Approfittiamo di questa chiusura per riprogettare il nostro futuro

di Sergio Risaliti
Dopo un lockdown di tre mesi che ha messo a dura prova il sistema museale italiano, e una ripartenza che aveva restituito energia a tutti, purtroppo i musei italiani sono costretti a chiudere le porte per la seconda volta in meno di un anno. Fa male vedere le sale vuote. Lavoreremo sodo sui social, in modalità digitale, è vero. Ma l’arte si gode in presenza. Inutile far finta del contrario. L’arte non sempre è uno schermo, anche se la digitalizzazione potrà arricchirci di straordinarie esperienze sensitive, incrementare la sete di conoscenza e una nuova sensibilità estetica. Sarà un autunno durissimo da sopportare senza quei momenti di felicità che solo l’arte in presenza può assicurare a tutti, democraticamente e senza discriminazioni. Lo sconforto e il malessere, che si sono fatti sentire nei teatri e nei cinema, montano anche nelle istituzioni museali. Soffrono, con noi, anche le gallerie d’arte, gli antiquari, le case editrici, gli uffici stampa e soprattutto gli artisti di cui ci facciamo vanto quando vogliamo alzare la testa tra le grandi potenze del mondo. Eppure, al netto delle perplessità, dobbiamo accettare questa seconda prova. Lo dobbiamo fare per sacrosante ragioni sanitarie.
Chiediamo agli amanti dell’arte di avere ancora pazienza, e di sublimare l’astinenza con virtual tour e altre esperienze digitali.
Facciamo però in modo che questo crollo di civiltà sia una prova di maturità anche per il mondo delle “belle arti”.
Facciamo sì che il cambiamento non sia rimandato. Cambiamo prospettiva come nel Rinascimento. Allora si mise l’uomo al centro del mondo. Oggi per quanto riguarda i musei mettiamo i cittadini al centro dell’attività museale. E dunque liberiamo la bellezza dalla schiavitù del profitto, del ritorno economico, della quantificazione dei biglietti staccati. Rovesciamo la prospettiva che vuole il turismo di massa dettare legge sull’apertura o meno dei musei, sulla qualità dei progetti espositivi. Vorrei dire, a questo punto, il re è nudo. Il re è nudo quando si riducono le aperture perché mancano i turisti. Il re è nudo quando si rinviano le mostre con il terrore delle sale sguarnite. Il re è nudo se e quando la decisione politica è motivata da un basso tornaconto di bilancio. Poche entrate uguale troppe spese, allora meglio chiudere. Prima che i musei soffochino sotto la pressione di politiche consumistiche manteniamoli aperti per poche ore con regole rigidissime; ma non priviamo i cittadini, fossero anche dieci al giorno, del sacrosanto diritto a fare esperienza della bellezza e della produzione artistica. Prima di parlare di un piano industriale confrontiamoci seriamente sul senso e sul valore dei musei, che sono servizi pubblici essenziali alla pari di teatri e sale cinematografiche. Smettiamo di pensare all’arte come forma di intrattenimento spettacolare. Al posto di ristori e di assegni a fondo perduto, ragioniamo di sostenibilità economica, del gusto per la ricerca e di aggiornamento, di un sostegno strutturale alla sperimentazione artistica. Abbiamo poco tempo per riprogettare la “casa delle muse” in qualcosa di più solido di un castello di carte e di meno luccicante di un luna park stagionale.
L’autore è direttore artistico del Museo Novecento
Firenze – la Repubblicafirenze.repubblica.it