Vincere perdendo voti, perdere crescendo un po’

L’illusione ottica del trionfo del centrosinistra (come, in attesa di inventare un nuovo nome, continuiamo a chiamare il Pd più i suoi satelliti con o senza i 5 stelle) sparisce quando appaiono i voti assoluti. Perché se è vero che nelle elezioni con i sistemi maggioritari a uno o a due turni quello che importa è arrivare prima degli avversari, è anche vero che prima di gridare al cambio di fase, o al «crollo dei sovranisti» è sempre meglio fare i conti con i voti veri e non con le percentuali. Perché quando l’astensione cresce com’è successo questa volta, si può anche vincere indietreggiando. Il che può certo consolare, ma non dovrebbe rassicurare per il futuro.
Per capire un po’ meglio come sono andate le elezioni comunali di domenica e lunedì, adesso che sono disponibili i voti assoluti, abbiamo preso come campione i primi dieci comuni per dimensione tra quelli che andavano al voto. Nell’ordine Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste, Ravenna, Rimini, Salerno e Latina, nell’insieme 5,8 milioni di elettori su 12,1 – cioè il 48% di tutti quelli chiamati alle urne. Abbiamo confrontato i voti raccolti oggi da cinque partiti – Pd, Fratelli d’Italia, Lega, M5S e Forza Italia – in questi comuni rispetto alle elezioni di cinque anni fa. In qualche caso non è stato possibile fare un confronto pieno: i 5 Stelle cinque anni fa erano presenti solo a Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Trieste; il Pd non c’era (e non c’è ancora, visto che comanda De Luca) a Salerno e la Lega non c’era a Napoli, Salerno e Latina.

Con i voti assoluti si vede bene perché con un’affluenza bassa – nelle nostre città è andato a votare un elettore su due – si vince con le percentuali anche quando si perde nei numeri. Il Pd, generalmente riconosciuto come il vincitore, nelle nove più grandi città italiane (Salerno come detto l’abbiamo dovuta escludere) tra il 2016 e il 2021 ha perso oltre 123mila voti, cioè quasi il 20% di quei 628mila e passa che aveva nello stesso campione cinque anni fa. Al contrario Fratelli d’Italia (dieci città su dieci) è cresciuta di 147mila voti, cioè di quasi l’82%. Ma è cresciuta anche la Lega, la grande perdente, che ha guadagnato quasi 22mila voti, cioè il 14,8%. Un dato che gli analisti in generale ed Enrico Letta in particolare non dovrebbero trascurare in vista delle prossime elezioni politiche. E magari anche dei ballottaggi di Roma, Torino e Trieste dove, come si sa, anche chi si è astenuto al primo turno può decidere di votare. Nel centrodestra la grande emorragia di voti, com’era previsto, è quella che ha colpito Forza Italia che in cinque anni nelle dieci città campione ha perso oltre 106mila voti di lista, cioè più del 45% della sua base 2016. Ma il burrone più profondo l’hanno scavato i 5 Stelle, passati (nelle prime sei città) da 698mila voti a 187mila, che significa meno 73%.

Avvicinando lo sguardo ai dati delle prime tre città, si scopre che il Pd ha perso tanti voti a Roma (38mila, cioè il 18% in presenza di un’astensione che è cresciuta dell’8,2%), molti anche a Napoli (3.800, cioè meno 8,8% in presenza di un’astensione che è cresciuta del 6,9%) ma ha guadagnato voti a Milano dove ha intercettato la corrente ascensionale di Sala (più 6.200 voti cioè più 4,2% malgrado un astensionismo dal 6,9%). I 5 Stelle hanno perso tantissimo, oltre il 70% dei voti di cinque anni fa, sia a Roma che a Milano e hanno perso assai meno, il 12,5%, a Napoli dove hanno corso in coalizione con il Pd. Fd’I è esplosa, raddoppiando e triplicando i voti sia a Milano che a Napoli, mentre a Roma è cresciuta assai meno, appena 31mila voti in più. Quasi gli stessi voti, 29mila, che ha guadagnato anche la Lega nella Capitale e in questo caso la crescita di Salvini, che partiva da una base assai più contenuta di quella dell’alleata-rivale, è addirittura del 90%. Non male per uno sconfitto.

Un’altra serie di considerazioni può riguardare invece l’astensionismo. Un’analisi dell’Istituto Cattaneo conferma la prima impressione di ieri: l’affluenza è crollata soprattutto nei grandi centri. E, nota il Cattaneo, più nelle città del nord che in quelle del sud. Si può aggiungere, senza però che si possa generalizzare troppo, tendenzialmente più nelle periferie che nei centri storici. Qualche esempio.

A Roma il municipio con la più bassa partecipazione al voto, il 42,82% rispetto alla media cittadina del 48,76%, è stato il sesto, estrema periferia est, uno dei due soli municipi (l’altro è Ostia) dove Raggi è andata meglio di Gualtieri. Nella Capitale il municipio con la più alta affluenza, il 56,52% è stato il secondo, quello dei Parioli, l’unico dove il candidato sindaco più votato è stato Calenda. A Napoli i due municipi con l’affluenza più alta cittadina sono stati quelli centrali e borghesi del Vomero e di Chiaia Posillipo, mentre i due con l’affluenza più bassa i periferici Miano e Barra San Giovanni. Quest’ultimo un quartiere storicamente rosso, dove il Pd ha raggiunto la sua percentuale più alta e il M5S la sua seconda più alta in città. Anche a Torino le circoscrizioni con l’astensione più alta sono state quelle della periferia nord, la sesta (Barriera Milano) e la quinta (Vallette). Invece a Milano il massimo dell’astensione si è registrato nel centro storico, primo municipio, che è anche quello dove Sala ha fatto segnare il suo miglio risultato e Bernardo il suo secondo peggiore.

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