Il “pool di Mani pulite” è la squadra di magistrati inquirenti, coordinati dal procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli, che ha lavorato all’inchiesta che ha contribuito al crollo della cosiddetta Prima repubblica. Il pool ha avuto varie fasi e diverse composizioni, ma in tutto vi sono transitati nove magistrati. Tre di loro – Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D’Ambrosio e Francesco Greco – sono stati a capo della procura di Milano. Tre – Antonio Di Pietro, Tiziana Parenti e Gerardo D’Ambrosio – hanno proseguito la carriera scegliendo di dedicarsi alla politica, in partiti diversi. I loro nomi, legati all’inchiesta più importante degli ultimi trent’anni, sono rimasti impressi nella memoria dell’opinione pubblica e hanno contribuito a costruire il mito mediatico intorno alla figura del pubblico ministero.

La storia dei membri del pool è la storia della giustizia italiana dal 1992 a oggi. E si intreccia non solo con le successive vicende politiche ma anche e soprattutto con la crisi attuale della magistratura.

Alcuni dei protagonisti di quella stagione, infatti, sono finiti coinvolti nella vicenda che ha terremotato la procura di Milano – il processo Eni, con la gestione dell’ex legale esterno Pietro Amara e dei suoi verbali sulla presunta loggia Ungheria – e che li ha messi l’uno contro l’altro. Per uno strano gioco del caso, infatti, proprio il più intransigente del gruppo, Piercamillo Davigo, è stato rinviato a giudizio per rivelazione di segreto d’ufficio lo scorso 17 febbraio, il giorno in cui, nel 1992, veniva arrestato Mario Chiesa e che rappresenta unanimemente l’inizio di Mani pulite. In aula, al momento della decisione, Davigo non c’era: era a Pisa, a un convegno per il trentennale di Tangentopoli.

FRANCESCO SAVERIO BORRELLI

Il primo incarico di Borrelli, nato a Napoli nel 1930 ed entrato in magistratura nel 1955, è stato come giudice civile a Milano, ufficio dove il padre Manlio era presidente della corte d’appello.

Successivamente è passato al ruolo di giudice penale, sia in tribunale che in corte d’assise, per poi passare in procura. Nel 1988 è stato nominato procuratore capo di Milano. Dal 1999 fino al 2002, anno in cui è andato in pensione, ha ricoperto il ruolo di procuratore generale in corte d’appello a Milano.

Tra i fondatori del gruppo associativo progressista Magistratura democratica, è a lui che si deve la costituzione del “pool”. Ed è sempre a lui che si devono due prese di posizione politiche che hanno fatto molto discutere. Poco prima delle elezioni del 1993, in un’intervista al Corriere della sera, Borrelli ha invitato i politici a candidarsi «solo se hanno le mani pulite» e ha aggiunto: «Se hanno scheletri nell’armadio, li tirino fuori prima che li troviamo noi».

L’altra è stata pronunciata nel 2002, in occasione del suo ultimo discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario con un indiretto riferimento al governo Berlusconi e alla riforma della giustizia che stava portando avanti: «Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo estremo baluardo della questione morale è dovere della collettività “resistere, resistere, resistere” come su un’irrinunciabile linea del Piave». Questa frase è rimasta celebre, tanto che Borrelli l’ha utilizzata come titolo del suo libro su Tangentopoli ed è diventato uno dei motti dell’“antiberlusconsmo”.

Lui come altri membri del pool, vent’anni dopo Mani pulite, ha fatto un parziale passo indietro. Nel 2011, durante la presentazione di un libro ha chiesto «scusa per il disastro seguìto a Mani pulite. Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale». È morto il 20 luglio del 2019.

ANTONIO DI PIETRO

È stato il sostituto procuratore simbolo di Mani pulite, sia per la sua presenza mediatica durante il processo sia per il suo successivo percorso politico. Di Pietro è arrivato alla magistratura in modo anomalo: prima di laurearsi è emigrato in Germania e ha fatto l’operaio in una fabbrica poi, tornato in Italia, è diventato prima segretario comunale, poi ha vinto il concorso in polizia ed è stato inviato alla procura di Milano come responsabile di uno dei distretti di polizia giudiziaria.

