria. Possibile che in tre anni nessuno, ma proprio nessuno, si sia accorto che in quella caserma le cose non andassero per il verso giusto? O che il comando di compagnia, da cui la “Levante” dipendeva direttamente in via gerarchica, nascondesse qualcosa? E ancora: come è possibile che sulla “banda di Levante” siano piovuti nel tempo encomi su encomi? Forse perché, gli “encomi” sono diventati il solo strumento di carriera della truppa agli occhi di una gerarchia che da tempo non vuole più sapere come quegli arresti vengano fatti. O forse perché encomio chiama encomio. E una mano lava l’altra. Al punto, tanto per dire, che tra i distratti comandanti provinciali che in questi tre anni nulla hanno percepito stesse accadendo a Piacenza, uno degli ultimi, oggi, lo si trovi capo della segreteria della ministra delle Infrastrutture.
Il Comandante Generale dell’Arma Giovanni Nistri è un ufficiale per bene. E a suo merito resta e resterà il coraggio di aver fatto ciò che nessun altro Comandante generale aveva fatto prima di lui. Costituire l’Arma parte civile in un processo che vede imputati militari e ufficiali del Corpo (il caso Cucchi). Ma evidentemente, se di fronte ai fatti di Piacenza le domande tornano ad essere quelle che per dieci anni hanno accompagnato i depistaggi del caso Cucchi (ricordate? Nessuno sapeva, nessuno aveva visto e qualche mascalzone l’aveva fatta in barba a tutti), questo allora significa che quanto fatto sin qui non è bastato e non basta a modificare la cultura di ufficiali e sottufficiali che continuano a pensarla diversamente. A interpretare il comando come una garanzia di impunità o extraterritorialità delle proprie caserme. E dunque che è necessario esplorare nuove strade. Più dolorose, se necessario.
Non è un caso, del resto, che con un atto che non ha precedenti nella storia repubblicana, la “Levante” sia stata sequestrata come corpo del reato, inibendone l’accesso a qualunque carabiniere. Fosse anche per tenere aperto lo sportello denunce. Né è un caso che la delega di questa indagine sia stata affidata da un magistrato di assoluta limpidezza come il Procuratore Grazia Pradella, a un corpo di polizia diverso dall’Arma.
Il generale Nistri e con lui la classe politica del Paese farebbero bene a riflettere sul significato di questa decisione. Che racconta la sfiducia profonda verso catene di comando che si ritengono non libere di individuare e isolare il male che avvelena il Corpo. È una pessima notizia. Per l’Arma, per chi ne onora l’uniforme e per il Paese. Ma è la verità. E non la si può più ignorare.
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