Carandini scava Carandini

Settecentoottantacinque pagine (circa) e un titolo in cui c’è tutto l’autore: L’ultimo della classe Archeologia di un borghese critico (Rizzoli, euro 28,00). Archeologia, non autobiografia. Il libro è, di fatto, uno scavo: nelle case-cose-carte degli avi e dei nonni (Francesco Carandini e Luigi Albertini), nel sottosuolo dove la ricerca si allarga, con sguardo warburghiano, dal singolo reperto subito idealizzato ai minuti frammenti che vanno studiati e restituiti a un contesto più ampio per ricostruire un ambiente, per resuscitare un mondo sommerso. E infine uno scavo all’interno di sé per individuare non tanto l’essere ma il farsi della persona, secondo le regole di quella «borghesia critica» a cui Andrea Carandini appartiene e che l’ha segnato per sempre.
Nella sua recensione sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, di fronte all’esuberanza di particolari esposti, si è lasciato andare a un’obiezione circa la minuta lista dei farmaci che, col passare degli anni, Carandini è venuto ad assumere (pp. 469-470) e invoca l’intervento di un editor per sfoltire, per tagliare almeno qualcosa. Giusto, ma cosa? Sarebbe come occultare o peggio gettar via un prezioso frammento nella congerie dei reperti archeologici. Carandini va letto così, in toto , fino ad arrivare stremati alla fine. Perché Carandini è il suo libro e solo così lo si comprende in tutta la sua complessità e le sue contraddizioni.
Indagine, riflessione. L’operato di una vita esposto in tutta la sua ampiezza: studio, ricerca, carriera, incarichi, cariche pubbliche, dissidi accademici, amici-nemici, venerati maestri. La vita intellettuale, egualmente esibita nei riferimenti ampiamente commentati ai libri prediletti e ai saggi di vario genere – frutto comunque di uno «scavo» indipendente, personale ed elitario. Il debito verso la famiglia, intesa come un clan allargato che comprende vivi e morti anche non conosciuti, poiché «le radici dei ricordi scendono fin sottoterra» (p. 229). Si potrebbero isolare dei «filoni» ma in realtà i confini non sono netti e poiché di tutto non si può parlare, scegliamo di seguire per sommi capi la vita concreta di Andrea Carandini, per cercare di afferrare tanto il suo essere che il suo farsi.
La vita di Carandini ha il suo inizio simbolico nel Canavese, nei piccoli paesi di Colleretto e Parella in provincia di Ivrea. L’autore ricostruisce il ramo Giacosa-Albertini e quello dei Carandini risalendo alle origini ed elencando i personaggi che hanno dato lustro alle famiglie, le connessioni che hanno fuso gli Albertini con i Carandini in un’unità endogamica a cui estremi opposti si collocano Tania Tolstoj, nipote del mitico Lev e moglie di Leonardo Albertini, e lo stesso Andrea che si pone all’esterno come osservatore critico di quel piccolo mondo antico (alle cui idealità finirà per ritornare come all’unico mondo possibile). Delle tre famiglie –tra Colleretto e Parella – Carandini descrive minutamente, come detto, le case, le cose, le carte. «Frugavo assiduamente in cassetti, armadi, cassepanche, librerie, stirerie, soffitte e legnaie e così ho messo in atto, per la prima volta… le mie prime e solitarie campagne di scavo…» (p. 218).
Le campagne di scavo. Sarà, Carandini, un archeologo sui generis, promotore di quella «filologia delle cose» che vuole affiancarsi con pari dignità all’altera «filologia della parola», la quale rivendica a sé il primato del pensiero sulla pratica dello scavo, ritenuta un puro lavoro di sterro. Laddove la filologia dei testi, stanca di scavare, cerca a volte un’evasione romanzesca o un’esposizione narratolgica – l’archeologia di Carandini porta la filologia nella pratica dello scavo. Di qui lo scontro con l’archelogia militante, e quindi con i colleghi, anche gli amici, di qui quel suo «andare da solo in un mondo antichistico tanto avverso» (p. 325).