Contemporaneamente si è laureato e ha superato il concorso in magistratura mettendosi in luce per la padronanza degli strumenti informatici, che lo caratterizzeranno anche nel corso delle indagini di Mani pulite. È stato lui a definire il sistema corruttivo di tangenti date dagli imprenditori ai politici in cambio di appalti «dazioni ambientali», teorizzando che le mazzette non venissero né chieste né proposte, ma fossero automatiche. Dai suoi colleghi veniva chiamato «rullo compressore» per la quantità di lavoro svolto e il suo addio alla toga, improvvisamente, nel 1994 ha creato un buco nel pool che è stato colmato con due nuovi ingressi.

Di Pietro ha lasciato la toga una settimana prima dell’interrogatorio a Silvio Berlusconi, che all’epoca era presidente del Consiglio ed era sotto indagine per corruzione. Già allora si ipotizzavano sue ambizioni politiche e lui giustificava il suo addio «per non essere tirato per la giacca». Le dimissioni erano state accompagnate da manifestazioni sia a Roma sia a Milano per chiedergli di rimanere, ma lui non aveva cambiato idea. Berlusconi gli avrebbe offerto di diventare ministro del suo primo governo, una notizia che l’ex Cavaliere ha più volte smentito nel corso degli anni. In ogni caso Di Pietro aveva rifiutato. In compenso, nel 1996, era diventato ministro dei Lavori pubblici del governo Prodi, dimettendosi sei mesi dopo aver giurato a causa di un avviso di garanzia notificatogli dalla procura di Brescia.

Nel 1998 ha fondato il suo movimento politico, l’Italia dei valori, con il quale è si candidato per i successivi 15 anni e che ha raggiunto il suo apice di consensi, l’8 per cento dei voti, alle Europee del 2009. Nel 2013 si è candidato con Rivoluzione civile dell’ex magistrato Antonio Ingroia, senza venire eletto. In seguito a vicende interne sulla gestione delle risorse economiche e dei rimborsi elettorali del partito, Di Pietro si è ritirato a vita privata nella sua casa in Molise e ha scelto di indossare un’altra toga: quella da avvocato.

GERARDO D’AMBROSIO

Quasi coetaneo di Borrelli, Gerardo D’Ambrosio ha diretto il Dipartimento dei reati contro la pubblica amministrazione che ha svolto l’inchiesta di Mani pulite. Soprannominato “zio Gerri” dai giornalisti, è stato il procuratore aggiunto più fidato di Borrelli e colui che, nel 1999, ne ha preso il posto come procuratore capo di Milano. Nella sua carriera prima di Mani pulite, da giudice istruttore, ha indagato sulla strage di piazza Fontana e sulla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli: a lui si deve la formula del «malore attivo» per spiegare la caduta di quest’ultimo da una finestra della questura di Milano. Quindi si è occupato dello scandalo del Banco ambrosiano. Nella geografia interna della magistratura è stato iscritto al gruppo associativo progressista di Magistratura democratica e proprio la sua vicinanza con il Partito comunista gli è costata critiche nel corso della carriera. Per i detrattori avrebbe chiuso l’inchiesta di Tangentopoli una volta accertate le responsabilità della Dc e del partito socialista.

Conclusa l’esperienza da magistrato nel 2002, come altri suoi colleghi del pool, ha scelto di darsi alla politica, nelle liste dei Democratici di sinistra. È stato eletto in Senato, nel collegio Lombardia, per due legislature, dal 2006 al 2013. È morto il 30 marzo del 2014.

GHERARDO COLOMBO

Ha iniziato a fare il giudice penale a Milano nel 1975 e prima di Tangentopoli era già molto noto per aver indagato sull’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli ma, soprattutto, per la scoperta della lista degli affiliati alla loggia P2 nell’ambito dell’inchiesta a carico di Licio Gelli. Dal 1989 al 2005 è stato pubblico ministero a Milano ed è entrato a far parte del pool di Borrelli, poi si è occupato ancora di corruzione con le inchieste della cosiddetta “guerra di Segrate”: Imi-Sir, lodo Mondadori e Sme. Ha terminato la sua carriera di magistrato nel 2007 da consigliere di Cassazione e ha comunicato le sue dimissioni il 17 febbraio, a quindici anni esatti dall’arresto di Mario Chiesa.

