Asciano, il mio paradiso in terra

Personaggi Il debutto al Cantiere di Montepulciano con «Fuga a tre voci», il nuovo film, la grande passione per la lirica Marco Tullio Giordana si racconta dalla sua casa nel Senese: «Non vedo l’ora di occuparmi solo della campagna»

 

«Braccia rubate all’agricoltura», si schernisce così Marco Tullio Giordana, celebre regista cinematografico, televisivo e teatrale, vincitore di quattro David di Donatello, sceneggiatore e saggista. Ora per la prima volta pure drammaturgo. Il 1° agosto (con replica il 2 viste le tante richieste) il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano ospiterà al Teatro Poliziano l’anteprima nazionale di Fuga a tre voci , una creazione di Marco Tullio Giordana dal carteggio fra la poetessa austriaca Ingeborg Bachmann e il fondatore del Cantiere, il compositore Hans Werner Henze.

Fuga a tre voci perché tre sono appunto le voci in scena, quella di Alessio Boni come Henze che legge le lettere ricevute dalla Bachmann, Michela Cescon che legge le missive a lei indirizzate da Henze, a cui fanno da controcanto le composizioni per chitarra dello stesso Henze suonate da Giacomo Palazzesi. Che è stato un po’ il deus ex machina di questa impresa. «Fu lui a consigliarmi, durante il lockdown, di leggere l’autobiografia di Henze — ricorda Giordana — Un volumone di circa settecento pagine che mi ha conquistato. Henze è stato uno dei grandi intellettuali del Novecento e una delle sue voci più acute. Da lì mi è venuta voglia di sapere tutto dell’amicizia fra la Bachmann e Henze, una relazione così stretta e profonda in cui l’elemento erotico è cancellato all’origine, data la nota omosessualità di Henze. Leggendo il loro carteggio è poi nata l’idea di questo spettacolo, che inizialmente era stato pensato per la fase pandemica acuta. Avevo infatti chiesto ad Alessio Boni e a Michela Cescon, a cui mi legano profondi rapporti di amicizia, di produrre dei piccoli video per ogni loro lettura delle epistole. Poi, davvero non so come siamo riusciti a uscirne, è tornata la possibilità di fare teatro coi corpi di tutti, così eccoci qua. Avevo raccontato questa mia cosa a Palazzesi, che deve tenere un concerto a Montepulciano. Lui ne ha parlato col Cantiere e il Cantiere ci ha invitato».

Anche perché Giordana divide con Henze l’amore per queste terre, visto che ha una casa, vissuta ed amata, ad Asciano. «Loro si definiscono ‘la città del garbo’. Ho tanti amici in zona, mia moglie viene da una famiglia con ascendenze chiantigiane, anche se più oleare che vinicole. Magari avessi passato il periodo dell’isolamento ad Asciano, mi sono fatto convincere a farlo a Roma, sbagliando. Perché io da bambino ho vissuto molto in campagna e non vedo l’ora di occuparmi solo di quello». Da un lato l’amore per la parola, dall’altro quello per la natura. «Tornando qui dopo il lookdown ho trovato una natura lussureggiante. Ero anche orgoglioso di me stesso, perché i primi che avevo notato erano degli alberi a cui avevo dedicato cura particolare nella potatura. ‘Ecco, vedi come sono stato bravo!’ Poi mi sono girato dall’altra parte e ho visto che anche quelli che non avevo curato erano lussureggianti. Dalla finestra di casa ho fotografato una martora che stava mangiando le susine di un albero sottostante. Cambieranno le cose, non so come, forse sono già cambiate. E la cultura prepara sempre il cambiamento. Tutta la fantascienza descrive una società a cui ci andiamo sempre più avvicinando. Speriamo però che questo non sia un processo irreversibile».

Sta lavorando a un nuovo film Giordana ma non può rivelarci nulla. «Ho il divieto assoluto da parte dell’ufficio stampa. Una cosa però la posso dire: è prodotto da Netflix. Sono arrivate tante piattaforme che riaprono circuiti di cinema sempre più in crisi. L’arrivo delle piattaforme spinge a far vedere i propri film anche su un piano internazionale. Io ho avuto la fortuna di aver fatto fin dal mio esordio coproduzioni. Così devi per forza chiederti: ma uno straniero lo capisce questo? E un bambino?».

Giordana ha riflettuto anche sul diverso uso della parola nel cinema e in teatro. Inoltre ha curato alcune regie liriche e l’opera è uno dei capisaldi della nostra cultura nazionale. «A Firenze, al Maggio Musicale, ho curato la regia de La battaglia di Legnano di Giuseppe Verdi. Mi ero ispirato alla pittura ottocentesca di Amos Cassioli, il più importante fra gli artisti nati ad Asciano. Mi è piaciuto moltissimo e vorrei tanto essere richiamato per una regia lirica. Anche nel cinema ci sono registi che si avvicinano alla cultura operistica. I film di Fellini, per esempio, sono veri film opera. Anche in Sergio Leone questo elemento è molto forte. Nel finale di C’era una volta il West ci sono quindici minuti con pochissime parole e la musica di Ennio Morricone. Il teatro invece è una cosa meravigliosa che si può fare con poco. Mentre salivo da Roma a qui attraverso strade interne riflettevo su come ogni paesino avesse il proprio teatro. Di come ogni principe, ogni possidente ritenesse il teatro indispensabile nella dieta della città. Qui ci sono paesi che sono rinati grazie al teatro». Ma la campagna dell’infanzia di Giordana è molto diversa da quella toscana. È la campagna lombarda dove il virus è stato più crudele. «Ho tanti affetti lassù, li sentivo tutte le sere. Ho perso amici, conoscenti. Proprio là, terra di leghisti, sono stati mandati i medici cubani. I cremaschi erano molto diffidenti, ma poi li hanno amati tantissimo. Sono nate amicizie, amori, ora guai a chi gli tocca i medici venuti da Cuba. Ecco, sì, il virus ci ha cambiato e ci cambierà».

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