L’indipendenza rivendicata da Carandini (p. 24) è anche libertà: quella che gli deriva dal ramo Albertini, dal nonno Luigi, dimissionario dal Corriere della Sera per la sua opposizione al regime fascista nel 1925, e dalla madre Elena che, pur condizionata dalle regole vigenti al suo tempo e nella sua classe, ricava dall’educazione fatta in casa e perciò lontana dalle scuole, appunto l’indipendenza, che trova espressione nei suoi bellissimi diari (di cui Andrea riproduce nel libro ampie parti, commentandole secondo la sua abitudine): libertà di giudizio, sugli eventi pubblici, sulle varie conoscenze, intimi amici e personalità altolocate, sui propri famigliari, il marito, i cinque figli, e infine la libertà di esprimere le ribellioni e le inquietudini e sofferenze più segrete del suo animo. Tutto quello che a sua volta Andrea porta alla luce, in piena indipendenza di spirito, in una società più libera ma non meno condizionata, per lui, da leggi antiche.
Con il mondo di Colleretto e Parella alle spalle come ineludibile sfondo, la vita di Andrea Carandini si svolge concretamente a Roma, dove Luigi Albertini si trasferisce dopo le dimissioni dal Corriere e dove Andrea nasce nel 1937. A Roma Albertini esporta l’industrialismo lombardo acquistando, nel ’26, la tenuta di Torre in Pietra, ampliata poi con altre tenute: 2400 ettari, di cui almeno 2000 da bonificare per poi impiantare un’industria agricola, coinvolgendo nell’impresa il figlio Leonardo e il genero Nicolò. «Nonno Gigio» muore nel 1941, eppure questo nonno appena conosciuto è la figura di riferimento del giovane negli anni futuri, insieme, come si è detto, a quella della madre Elena. Il ramo Albertini prevale sul ramo Carandini.
Ancora una volta, le case: la bella dimora sul Quirinale e la tenuta di Torre in Pietra saranno le nuove «case d’anima» di Andrea. E non solo quelle. Quando le tensioni della vita accademica diventano insopportabili, sono ancora le case a dargli sollievo. Diciamo pure che poteva permetterselo, favorito dalla sua vita agiata. Sono la villa dei Ronchi in Versilia, appartata e d’élite, ristrutturata dal padre Nicolò, dove si svolgono estati di ozio e di svago in compagnia di vicini illustri e comunque per lo più extra-universitari (Piero Calamandrei, i Passigli, Alberto Savinio, Filippo Sacchi, Luigi Dallapiccola): con Alvise Passigli Andrea intraprenderà un memorabile viaggio attraverso l’Europa, in Topolino. E poi «La Ginestraia» alle falde del Vesuvio, ancora una casa di famiglia voluta da Elena e Nicolò Carandini. Infine Andrea si stacca dal clan e i suoi rifugi diventano l’alloggio coniugale in Trastevere, la villa sull’Argentario e infine, precorrendo i tempi, la casetta di Deià a Maiorca, l’ultimo paradiso.
Ma quando genitori e fratelli maggiori (Maria, Margherita, Guido) vengono a mancare, Ulisse ritorna a Itaca, nella casa natìa sul Quirinale. E il Quirinale e Torre in Pietra diventano le mete del suo andare e venire ritrovando tutto il passato ancora presente nelle carte e negli oggetti recuperati e riuniti nelle due sontuose dimore (ampiamente illustrate negli inserti fotografici del libro). «Sono tornato a vivere nella casa in cui mio padre e mia madre erano entrati nel ’26 e dove, al piano di sopra, aveva vissuto il nonno Gigio…» (p. 430).«Giro per l’amatissima casa, vedo i fratelli e i genitori scomparsi che frequentano ancora queste stanze, come osservo gli oggetti che a loro mi riconducono…» (p. 579).
La lunga corsa volge alla fine. Quella «fretta» di cui Carandini era accusato, quella spinta a «fare» e a «farsi» che lo trascinava come un vento, trova una quiete serena, senza nostalgia e senza rimpianti – per lui, già abituato a convivere con i vivi come con i morti – nella quiete domestica dove dominano soprattutto le donne, la moglie, Mara Fazio, le figlie, Amalia, Cosima, Greta, i nipoti; anche in questo libro, in cui dona se stesso senza riserve; e nel suo definitivo ritorno a quella «borghesia critica» in cui alla fine si riconosce: ultimo esemplare forse, ma non privo di speranza per il futuro. Un futuro che si fonda su una «vita nuova», la neonata nipotina Lea cui il volume è dedicato, alla quale passare il testimone come a un novello Ulisse che da Itaca riparte per nuove avventure: e l’avventura è la rinascita di una borghesia illuminata, certo diversa da quella d’antan, ma consapevole del passato; il miraggio di un’élite che, su altre basi, ricostruisca il contesto perduto.
A questo sogno è indissolubilmente legato anche quell’aristocratico distacco a cui il «bastian contrario» Carandini (così è stato definito) non ha mai rinunciato e che ha sempre caratterizzato la sua vita concreta, la sua vita intellettuale, le sue opere. Et si omnes, ego non.

 

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