Siamo nomofobi

di Stefania Margiacchi

 

Ci hanno ripetuto per mesi slogan come “distanti ma vicini” ed è così che è avvenuto un innesto che fatica ad uscire dalle nostre menti: il distanziamento sociale è diventato il nostro stato fisico ma anche – e soprattutto – mentale e si è allargato a tutte le generazioni, cambiando così le dinamiche dell’interazione sociale.

Durante il lockdown ci siamo ritrovati tutti confinati nei nostri spazi privati e le uniche interazioni sociali sono state veicolate dai vari canali digitali.

Adesso usciamo, ci incontriamo, ci innamoriamo ma siamo vittime della noia da social. Senza accorgercene, siamo passati attraverso una dilatazione del tempo presente, che va veloce come uno scroll di instagram. Crediamo di conoscere tutto, ormai e quel tutto – quella poca superficie – ci stanca. Non vogliamo (non possiamo) fermarci, perché non sappiamo cosa accadrà domani. E questo ci porta ad un’iper-frenesia delle dinamiche sociali. Provare, divorare tutto, per riappropriarsi di un tempo perduto.

Soprattutto nelle conoscenze online si sono accorciati i tempi di scoperta: siamo fagocitanti, vogliosi di scoprire l’altro che sta al di là dello schermo retroilluminato. La conoscenza si fa subito – apparentemente – profonda, c’è la condivisione di racconti, di difficoltà, che porta ad un inevitabile status di forte complicità, diversamente dai tempi espansi della realtà, che non avverrebbero certo con tale rapidità ed immediatezza.

Abbiamo disimparato il concetto di pazienza, siamo animali in preda alla bulimia. E siamo costantemente soggetti a colpi di fulmine – parentesi nel tempo presente che ci illudono di essere veramente vicino all’altro. Crediamo di conoscere chi sta dall’altra parte perché ci sta raccontando tutto di se. E l’illusione di condivisione ci ha indubbiamente aiutato in questi mesi. Ci ha aiutato a superare la solitudine, ci ha aiutato a superare quella convivenza costante con il nostro Io.

Ci siamo chiusi in scatole cinesi: nelle nostre case, nelle nostre stanze, con unica via di fuga i connettori web, fino a chiuderci nelle nostre menti. Ci siamo plasmati alle caratteristiche della rete, auto-incoraggiando sentimenti auto-indulgenti, narcisisti e a tratti misantropi, controbilanciando il tutto dalla disinibizione di parlare si se senza filtri.

Ricercando in maniera compulsiva vecchi o nuovi contatti sui vari social, nell’illusione di essere vicini anche se lontani, ci siamo isolati psicologicamente creando così mondi paralleli popolati da personaggi non reali, perdendo così il contatto e l’interesse verso le cose che lo circondano.

Abbiamo dimenticato l’importanza del tono di una voce, perdendo la sottigliezza della comunicazione verbale e fisica. E invece di unirci nel mondo ci siamo chiusi nelle idealizzazioni bi-dimesionali perdendo il bisogno di un ritorno alla realtà tridimensionale.

Abbiamo perso la capacità oratoria: gli emoticon sostituiscono il dialogo, la pura superficie di un like o di un cuoricino, la complessità delle sovrastrutture comunicative.

Siamo nomofobi che hanno perso la propria autostima, incapaci di relazionarsi socialmente con gli altri, cerchiamo il contatto web perché quello reale ci annoia. Abbiamo dimenticato le dinamiche sociali con cui siamo cresciuti, non possiamo più cenare o guardare un film o andare a correre senza controllare le notifiche del telefono. Siamo bestie digitali e siamo bambini, siamo adolescenti, siamo adulti, siamo genitori, siamo pensionati, siamo anziani.