Terza Intifada.

Terza Intifada, i protagonisti sono i figli del disincanto: giovani, colti e disperati. Dirigenti palestinesi in allarme

Pubblicato: 11/11/2014 17:57 CET Aggiornato: 11/11/2014 18:00 CET
TERZA INTIFADA

La prima fu “l’Intifada delle pietre”, una rivolta popolare che riportò al centro dell’attenzione internazionale la “causa palestinese”. La seconda fu “l’Intifada dei kamikaze”, una stagione di orrore e di sangue segnata dall’agire di un esercito di “shahid” (martiri) che usavano il loro corpo come strumento di morte, facendosi esplodere sugli autobus, nei centri commerciali, davanti alle discoteche o ai caffè di Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa…

Ora siamo entrati in una terza Intifada. Per certi aspetti, ancora più devastante delle prime due, di certo la più difficile da contrastare. Perché dietro ad essa non c’è un progetto politico, neanche il più estremo. Non c’è un comando centrale che pianifica azioni armate, attacchi, che impartisce ordini a miliziani addestrati e disciplinati. Niente di tutto questo.

Quella che è esplosa in questi giorni in Terrasanta è “l’Intifada dei cani sciolti”, dei “lupi solitari” palestinesi. Giovani disperati, animati solo dalla volontà di farsi giustizia da sé, che usano come armi un coltello da cucina o una macchina. È l’Intifada dei social network, dove centinaia di ragazzi palestinesi entrano in relazione tra loro, fuori dagli ambiti tradizionali di reclutamento, fuori da qualsiasi affiliazione diretta al braccio armato di Hamas, o a quello di al Fatah, o alla Jihad islamica.

“La cifra di questi atti di ribellione è la disperazione, è la frustrazione che anima migliaia di giovani costretti a sopravvivere circondati da Muri o imprigionati a Gaza”, dice all’Huffington Post Hanan Ashrawi, più volte ministra dell’Autorità nazionale palestinese, paladina dei diritti umani nei Territori, sostenitrice della protesta non violenta e della disobbedienza civile. “Quando la diplomazia internazionale rinuncia ad agire, quando viene meno ogni prospettiva di dialogo, quando a Gerusalemme Est prosegue la “pulizia etnica” della popolazione araba, allora – aggiunge Ashrawi – ciò che resta è solo un desiderio di vendetta. È tragico, ma è così”.

Per i “lupi solitari” palestinesi le tradizionali leadership politiche non hanno presa. Non sono modelli da seguire. E a funzionare non è neanche più il “mito” di Yasser Arafat, ormai sbiadito a dieci anni dalla sua morte.

È l’Intifada dei coltelli, delle macchine, dei social network. I protagonisti non sono conosciuti dai servizi di sicurezza israeliani, Shin Bet (interno) e Mossad (estero). Non hanno in attivo una militanza già consolidata nelle fila delle organizzazioni politico-militari palestinesi. In diversi casi, sono simpatizzanti delle Brigate al Quds (braccio armato della Jihad islamica” o delle Brigate Ezzedine al Qassam (Hamas), o hanno un parente – come praticamente ogni famiglia palestinese – che ha conosciuto le carceri dello Stato ebraico.

“Sono i figli del disincanto, della perdita di speranza in un futuro “normale” – riflette con Hp, Sari Nusseibeh, il più autorevole intellettuale palestinese, rettore dell’Università al Quds di Gerusalemme Est. “Di Israele hanno conosciuto solo le barriere di filo spinato, i ceck point che spezzano in mille frammenti la Cisgiordania. Alcuni guardano con interesse verso Abu Bakr al-Baghdadi (l’autoproclamato califfo dello Stato islamico, ndr), vedendo in lui un “nuovo Saladino”. Ma i più – conclude Nusseibeh – sono animati da un misto di rabbia e di delusione. Avrebbero bisogno di un progetto in cui credere, di segnali concreti che dicano loro che un’altra via è percorribile. Ma tutto ciò è lontano dal manifestarsi”.

