PAROLE DURE NEL SOLCO DEL QUIRINALE.

 

Il commento
Ricostruire, cucire, pacificare. Con tre verbi pesanti e parole indelebili, il cardinale Gualtiero Bassetti è entrato nella prima campagna elettorale che vive da presidente della Cei e ha colto in modo fulmineo due spunti opposti e cogenti sui quali ha capito che la Chiesa italiana sarebbe stata giudicata.
Il primo gliel’ha fornito Attilio Fontana, il candidato presidente della Lombardia.
Quello che sulla razza non ha fatto una battuta, ma un vero coming out. Bassetti lo ha definito «inammissibile», con una nettezza che si vorrebbe sentire da tutti sempre. La condanna del razzismo in nome dell’unità della famiglia umana, fatta con le parole solenni del papa brianzolo Pio XI, dice dunque che il presidente della Cei e forse anche il nuovo arcivescovo di Milano sono consapevoli che le elezioni lombarde hanno un valore in più, che non si dipana con un semplice appello contro l’astensionismo. Uscito di scena Maroni, diplomatosi in compostezza istituzionale alla severa scuola del Viminale, e con un Gori reso paradossalmente più libero dal ” niet” dei grassiani, il cattolicesimo ambrosiano può perdere o dividersi; ma se si consegnasse inerte al lepenismo perderebbe l’anima.
Il secondo punto a Bassetti l’ha fornito Sergio Mattarella: la nomina a senatrice a vita di Liliana Segre Paci è stato gesto di straordinaria densità etica e politica. Un atto che chiedeva e chiede una risposta a tutti: e la Chiesa italiana che non poteva dilazionarla, non ha dilazionato. Dicendo parole di una nettezza pedagogica, specie per quel clero che flirta con la xenofobia o usa i migranti per distanziarsi dal Papa.
Bassetti che chiede al cattolicesimo di ricostruire, cucire e pacificare vede dunque davanti a sé un tessuto fatto di macerie, lacerazioni e conflitti.
Nessuna concessione al ritratto renziano di un’Italia semi-miracolata dai “mille giorni”. Nessuna indulgenza sul prodigio di un Berlusconi redivivo e subalterno, nessuno spazio per le favole facili dei maghi pentastellati.
Ma soprattutto la denuncia inequivoca del razzismo e dell’antisemitismo, che sono sempre legati.
Il presidente della Cei ha così provato a mostrare a tutti e al Papa che anche i vescovi italiani – quelli che a torto o a ragione vennero bollati cumulativamente come politicanti dal conclave che elesse papa Francesco – sanno cimentarsi con un compito delicato e apostolico: leggere la «realtà» che è una categoria chiave della teologia fondamentale di Bergoglio; e i «segni dei tempi», che non sono indicatori per accomodare il Vangelo, ma scintille messianiche che giungono inaspettate e nascoste.
Lo stile-Bassetti è stato il registro della Cei. Basta fare il confronto con le prolusioni pre-elettorali di Ruini (ad esempio quella del progetto culturale del 1994 che offriva al Berlusconi jr la sponda delle istanze «antropologiche» come «come terreno di incontro tra la missione propria della Chiesa e le esigenze più urgenti della nazione»); o con quella di Bagnasco (che nel 2012 cercava segni positivi nel «popolo» di cui la Chiesa si faceva interprete e insieme metteva in guardia contro «fantasmi antireligiosi» e una «fobia anti-cattolica irragionevole»).
Ma è insolito anche per il Paese e per questo utile.
Vedremo come sarà accolto il suo allineamento esplicitissimo al Quirinale. Se la richiesta di lavoro per i cittadini, e non mance per le plebi, avrà effetti. Se la chiamata alla serietà e sobrietà – che sembra fatta come una scarpina su misura per Gentiloni – e la scomunica degli spacciatori di favole o paure avranno effetto. Ma nessuno potrà commentare: «Bassetti poteva dirlo».
La Repubblica.
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