L’uso (utile) dei nostri dati

a proposito di app e controlli diffusi

 

di Vittorio Colao

 

Usare dati personali per fronteggiare il coronavirus è pericoloso per il futuro della democrazia e dei diritti individuali. Lo ha sostenuto sul Financial Times Yuval Harari, autore di bestseller globali come «Sapiens» e «Homo Deus».

Lo storico Harari vede con preoccupazione la tentazione di ricorrere alla tecnologia per fronteggiare il virus, legittimando oggi strumenti di sorveglianza sociale che potrebbero domani diventare permanenti. Harari preferirebbe che i dati fossero utilizzati individualmente dai cittadini per autotutelarsi, senza aprire la porta alla gestione degli Stati che — come Israele, dove vive — potrebbero scavalcare il Parlamento e dare accesso all’intelligence dell’esercito a tutti i dati privati.

Pensando prima al breve termine e non al nodo democratico di lungo termine, sono convinto che non utilizzare dati individuali per fronteggiare la crisi coronavirus e soprattutto per uscire in maniera controllata, efficiente e sicura dal lockdown sarebbe un errore per l’Italia e l’Europa intera.

Eclissata rapidamente la soluzione britannica dell’immunità di gregge, tutti i Paesi europei si sono convinti che l’unica strategia che preserva i sistemi sanitari e permette di ridurre le vittime è quella del blocco immediato — con le chiusure e la distanza sociale — seguito da fasi di “allentamento guardingo” delle misure di soppressione, pronti a reintrodurle se i focolai riprendono. Una strategia chiamata di «martello e danza»: martellare subito il virus chiedendo alla popolazione di stare a casa; alternare azioni selettive quando i contagi scendono, intervenendo rapidamente con azioni mirate geograficamente, per tipo di popolazione e per settori di attività, sulla base del rischio di contagio.

Per farlo, governi, amministratori e autorità di pubblica sicurezza avranno bisogno di informazioni granulari e freschissime. Potremo trovarci con aree «pulite» e aree limitrofe più contagiate, fabbriche in grado di ripartire ma sistemi distributivi non sicuri, cittadini vulnerabili esposti al rischio e giovani in grado — e desiderosi — di tirarsi su le maniche e ripartire. Non si potrà aprire indiscriminatamente, ma la pressione sociale — e il costo economico — richiederanno decisioni flessibili e tempestive. Disporre di informazioni sulla localizzazione di contagiati, esser in grado di informare la popolazione sul livello di rischio, tracciare e testare i contatti sociali per fare quarantene selettive e non di massa, assicurarsi che i nuovi focolai vengano contenuti impedendo la circolazione a popolazioni ristrette, scoraggiare i movimenti in aree ad alto rischio: tutte queste saranno attività possibili solo se si utilizzeranno i dati delle reti mobili in congiunzione a una app dedicata con Gps. Che servirebbe anche a comunicare direttamente e molto specificamente per Paese e per quartiere, se necessario, come è stato fatto in Corea del Sud o Cina.

Harari direbbe che questo vuol dire sacrificare, per un periodo, la privacy dei cittadini. Mi domando quale italiano non vorrebbe esser avvisato immediatamente e decidere di fare un tampone se fosse stato a contatto con un contagiato. O se i bergamaschi alla fine del loro incubo non sarebbero contenti di sapere che, se riprendesse un focolaio, sarebbero immediatamente informati su livelli e località a rischio. E, guardando oltre, come pensiamo di rassicurare i turisti per indurli a tornare nei nostri alberghi senza informazioni online molto dettagliate e trasparenti che li rassicurino?

La bozza di progetto che circola (chiamata Trace, Test, Treat) va nella giusta direzione e potrebbe esser anche più coraggiosa. I dati possono esser pseudonomizzati (che vuol dire: non anonimi, ma neanche trasparenti) e si potrebbe prevedere per le forze dell’ordine la possibilità di intervenire individualmente e assicurare la rapidità e l’efficacia della «danza» dei prossimi mesi. Non credo che in Italia avremmo visto tanta gente a sciare o in Gran Bretagna tanta gente nei parchi, se gli sconsiderati avessero saputo che erano tutti identificabili (e in pericolo).

Resta valida l’obiezione sul rischio antidemocratico di lungo periodo che Harari, da storico, giustamente fa. Le risposte sono due. Innanzitutto la fase di emergenza avrà termine con un vaccino o con una immunità di massa. Non si tratta di spiare tutti per sempre, ma di salvare vite per una fase che richiede norme temporanee. E in secondo luogo, come è avvenuto per le comunicazioni digitali criptate in caso di rischi terroristici, in Europa e in Italia abbiamo saputo negli ultimi 20 anni introdurre sistemi di garanzia parlamentari e regolamentari che tutelano le libertà individuali e la privacy, permettendo tuttavia alle forze di sicurezza di difendere le nostre comunità e società. L’emergenza coronavirus si può affrontare preservando entrambi gli obiettivi cari a noi europei.

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