Ritraggo luci romane tra il giorno e la notte

di Edoardo Sassi

«Lo so, lo so bene — dice subito — il tema è di quelli da far tremare le vene. Fotografato milioni di volte. Da chiunque. Scorci, angoli e dettagli tra i più noti al mondo. Però…». Però nella Roma in bianco e nero vista dall’occhio di Giancarlo Pediconi, classe 1937, «c’è forse qualcosa di diverso, o almeno così mi hanno detto in tanti, amici e osservatori, quelli che mi hanno convinto a fare una mostra con queste immagini, vincendo la mia naturale ritrosia a esporre».

La storia di Giancarlo è in effetti del tutto singolare. Lui non è un fotografo, almeno non da curriculum ufficiale. Bensì un architetto: per formazione, professione e perfino per schiatta. Suo padre, Giulio (1906-1999), fu una firma dell’architettura italiana tra gli anni Trenta del Novecento e il secondo dopoguerra, autore — quasi sempre in coppia con Mario Paniconi (1904-1973) — di alcune tra le più note realizzazioni del tempo, dalla Fontana della Sfera al Foro Italico al demolito villino Pantanella sulla collina dei Parioli, dai quartieri di Valco San Paolo e Casal Palocco, ai due edifici che ancora oggi costituiscono le esedre-propilei di ingresso dell’Eur, ovvero i palazzi dell’Ina e dell’Inps (1938-1939), sintesi di monumentalismo classico e razionalismo.

Ma alla sua attività di progettista, nonché erede dello studio paterno, Giancarlo fin da bambino ha da sempre affiancato la passione per la fotografia: «Le prime macchine me le regalò proprio mio padre. Una mi fu rubata a Parigi, durante un viaggio di famiglia. Avrò avuto sì e no undici anni. La poggiai su una panchina all’Arc de Triomphe e un attimo dopo non c’era più. L’altra, ero già un ragazzo, fu una Leica che mio padre utilizzava nei suoi viaggi di lavoro. A un certo punto la sostituì con un modello più nuovo e la diede a me».

Da allora l’apparecchiatura fotografica è diventata compagna inseparabile delle lunghe peregrinazioni — a piedi o in giro per il mondo — di Giancarlo, il quale ha sempre tenuto per sé, non proprio segreta ma certamente privata, questa sua seconda attività, che però sarebbe ingeneroso definire amatoriale. Sostenuta, anzi, da un sapere e da una perizia tecnica di cui anche gli amici di una vita sono sempre stati a conoscenza. Tra questi, un gigante della storia dell’arte come Giuliano Briganti (1918-1992), amico fraterno di Giancarlo e che più volte ricorse ai suoi consigli in tema di obbiettivi, angolature, tempi di esposizione. «Devo a sua moglie, Luisa Laureati — racconta Pediconi — la mia prima mostra, nel 1996. Lei al tempo aveva a Roma uno spazio molto noto, la Galleria dell’Oca, ed è lì che esposi lasciandomi convincere dal suo sguardo esperto, dunque rassicurante».

Da quella prima volta sotto l’egida della coppia Briganti-Laureati sono passati venticinque anni. In mezzo altre mostre (all’Oca Pediconi tornerà nel 2007), ma poche e selezionate per via di quel «misto di timidezza e pudore», come lo definisce l’autore. L’ultima personale è quella appena inaugurata a Roma negli spazi di un altro luogo storico della città, La Nuova Pesa. Anche stavolta grazie «alla spinta di un’amica che di arte se ne intende». L’amica è Simona Marchini, gallerista di lungo corso oltre che donna di spettacolo e televisione. E la mostra è quella intitolata L’imbrunire, con una quarantina di immagini in bianco e nero che inquadrano, sì, Roma, ma sempre e solo còlta in quel ristrettissimo frangente — tanto ristretto quanto carico di echi, memorie, suggestioni — in cui il giorno non è più giorno e si trasforma in notte non ancora notte: «Mi affascina quell’embrione di oscurità in cui qualcosa finisce e qualcosa di altro inizia. Un tempo sospeso, misterioso, in trasformazione, difficile da cogliere anche perché hai solo pochi minuti a disposizione».

La prima foto di questa serie Giancarlo l’ha scattata per caso, nell’agosto del 2020, di fronte al Tempio di San Biagio a Montepulciano, chiesa capolavoro edificata da Antonio da Sangallo il Vecchio tra 1518 e 1545. «Osservando inseguito questa immagine mi sono detto: forse qui c’è un’idea. E ho iniziato a fare altre foto, quasi tutte di soggetto romano, città dove sono nato e dove vivo, che non smette di stupire nelle sue infinite pieghe».

Comincia così per l’ottantaquattrenne Pediconi un reportage durato oltre un anno, pazientemente condotto sempre alla stessa ora, gironzolando per la città a bordo di un «vecchio motorinaccio di quelli che nessuno ruba». E il risultato è un journal visivo, intimo e poetico, «realizzato in un momento paricolare, molto difficile, della mia vita».

Mostra e catalogo sono infatti dedicati alla moglie scomparsa nel 2019, Livia Aldobrandini, discendente di papa Clemente VIII ma soprattutto, come recita la dedica, «una donna speciale». In esergo al testo introduttivo anche le parole di uno scrittore e poeta che Pediconi ama, l’inglese John Berger, che rimandano al tema di una presenza-assenza: «Quando sei lontana, per me sei comunque presente. Questa presenza è multiforme. Consiste di innumerevoli immagini, paesaggi, significati, cose note, punti di riferimento — eppure, l’insieme rimane marcato dalla tua assenza in quanto è diffusa. È come se la tua persona diventasse un luogo, i tuoi contorni orizzonti. Allora vivo in te come se vivessi in un paese. Sei ovunque. Tuttavia, in quel paese non potrò mai incontrarti faccia a faccia».

Il faccia a faccia qui è però quello tra il fotografo e la Città Eterna, tale anche come fonte di ispirazione. Una città quasi sempre riconoscibile — piazze, monumenti, ponti, cupole, palazzi, alberi, fontane, parchi — ma trasfigurata liricamente e che sconfina quasi nell’astrazione. Una Roma metafisica in cui si percepiscono il sentimento e la malinconia, ma anche una chiara visione compositiva: «Spesso mi dicono che dalle foto si capisce che sono un architetto, sia quando l’architettura è direttamente presente come soggetto, sia quando non c’è. Credo sia vero, osservandole in effetti mi accorgo anch’io della presenza, ricorrente, condizionante quasi, degli assi cartesiani. D’altronde sono e resto un architetto all’antica, di quelli della generazione pre-computer: squadra, tecnigrafo, Cartesio e la visione degli spazi inquadrata in certi rapporti…».

Rapporti che qui si esplicano in foto orientate a ovest — «unica opzione per cogliere l’imbrunire» — e disseminate qua e là di dettagli poetici: dall’attimo in cui si accendono i lampioni alle rare e irriconoscibili presenze umane di una serie realizzata in epoca di Covid: «Non è stato facile — conclude l’autore — ho dovuto sfidare l’ira di un senzatetto, convinto che per qualche motivo volessi fotografare lui, e la diffidenza di un’appassionata coppietta al Pincio, dove sono dovuto tornare il giorno dopo per non passare da… inopportuno osservatore».

 

 

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