Lo sterminio all’ora di pranzo

Ottant’anni fa, in una villa sul lago Wannsee, quindici gerarchi nazisti progettavano la “soluzione finale”, tra birre e tazze di tè
di Corrado Augias
Ottant’anni fa come oggi, 20 gennaio 1942, quindici persone si riunivano in una villa sulla riva del lago Wannsee, periferia sud di Berlino. La convocazione era stata fatta da Reinhard Heydrich, potente capo dell’ufficio sicurezza del Terzo Reich. Oggetto dell’incontro la “Soluzione finale della questione ebraica” ( Endlösung der Judenfrage ). Attorno al tavolo sedevano alcuni dei massimi gerarchi a capo delle strutture che sarebbero state coinvolte nell’operazione, compreso lo stesso Heydrich. Fungeva da segretario l’Obersturmbannführer delle SS, uomo destinato a una sinistra notorietà, Adolf Eichmann.
Hans Frank, direttore dell’ufficio legale del Reich, aveva già anticipato qualche giorno prima ai suoi collaboratori l’obiettivo del progetto e le difficoltà pratiche per la sua attuazione. In quel momento, il termine “soluzione finale” conservava un piccolo margine di ambiguità, non per Frank, comunque: «Non possiamo fucilarli tutti, non possiamo avvelenarli, ma potremmo attuare interventi che in qualche modo portino a un annientamento ». Quello il dilemma che lacerava la coscienza dell’alto gerarca: come si fa ad annientare un popolo senza ricorrere né alle fucilazioni di massa né al veleno?
Quando la riunione si aprì, l’interesse di Frank e di molti altri gerarchi era dunque di vedere con quali modalità la “soluzione finale” avrebbe potuto essere effettivamente applicata. Della riunione si è conservato il verbale — redatto da Eichmann — diventato col tempo un prezioso documento storico certamente di utile lettura per chi non avesse ancora le idee chiare sull’argomento.
Heydrich cominciò a esporre le cifre della popolazione ebraica presente nei vari paesi sotto il dominio del Reich ma anche nei paesi alleati, Italia compresa con i suoi 60 mila ebrei circa. Interessante notare che nell’elenco erano inclusi anche Stati neutrali come Irlanda, Portogallo, Svezia e Svizzera, chiara allusione al fatto che, una volta vinta la guerra, anche i paesi neutrali in un modo o nell’altro sarebbero stati costretti a consegnare ai nazisti i “loro” ebrei. Il fanatismo dell’ideologia faceva sottovalutare il fatto che da quasi due mesi gli Stati Uniti erano entrati nel conflitto cambiando, come di lì a poco sarebbe stato evidente, l’intero quadro strategico delle forze in campo. Si può ricordare che, quaranta giorni prima, anche Mussolini, dal balcone di Palazzo Venezia, aveva annunciato che l’Italia dichiarava guerra agli Stati Uniti d’America: «Le potenze del Patto d’acciaio scendono oggi a lato dell’eroico Giappone contro gli Stati Uniti d’America… ». Al crimine di aver dichiarato una guerra (10 giugno 1940) che l’Italia non era in grado di combattere, il Duce aggiungeva la tragicommedia della piccola Italia che dichiarava guerra a un colosso industriale come gli Stati Uniti.
La conferenza durò un tempo insolitamente breve se si considera l’entità degli argomenti sul tavolo, praticamente si chiuse all’ora di pranzo. L’idea iniziale di Heydrich era una deportazione di massa nei territori sovietici occupati di tutti gli ebrei rastrellati. In pratica questo voleva dire il trasferimento forzato di 11 milioni di individui senza distinzione di sesso, età, condizioni sociali, possibile utilizzazione a fini bellici o scientifici. Una volta concentrati alla periferia orientale del Reich, i deportati si sarebbero autoeliminati considerati i ritmi del lavoro forzato, la scarsa alimentazione, le generali condizioni di vita nei lager, la sterilizzazione di massa — isterectomia, praticata a freddo, per le donne. Si trattava, secondo Heydrich, di impostare su scala di massa, la pratica delle deportazioni già in funzione ma con scarsa efficienza.