I sentimenti descritti da Sari Nusseibeh accomunano, anche nei social network, i giovani palestinesi dei Territori con i loro coetanei arabi israeliani, parte di quel “Popolo invisibile”, (titolo di un bellissimo libro di David Grossman), quello arabo israeliano: oltre un milione e 50mila persone, il 20% della popolazione israeliana. Quei giovani si sentono cittadini di serie B, umiliati, costretti a lavori di poco conto. Indesiderati. E, così, diventano anch’essi potenziali “lupi solitari” pronti a colpire. E la rabbia cresce in loro nelll’ascoltare le parole del primo ministro Benjamin Netanyahu e di altri esponenti del governo di Tel Aviv “consigliare” loro, arabi israeliani, “di trasferirsi a Gaza”.

Non si possono schedare centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi, neanche da parte di un Paese, Israele, che da sempre vive in trincea. Stavolta non si tratta di sgominare cellule di Hamas o della Jihad islamica, o fare i conti con il nuovo nemico salafita, sempre più forte, soprattutto nella Striscia di Gaza. Stavolta, le retate dei “soliti noti” non bastano più. Perché il “lupo solitario” può annidarsi ovunque. E per agire non ha bisogno di imbottirsi di esplosivo o saper usare un kalashnikov.

“Quello che sta accadendo covava da tempo sotto la cenere di una calma apparente”, ci dice Saeb Erekat, storico capo negoziatore dell’Anp. “Più che a una guerra assomiglia a una faida, in cui ognuno agisce per vendicare un torto subito, in cui chiunque più che una persona diventa un simbolo, da colpire, da abbattere. Non si tratta di giustificare, tanto meno di esaltare certi gesti, ma cogliere ciò che porta un giovane palestinese ad armarsi di un coltello e colpire, sapendo che non ne uscirà vivo. Ciò che sta avvenendo – aggiunge Erekat – è anche il prodotto dell’illusione, coltivata dai governanti israeliani, che fosse possibile mantenere lo status quo, fermando il tempo, proiettando in un indefinito futuro un negoziato di pace, e intanto costruire muri, annettersi parti del territorio palestinese, confiscare terre…”.

Ora i dirigenti di Hamas, così come quelli della Jihad islamica, provano a “cavalcare” questa rabbia, a esaltare questi gesti di “eroismo”, a innalzare questi disperati “lupi solitari” a “martiri della Resistenza al nemico sionista”. È una vecchia storia, sperimentata nel tempo. Come il presidente palestinese, il moderato Mahmud Abbas (Abu Mazen) che torna ad accusare Hamas di “distruggere l’unità palestinese”. Una unità inesistente. E non da oggi.

Ma di queste schermaglie politiche, a fini di potere, i “lupi solitari” della Terza Intifada non hanno percezione. Né interesse. La loro rabbia non è frutto dell’ignoranza. Quei “lupi” potenziali non vivono solo nei fatiscenti campi profughi, ma studiano anche nelle Università di Gaza e della Cisgiordania. Sanno usare internet, praticano i social media. A ferirli in modo insopportabile è la negazione della loro identità nazionale da parte israeliana. Colti e disperati. Come gli studenti dell’Università di Bir Zeit, fiore all’occhiello del sistema d’istruzione palestinese. Per la prima volta , nei giorni scorsi sono apparse scritte inneggianti lo Stato Islamico e foto dei palestinesi protagonisti dell’intifada delle macchine e dei coltelli, esaltati come combattenti che hanno sacrificato la loro vita per un “bene supremo”: la causa palestinese.

“Continuo ancora a credere – dice Hanan Ashrawi – che esiste una terza via tra rassegnazione e militarizzazione della protesta. La via della disobbedienza civile, della protesta popolare non violenta. Ma nello sguardo dei miei studenti colgo scetticismo, dolore, incredulità. E la loro domanda di futuro non ottiene risposte. Da nessuno”.