Piera Degli Esposti, l’incanto dell’affabulatrice

Con Piera Degli Esposti non se ne va solo una grande attrice, ma un personaggio centrale della scena e della cultura italiana. Col suo gusto per lo scherzo, vien da pensare a chi l’ha conosciuta, è morta a 83 anni, quasi «rubando la scena» a Giorgio Strehler, di cui ieri 14 agosto tutto il teatro italiano celebrava il centenario della nascita. Anche se da molto tempo aveva problemi respiratori, e se ne stava chiusa nella sua casa al Governo Vecchio. È una perdita enorme la scomparsa di Piera, così come esplosiva era stata la sua Storia di Piera, un romanzo biografico/ memoriale scritto con la complicità illustre di Dacia Maraini, amica del cuore, poi diventato film di culto ad opera di Marco Ferreri (con Isabelle Huppert che interpretava Piera da ragazza, e una premiatissima Hanna Shygulla in quello della madre, il padre era Mastroianni). Quel libro era uscito nel 1980, lo stesso anno in cui l’attrice esplodeva sulla scena in un indimenticabile grande spettacolo di Massimo Castri, Rosmersholm di Ibsen: il palcoscenico diviso da Maurizio Balò in due metà identiche e separate, in cui i protagonisti del testo di Ibsen (appunto Degli Esposti e Tino Schirinzi) comunicavano come sentendosi l’un l’altra alla radio.

TUTTA LA SUA CARRIERA del resto è stata un succedersi di apparizioni clamorose, «esplosioni» rimaste celebri perché non erano mai pure interpretazioni, quanto straordinaria vocalità e impressionante presenza scenica. Da quella infanzia e giovinezza a metà novecento a Bologna (così densamente vissuta e narrata poi in quel libro) all’arrivo a Roma, nel teatrino sperimentale dei 101 in via Turba, dove con le regie di Antonio Calenda disegna figure del tutto insolite per la scena italiana, e poi ancor più all’Aquila, dove letteralmente esplode, sotto la guida dissacratoria di Aldo Trionfo e Giancarlo Cobelli (allora nuovi ed eversivi maestri del teatro italiano) con testi elisabettiani o quanto meno lontani, riuscendo addirittura a rendere accetta a un pubblico nuovo la scrittura allora generalmente negletta di Gabriele D’Annunzio. Una forza della natura, perché sulla scena portava una grinta, un intuito e una capacità di lettura del testo assolutamente personali. Fino a quello che rimane, nella memoria, lo spettacolo monstre, ovvero Molly cara. Con Ida Bassignano, che ne avrebbe firmato la regia, attaccarono un testo ritenuto sino ad allora «difficile» anche da leggere, l’Ulisse di James Joyce. La parte finale di quella epopea dublinese che aveva segnato il ’900 letterario, diventò un monologo privatissimo quanto da condividere, un percorso tra voci, ricordi, immagini, sessualità e socialità che lasciava il segno, nell’occhio e nel cuore di ogni spettatore. Uno spettacolo che è stato replicato per anni, e che nasceva dalla forza e dalla volontà di due donne a loro modo «isolate», che si sarebbero divertite tanti anni dopo a raccontarne tra loro miserie, costrizioni e povertà portandolo in giro, quasi chiuso in una valigia.
Un fatto abnorme, anche perché per altri versi entrambe sarebbero entrate «in società»: la regista come assistente di Ronconi, Piera con una solida carriera cinematografica, con i maggiori registi italiani. In ruoli sempre contenuti, ma dove ogni volta riusciva a lasciare il segno. Anche perché a chiamarla erano Pasolini e i fratelli Taviani, Mingozzi e Gregoretti, Nanni Moretti, Bellocchio e soprattutto Lina Wertmüller che la volle in tre dei suoi film. Come in televisione del resto, dove ha indossato con grinta dei bei personaggi, anche nelle serie di richiamo, senza trovar mai nessuno che puntasse davvero su di lei, e la sua mostruosa bravura (e simpatia), per farne invece una protagonista.

COME INVECE accadeva in teatro, dove sono nati testi, importanti, scritti appositamente per lei, e sulle sue corde. Un titolo per tutti lo sconvolgente Stabat Mater che rese noto anche il suo autore, Antonio Tarantino.
A Piera Degli Esposti piaceva molto del resto affabulare il suo privato con la passione per lo spettacolo, e in questo era anche una grande «autrice». Qualcuno ricorderà la sua storia con Robert Mitchum che lei ha qualche volta raccontato anche in pubblico. Era innamoratissima dell’attore americano, del suo fascino e del suo porsi. Non ne aveva mai fatto mistero, così quando lui capitò a Roma, qualcuno pensò di farli incontrare. Il racconto di lei, dalla confessione del suo amore all’interessato fino ad un bacio assai passionale, è di per sé una sceneggiatura fantastica, degna di Achille Campanile, di cui lei per altro aveva registrato un bellissimo audio libro, Gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Era così Piera, grande lavoratrice e sguardo indagatore, creativa e pungente, consapevole e politicamente schierata, amante però dello scherzo e delle birichinate.

COME QUANDO usciva soddisfatta da qualche festa altolocata, come poteva essere da Marta Marzotto, perché la padrona di casa le aveva donato un abito di cui si era innamorata nel suo guardaroba. Un cuore semplice, una grande curiosità per il mondo, una capacità mostruosa nell’interpretarlo e offrircelo, agli occhi e al cuore.

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