Philip Roth, l’ironia e l’amarezza.

“Non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare il tuo paese, non sei tenuto a venerare il posto dove vivi, ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro”.

(Philip Roth, American pastoral, 1997)

 

È morto a New York all’età di 85 anni Philip Roth, tra i più dissacranti, ironici e provocatori scrittori statunitensi contemporanei. Il suo sguardo critico sulla cultura e la famiglia ebraica, che gli aveva da giovane alienato le simpatie della comunità d’origine, si era poi trasformato in una sorta di lente deformante, una sineddoche attraverso cui guardare all’intera società borghese americana, ai suoi vizi, ai suoi ideali per molti versi grotteschi, nonché al tradimento degli stessi.

Proveniente da una famiglia della piccola borghesia ebraica di Newark (New Jersey), dopo la laurea in inglese per un periodo aveva insegnato all’Università di Chicago. Già i suoi primi racconti, pubblicati sul The New Yorker, come Defender of the faith (1959), avevano suscitato reazioni negative da parte dei rabbini e della Anti-defamation league, l’organizzazione ebraica che vigila sull’antisemitismo, per il ritratto critico e difettoso che degli Ebrei in essi tracciava. Ma a creare scandalo in tale comunità – e non solo – fu soprattutto il racconto Portnoy’s complaint del 1969, che lo condusse alla fama: la storia di un ebreo americano di successo ma completamente nevrotico ed erotomane che si racconta al suo psicanalista, suscitando nel lettore un’ilarità che presto si trasforma però in un riso amaro, angosciato, partecipe dell’ossessione e dell’infelicità del protagonista.

Dopo alcuni altri racconti come Our gang: starring Tricky and his friends (1971), una parodia del linguaggio e della morale di Nixon, e The breast (1972), dedicato a Kafka, in cui torna la figura grottesca di un erotomane che si sveglia trasformato in un’enorme mammella, Roth troverà un alter ego attraverso cui raccontare i propri dubbi, le proprie ambizioni e i propri narcisismi nello scrittore immaginario ipocondriaco Nathan Zuckerman (The ghost writer, 1979; Zuckerman unbound, 1981; The anatomy lesson, 1983; The Prague orgy, 1985; Zuckerman bound, 1985). Seguirono poi numerosi altri scritti, come Deception (1990), Patrimony (1991) e Operation Shylock: a confession (1993), mentre nel 1997 uscì il suo capolavoro, che gli valse il Pulitzer per la letteratura: American pastoral, atroce parabola di un uomo bello, carismatico e di successo e di una famiglia virtualmente perfetta secondo i canoni borghesi americani, la cui amatissima quanto infelice figlia, balbuziente e insicura, schiacciata dal confronto con la splendida madre, si unisce a un gruppo terroristico trascinando nella sua disperata idiozia anche i genitori.

Seguirono molte altre importanti opere – I married a communist (1998); The human stain (2000); The plot against America (2004); Everyman (2006); Indignation (2008) ecc. – fino a quando Roth, nel 2012, annunciò il suo addio alla narrativa, pubblicando però nel 2017 il volume Why write?, a compendio della sua produzione saggistica.

Rimarrà il rimpianto in molti dei suoi lettori di un Nobel da anni atteso ma mai assegnato.