Da allora è il magistrato che più ha fatto autocritica rispetto al metodo utilizzato nel corso dell’inchiesta. In molte interviste ha detto che fenomeni come la corruzione «possano essere affrontati soltanto a un livello diverso del processo penale. È impossibile riuscire a marginalizzare la corruzione attraverso un processo penale. Non è lo strumento giusto e ne abbiamo la prova». È stato considerato il polo opposto rispetto a Di Pietro, tanto che è stato lui ad avanzare una sorta di “soluzione politica” per l’indagine: la possibilità di evitare il processo per chi avesse ammesso i fatti e restituito ciò di cui si era appropriato, in modo così da far emergere il sistema delle tangenti rimasto impunito sul fronte dei corruttori.

Da quando ha smesso la toga è diventato volontario in carcere ed è tornato spesso sul tema dei suicidi durante l’inchiesta di Mani pulite, maturando una riflessione sul senso della detenzione: «Dopo aver conosciuto le prigioni e anche molti che vi sono finiti, conosco la distanza immensa tra quanto scritto in Costituzione e la realtà delle cose. E non credo il carcere sia uno strumento giusto». Parallelamente è diventato presidente della casa editrice Garzanti e dal 2012 al 2015 è stato membro del consiglio di amministrazione della Rai eletto dal Partito democratico.

PIERCAMILLO DAVIGO

Soprannominato “dottor sottile” dai giornalisti, perchè considerato il più bravo con le procedure, Piercamillo Davigo rappresentava, tra i magistrati del pool, la quota considerata “non di sinistra”, vista anche la sua vicinanza al gruppo associativo conservatore di Magistratura indipendente. Dal 1981 è stato sostituto procuratore a Milano e si è occupato in particolare di reati contro la pubblica amministrazione e contro i cosiddetti colletti bianchi. Nel corso dell’inchiesta si è messo in evidenza per le sue posizioni intransigenti e, anche dopo, ha rifiutato le lusinghe della politica. Ha scelto invece di proseguire la propria carriera impegnandosi nella politica giudiziaria: nel 2015 ha fondato la corrente di Autonomia e indipendenza ed è stato eletto prima nell’Associazione nazionale magistrati, poi al Csm. La fine della sua carriera, conclusasi nel 2020, lo ha visto al centro della crisi della magistratura prima con il caso Palamara e poi con quello della loggia Ungheria. Il suo pensionamento è stato deciso in una dibattuta seduta del plenum del Csm, dopo che aveva fatto parte della sezione disciplinare che aveva radiato Palamara dalla magistratura.

Oggi è coinvolto nella vicenda legata ai verbali dell’ex legale esterno di Eni, Piero Amara: proprio il 17 febbraio del trentennale di Tangentopoli è stato rinviato a giudizio dal tribunale di Brescia per rivelazione di segreto istruttorio, per aver fatto circolare al Csm le copie stampate dei verbali contenenti la notizia dell’esistenza della presunta loggia Ungheria. Contro di lui è schierato un altro magistrato del pool: Francesco Greco, dalla cui procura quei verbali sono usciti e che Davigo ha indirettamente accusato di inerzia nell’apertura delle indagini.

FRANCESCO GRECO

Pubblico ministero a Milano dal 1979, anche lui vicino a Magistratura democratica, Francesco Greco ha raccolto il testimone di D’Ambrosio quando, nel 2016, è stato nominato procuratore capo. Esperto di reati economici, dopo il processo Mani pulite la sua inchiesta recente più importante è stata quella per corruzione internazionale a carico di Eni. Proprio quell’inchiesta – terminata con l’assoluzione in primo grado dei vertici dell’azienda – ha terremotato la procura di Milano mettendo uno contro l’altro i pm che ne hanno condotto i vari tronconi. Proprio quell’inchiesta lo ha visto indirettamente contrapposto a Davigo: Greco ha difeso i suoi aggiunti Fabio De Pasquale e Laura Pedio, oggi indagati a Brescia per omissione d’atti d’ufficio, contro Paolo Storari, che ha consegnato i verbali di Amara a Davigo ed è indagato con lui per rivelazione di segreto istruttorio. Inoltre Greco, a sua volta, rischia il processo per diffamazione, dopo una sua dura intervista in cui attaccava proprio l’ex compagno del pool.

