UNA MEMORIA SBAGLIATA.

Nel mese di luglio il Consiglio regionale della Puglia ha approvato in modo quasi unanime una mozione del Movimento 5 Stelle volta ad istituire una «giornata della memoria» per ricordare «i meridionali che morirono in occasione delle procedure di annessione del Mezzogiorno». I contrari e gli astenuti si sono contati sulle dita di una mano. La data scelta è il 13 febbraio 1861, cioè la resa di Gaeta e la deposizione dei Borboni (elevati così a vittime-simbolo), e non è una scelta originale: è la stessa delle iniziative “legittimiste” rifiorite negli ultimi anni per ricordare «la fine dell’indipendenza meridionale», ed analoghe mozioni sono state presentate dal Movimento 5 Stelle nelle altre regioni del sud. Nella mozione abruzzese si premette che «i soldati fedeli a Francesco II capitolarono solo il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia da parte del parlamento sabaudo di Torino», e si elogiano poi i «numerosi atti di resistenza all’invasione». La valutazione delle vittime è uguale ovunque ma un po’ incerta, per dir così: «almeno 20mila meridionali, sebbene autorevoli storici annoverano finanche 100mila vittime» (e pazienza se quegli storici rimangono anonimi).
Scompaiono in questo scenario i moltissimi italiani del sud e del nord che hanno partecipato ai moti risorgimentali e combattuto per l’Italia, anche se talora si è affermato di voler ricordare «sia chi si immolò per difendere il territorio e un ideale di libertà sia chi perse la vita per costruire un paese unito» (conculcando, se ne deduce, quell’ideale di libertà).
Nelle dichiarazioni dei grillini non è mancata l’evocazione di un sud «evoluto rispetto alle altre realtà del XIX° secolo» – dall’Inghilterra alla Lombardia e al Piemonte, dunque – e si sono moltiplicati gli inviti a «rendere giustizia alla storia» (così la mozione abruzzese) e a far luce sulle «pagine più oscure della storia d’Italia» (l’espressione più ricorrente). Con l’impegno a coinvolgere in questa crociata di verità «gli istituti scolastici di ogni ordine e grado», quasi adottassero ancora i testi sabaudi. La capogruppo grillina in Puglia ha esultato per questa «rivoluzione culturale»: «il 4 luglio, a 210 anni esatti dalla nascita di Garibaldi, il Movimento 5 Stelle ottiene uno splendido risultato, dalle conseguenze incredibili». Incredibili davvero, come è incredibile l’ignoranza del dibattito storico e culturale degli ultimi decenni, che ha superato da tempo rimozioni pur presenti in passato (ad esempio sulla repressione del brigantaggio, nella sua complessa realtà): è molto più facile divorare una pubblicistica ad effetto, ben poco fondata, e liquidare gli storici come una casta menzognera (un tratto costante dei testi filoborbonici). Non stupisce allora che l’iniziativa della Regione Puglia sia stata realizzata «nella totale esclusione delle istituzioni formative e culturali, in primo luogo quelle universitarie e di ricerca scientifica», come ha denunciato la Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea. E val la pena di ricordare che gli esponenti grillini non sono degli intrepidi precursori: già nell’estate del 1990, ad esempio, un vero e proprio “processo al Risorgimento” fu al centro del meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, ove echeggiò persino l’invocazione di una «nuova Norimberga» nei confronti di Mazzini e di Garibaldi (e in un quotidiano qualcuno paragonò Mazzini a Toni Negri e Oberdan a Renato Curcio).
Non è dunque nuovo l’emergere di denigrazioni “politiche” del Risorgimento, e non è tanto la rozzezza del M5S ad inquietare: inquieta semmai che un Consiglio regionale (peraltro governato dal centrosinistra) affermi di fatto che lo Stato e l’istruzione pubblica hanno dato sin qui una versione distorta del momento fondativo della nostra vicenda nazionale, e si candidi quindi a un ruolo di supplenza. C’è solo da sperare che gli altri Consigli regionali – e il centrosinistra – non facciano prevalere sulla ragione e sulla storia la rincorsa senza principi del M5S, come è avvenuto in questo caso: un altro esempio di quel più generale cedere alle pulsioni demagogiche che rivela l’assenza di una propria identità culturale e politica.
La Repubblica.