Cambiano le gerarchie urbane Ma le città non moriranno

 

di Edoardo Campanella* e Francesco Profumo**

 

Il Grande Lockdown ha alterato la percezione di spazio per milioni di persone. Per settimane, le interazioni sociali e professionali tipiche della nostra quotidianità sono state mediate da tecnologie digitali che hanno compresso la distanza fisica, offuscando i confini tra mondo virtuale e reale. Un esperimento socioeconomico di tale portata trasformerà diversi aspetti della nostra vita, inducendo molte persone a ripensare non solo come vivere, ma anche dove, magari lavorando lontano dal proprio posto di lavoro in luoghi con una qualità della vita più alta.

La diffusione su vasta scala del lavoro da remoto, però, non porterà necessariamente alla morte della città in quanto tale. Il virtuale non è ancora un perfetto sostituto del reale. Si potrebbe avere, piuttosto, un ribaltamento delle gerarchie urbane tra centro e periferia che hanno caratterizzato l’Occidente fin dai tempi della Prima rivoluzione industriale. Si tratta di un fenomeno globale, ma che risulta particolarmente rilevante per un modello di sviluppo come quello italiano che negli ultimi anni da policentrico è diventato sempre più monocentrico, con Milano come fulcro incontrastato del sistema.

Da un punto di vista strettamente economico, l’ascesa e il declino di una città, e di conseguenza l’evolversi delle gerarchie urbane, è storicamente dipeso da due fattori: l’effetto agglomerazione e i costi di localizzazione. Nelle città di successo si respira un’atmosfera particolare che attrae persone e imprese con interessi simili, così facilitando lo scambio di beni, servizi, lavoro e idee. Storia, infrastrutture, università di prestigio e grandi capitali finanziari sono solitamente i principali fattori d’attrazione.

In epoca industriale, poi, il magnetismo di una città è spesso dipeso dalla sua localizzazione rispetto ai mercati di approvvigionamento o di sbocco, e quindi dalla sua abilità di ridurre i costi di un’impresa. Pittsburgh, per esempio, siede, letteralmente, sopra una montagna di acciaio, di cui è grande produttrice. Oltre un secolo fa, i confezionatori americani di carne per la grande distribuzione decisero di concentrarsi a Chicago, a metà strada tra i grandi pascoli dell’ovest agrario e i mercati finali dell’est urbano.

Con il prosperare di una città, che attira talenti e capitali, molte altre vengono spinte ai margini del sistema economico, facendo gradualmente emergere chiare gerarchie urbane a cui corrispondono altrettanto chiare disparità di ricchezza. In alcuni casi, la piramide può essere ripida e stretta come in Francia dove la maggior parte delle attività economiche sono concentrate a Parigi. In altri, invece, può essere larga e piatta come in Germania, dove il sistema federale porta a un modello di sviluppo diffuso.

Ovviamente, le gerarchie urbane non sono qualcosa di statico. I posizionamenti all’interno della piramide cambiano in base alle alterne vicissitudini di una città. La globalizzazione, che ha portato molte aziende a spezzettare la loro produzione in giro per il mondo, ha ridotto l’importanza dell’elemento localizzazione, limitando l’influenza sistemica di molte città a vocazione industriale. Vent’anni fa Detroit divenne una città fantasma con la crisi del settore automobilistico.

Il fattore aggregazione, invece, ha continuato a giocare un ruolo fondamentale per i poli tecnologici e finanziari, da New York e Londra a Tel Aviv e Berlino. Le professioni a elevato contenuto di conoscenza beneficiano fortemente dall’interazione sociale e intellettuale. Non a caso, vi è una forte correlazione tra dimensioni di una città e numero di brevetti registrati per milione di abitante. Questo effetto di cross-fertilizzazione, combinato all’impatto della globalizzazione, ha portato nel caso italiano all’assottigliamento della piramide e all’incedere impetuoso di Milano.

Prospettive

In Italia si potrebbe tornare verso un modello di sviluppo policentrico, più bilanciato di quello attuale

Ma le nuove tecnologie digitali stanno riducendo in modo drastico i benefici derivanti dall’agglomerazione, permettendo di coglierli almeno in parte a distanza. Il potenziale di molte piattaforme digitali, evidente prima della pandemia, si sta ora realizzando su vasta scala. Studi dimostrano come anche una breve interazione tra colleghi, saltuaria e a distanza, possa avere un impatto sulla produttività maggiore rispetto a incontri lunghi e quotidiani. E così anche il secondo fattore alla base della concentrazione urbana viene gradualmente meno.

Se la domanda di incontri di persona dovesse diminuire drasticamente, i costi di agglomerazione di città affollate e costose inizierebbero a superarne i benefici, spingendo anche professionisti qualificati verso città più piccole, dove godrebbero di maggiore potere d’acquisto e di standard di vita più elevati, mantenendo formalmente il loro posto di lavoro altrove. Qualcosa che sta già succedendo, per esempio, in Silicon Valley, a Londra e nella stessa Milano. Del resto, molte delle opportunità di svago e professionali che rendono uniche le grandi metropoli sono appannaggio di una piccola élite.

Una fuga da città ricche e dinamiche verso aree economicamente stagnanti o addirittura depresse non ha precedenti. Storicamente è sempre avvenuto il contrario. Si avrebbe non solo un riassetto, ma anche un appiattimento delle tradizionali gerarchie urbane. I grandi centri come Milano o Londra, dove molti lavori a distanza rimarrebbero formalmente localizzati, continuerebbero a mantenere molta della loro influenza economica. Ma la ricchezza sarebbe meno concentrata e raggiungerebbe anche le aree più periferiche grazie a un loro graduale ripopolamento.

Nel corso del tempo, l’afflusso di professionisti verso aree stagnanti porterebbe alla creazione di una domanda di beni e servizi offerti localmente che favorirebbe l’emergere di un modello di crescita più equilibrato dal punto di vista geografico. In media, un lavoro qualificato e ben retribuito ne crea circa cinque meno qualificati all’interno della stessa economia locale. Così si colmerebbero parte dei divari regionali alla base dell’ondata populista degli ultimi anni. Per facilitare una simile transizione, è necessario costruire infrastrutture digitali adeguate nelle aree periferiche, fornire crediti d’imposta per il trasferimento di residenza e ampliare gli incentivi per lo smart working. L’Europa, dove città con secoli di storia sono completamente spopolate, potrebbe vedere la rinascita di alcune delle sue regioni a più alto potenziale. E in Italia si tornerebbe verso un modello di sviluppo policentrico, più bilanciato di quello attuale.

* Future World Fellow

dell’Ie University di Madrid

** Presidente della Compagnia di San Paolo e dell’Acri

 

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