TIZIANA PARENTI

È considerata una sorta di intrusa nel pool e non è mai entrata in sintonia con i colleghi. Tiziana Parenti, soprannominata dai giornalisti “Titti la rossa” è arrivata per ultima a comporre la squadra di Borrelli e vi è rimasta solo 8 mesi. Considerata di sinistra per le sue simpatiche politiche, ha seguito il filone dell’inchiesta sulle cosiddette “tangenti rosse”, fino alla rottura con il procuratore capo per la gestione dell’indagine su Primo Greganti, il celebre “compagno G” che, pur considerato come il “cassiere” del Pci, non ha mai collaborato con i magistrati. Nel corso dei mesi Parenti ha polemizzato soprattutto con D’Ambrosio e il momento della rottura è stato l’archiviazione della sua richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del tesoriere della Quercia, Marcello Stefanini, a cui si sono opposti tutti gli altri colleghi del pool. A quel punto è trasferita all’Antimafia ma, poco dopo, ha deciso di lasciare la toga per candidarsi in politica.

È stata eletta alla Camera nel 1994 e per due legislature tra le file di Forza Italia e attualmente esercita a Genova come avvocata. Negli anni, ha usato parole dure per ricordare l’inchiesta e in generale il clima in magistratura di quel tempo: «Ci si era convinti che l’ordine giudiziario dovesse assumersi una responsabilità anche politica».

PAOLO IELO

È stato chiamato a sostituire Parenti e da lei ha ereditato i fascicoli sulle cosiddette toghe rosse che si erano arenati. Ha svolto l’incarico dando la caccia ai finanziamenti che arrivavano dai paesi comunisti, anche attraverso trasferte nell’ex Germania dell’est. Dopo Mani pulite si è trasferito alla procura di Roma, dove è attualmente procuratore aggiunto.

La sua indagine più nota a Roma è quella su “Mafia capitale”, che si è conclusa con condanne per associazione a delinquere senza l’aggravante mafiosa. Nella capitale coordina il dipartimento della pubblica amministrazione, che si occupa di tangenti e corruzione. Si è costituito parte civile nel processo di Perugia contro l’ex magistrato Luca Palamara e l’aggiunto Stefano Fava, accusati a vario titolo di dossieraggio per danneggiarlo. È dal caso Palamara che si è generato il cosiddetto “caos procure” e con lo scontro tra magistrati e gruppi associativi per la successione di Giuseppe Pignatone a capo della procura di Roma.

ILDA BOCCASSINI

Anche Ilda Boccassini è entrata nel pool nella seconda fase, dopo il 1994 e le dimissioni di Di Pietro. Anche lei, come altri magistrati della squadra di Borrelli, era vicina a Magistratura democratica, che però ha lasciato nel 1991. Prima di Mani pulite era diventata nota per l’inchiesta “Duomo connection”, sull’infiltrazione mafiosa nel nord Italia, per la quale ha stretto rapporti e ha collaborato con Giovanni Falcone, ma che l’ha fatta entrare in rotta di collisione con parte della magistratura milanese. Dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992, ha chiesto di essere trasferita a Caltanissetta per indagare sull’omicidio di Falcone e lì è rimasta fino al 1994. È stata considerata dalla stampa come la sostituta ideale di Di Pietro e non ha disdegnato l’appellativo di “giudice poliziotto”. Dopo Mani pulite, Boccassini è ricordata come la grande accusatrice di Silvio Berlusconi nei vari filoni d’inchiesta a suo carico, l’ultimo dei quali è il processo Ruby. L’ex premier ha ingaggiato con lei uno scontro, anche personale, definendola «sovietica» e «comunista» in varie occasioni. È andata in pensione nel 2019 concludendo la sua carriera sempre a Milano. Il suo libro di memorie pubblicato da poco, Stanza numero 30, ha suscitato scalpore in particolare per i dettagli del suo rapporto con Falcone.