Il verbale della riunione di Wannsee è agghiacciante per l’entità degli argomenti dibattuti ma anche per il metodo della discussione. La storia del genere umano è cosparsa di orrori. Non c’è stato potere, politico, religioso, militare che non si sia macchiato di ferocia e crudeltà, in guerra e in pace. Mai però nella storia umana lo sterminio di un popolo era stato pianificato sedendo attorno ad un tavolo bevendo birra o tè, parlando a bassa voce, esponendo cifre e tempi come se si stesse pianificando il ritmo di una qualche produzione industriale. Lo stesso termine “lavoro” in genere indicato come uno strumento di riscatto (così, per esempio, nella nostra Costituzione), nella villa sul lago divenne sinonimo di annientamento e morte. Lo ha fatto notare lo scrittore americano Daniel Goldhagen (nel suo: I volenterosi carnefici di Hitler ). Lavoro, considerate le modalità in cui si sarebbe svolto nei lager, divenne uno strumento di distruzione quasi un equivalente di “omicidio”. A Wannsee non si parlò comunque di camere a gas. I primi esperimenti per asfissiare molte persone alla volta vennero iniziati solo nel settembre di quell’anno nel lager di Sachsenhausen su alcuni prigionieri di guerra russi. Il metodo, rudimentale, consisteva nel convogliare i gas di scarico dei camion all’interno di una cabina sigillata; sistema ingegnoso ma presto giudicato inefficiente. Serviva quasi mezz’ora per eliminare un carico di prigionieri — troppo. Con il gas Zyklon B usato poi ad Auschwitz si ottennero notevoli progressi potendosi eliminare velocemente anche mille “pezzi” (stück) alla volta. Dopo Wannsee, Hitler riprese con forza la propaganda antisemita. Dieci giorni dopo la conferenza, nel discorso per l’anniversario del cancellierato, così parlò degli ebrei che s’erano dimostrati scettici sulle sue “profezie”: «Ignoro se ancor oggi ridano, o se la voglia di ridere gli sia passata. Ma, attualmente, posso comunque assicurarvelo: ovunque, la voglia di ridere gli passerà». C’è chi considera Reinhard Heydrich, conosciuto non a caso come “La belva bionda”, l’uomo più pericoloso del Terzo Reich. Sicuramente ha dato prova di peculiari caratteristiche criminali. Venne però anche per lui il giorno del giudizio, esattamente quattro mesi dopo Wannsee. Nella sua carica di Reichsprotektor per Boemia e Moravia, usava girare spavaldo nella sua auto scoperta con la sola scorta dell’autista. Era talmente certo dei feroci metodi repressivi applicati da non temere pericoli. Invece, un gruppo di partigiani cechi addestrati dai servizi segreti inglesi, organizzò un attentato. Heydrich rispose al fuoco con la pistola d’ordinanza, dal gruppo partigiano venne lanciata una bomba a mano che lo ferì. Nonostante questo, l’uomo scese dall’auto continuando a sparare fino a quando non cadde svenuto. Ricoverato d’urgenza all’ospedale di Praga, morì il 4 giugno 1942 per setticemia.
Si sarebbe probabilmente salvato ma sopravvenne un’infezione causata, si disse, dal contatto della milza spappolata con i crini di cavallo dell’imbottitura lacerata della sua auto. Per rappresaglia nel villaggio di Lidice vennero sterminati tutti gli abitanti, vecchi e bambini compresi, le costruzioni furono rase al suolo. Col nome di Heydrich venne anche battezzata l’operazione che portò alla costruzione dei primi tre campi di sterminio: Treblinka, Sobibòr, Belzec. Quando riferirono a Hitler il modo in cui il suo uomo girava per la città occupata, rispose: «È stato un idiota».
Il verbale della riunione è agghiacciante per l’entità degli argomenti ma anche per il metodo della discussione.
https://www.repubblica.it/