L’urlo della generazione Dad “Stanchi di vivere nella paura”

Arrabbiati, malinconici, vitali. Chiedono risposte sul disagio psicologico acuito dalla pandemia, sulla socialità perduta e le nuove diseguaglianze “Dov’è la normalità?”
di Paolo Di Paolo
ROMA — E questo, a dirla tutta, non sembrava — non era — un “Friday for Future”. Era un venerdì per il presente. Una sorta di appello allargato, e autogestito: come quando ci si conta per essere sicuri di non avere lasciato indietro nessuno. Però qualcuno che resta indietro c’è sempre, e non è questione da poco. Forse, anzi, è l’unica. Quanto agli assenti, Lorenzo — morto in fabbrica nel suo ultimo giorno di stage — è evocato con rabbia: dalla scritta su un muretto appena fuori dal ministero dell’Istruzione; dai cori che lo dicono vivo. I presenti non sono pochi, e hanno molte cose da dire.
Eleonora ha un piglio da leader e le idee chiare, passa rapida dal megafono allo smartphone, conforta, coinvolge, indirizza. È nata nel ventunesimo secolo, sei decenni dopo Sergio Mattarella («il migliore che abbiamo avuto») che continua a citare con autentico entusiasmo. Ai megafoni e ai microfoni degli intervistatori torna spesso il suo nome, in virtù dell’invito, nel discorso di reinsediamento, ad ascoltare la voce degli studenti.
Chi sono? Come si sentono? Come stanno? Sono delusi. Perfino dall’elicottero che romba sopra Testaccio e Trastevere, temendo i disordini che non ci saranno. Delusi, sconvolti dalle manganellate di Torino. Il primo ragazzo che prende la parola dal camioncino in testa al corteo dice «Ciao a tutte e a tutti». Siamo nel 2022! Il resto lo esprime in un bell’italiano, l’accento non è di Roma; l’unica frase di tono più acceso è: «Deve smetterla di prenderci per il culo». Si riferisce al ministro Bianchi, primo bersaglio della contestazione — l’immagine del suo volto, cancellata da una X, è accostata a quella di Draghi e all’altra, un po’ asincrona, di Berlusconi. In pratica, ribadisco, salvano solo Mattarella.
Chiedono di essere ricevuti, di essere ascoltati. Chiedono risposte sul disagio psicologico accresciuto dalla pandemia, dal «furto della socialità ». Parlo con un ragazzo che mi racconta con sconforto un paesaggio umano intorno a lui in cui il malessere psicofisico è ai livelli di guardia. «E facciamo finta di non vederlo. E le disuguaglianze, sempre più nette, stanno divorando anche il mondo della scuola. Le possibilità non sono le stesse per tutti, come vogliono farci credere». Mi parla di disturbi dell’apprendimento esasperati, e di classi sociali — espressione antica, un po’ come la parola “rivoluzione” che campeggia sulla prima pagina di un giornaletto che viene distribuito.
La «scuola pubblica» che difendono non è quella dei «padroni», la scuola aziendalista che riduce tutto alla valutazione delle competenze. L’insofferenza per il ritorno delle prove scritte alla Maturità, in questo senso, è più che aperta (invocano un semplice esame orale basato su una tesina); e sì, è vero che gli ultimi due anni scolastici sono stati strani e faticosi, e che — come dicono — non si va a scuola solo per avere un voto. Ma avere paura, non dico di una versione o di un compito di matematica, così tanta paura di scrivere non va bene, e il cartello che recita “Non siamo riusciti a scrivere uno striscione, figuriamoci uno scritto” mostra un’intelligenza meta-letteraria che, secondo me, può battersela bene con l’ansia.
Il problema è che l’abbiamo trascurata, tanto quanto i segni lasciati dalle mascherine che coprono le bocche di questi adolescenti in corteo. I segni invisibili, i desideri compressi, i desideri negati. «Dov’è la normalità?» urla, fino a sgolarsi, uno dei leader — e così rivela il collante emotivo di questa mattinata, una rabbia malinconica, il senso di una espropriazione che fino a un certo punto c’entra con le (auspicate) dimissioni di un ministro, con la Cgil che «racconta balle».
A fare eco — quando la colonna sonora si ammoderna — i versi di una canzone che si chiama “Misentomale” («Mi chiedi come sto, io non lo so, ehi / A volte sto bene, a volte no, ehi»), e di un’altra, più vecchia, che dice di uno che si guarda nello specchio ma non sa più ridere. Il che non vuol dire che non siano anche allegri: hanno 19, 18 anni, e una legione ne ha molti meno: quando ballano “Bella ciao” come una danza ritmata e tribale (un militante Anpi con i capelli bianchi li guarda come un nonno complice e severo), quando si preoccupano di fornire il numero preciso dei supplì a chi si è incaricato eroicamente di acquistarli.
Sono vivi, vitali. Nella corsa, fra fumogeni e petardi, qualcuno cade, qualcun altro è strattonato e si spaventa. Tommaso, per esempio, scoppia a piangere e l’amico ci mette un po’ a consolarlo, e lo abbraccia e bestemmia e lo stringe ancora. «Pagherete tutto», urlano svociatissimi dal cordone più prossimo all’ingresso del ministero: «Se sfondiamo chi ci ferma, saremo duemila!». Invece restano lì, quasi immobili, applaudono come per sciogliere la tensione, a lungo, più volte, stretti nei loro giubbotti North Face come una divisa — le borracce ecologiche, le birre, le mascherine maledette. Il cielo si apre un po’, non fa freddo. Il tram non passa, «e vaffanculo, c’è pure lo sciopero dei mezzi», guardano l’ora sul cellulare. Salutandosi, si stringono come non dovessero rivedersi più per un anno, per una vita.
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