L’inversione della colpa Heidegger dopo Hitler

Fra qualche giorno sarà finalmente disponibile anche nelle librerie italiane il volume Note I-V dei Quaderni neri, edito da Bompiani. Si tratta delle pagine più discusse e controverse di Martin Heidegger, che vanno dall’estate del 1942, quando sul fronte orientale comincia a profilarsi la sconfitta della Germania, ai difficili anni del dopoguerra, fino al 1948.

La pubblicazione di questo volume, che è il numero 97 delle opere complete nell’edizione tedesca, si deve alla competenza e alla tenacia di Alessandra Iadicicco, eccellente traduttrice di letteratura tedesca, ma anche profonda conoscitrice della filosofia, capace di rendere con fedeltà estrema anche le parole e i composti più complicati, senza per questo deturpare l’italiano — come purtroppo fanno alcuni. Il risultato è un testo elegante, leggibilissimo, che ha al contempo il pregio di essere per così dire trasparente, rinviando di volta in volta il lettore all’originale tedesco, ai suoi echi semantici, alle suggestioni concettuali, che altrimenti andrebbero perduti.

Tanto più sorprendenti appaiono le polemiche sorte intorno alla traduzione di alcune parole tedesche, polemiche che, oltre a ritardare l’uscita di questo volume dei Quaderni neri, stavano per metterne a repentaglio la pubblicazione. L’esempio più eclatante è Judentum, «ebraismo». Come altrimenti si dovrebbe rendere? Christentum si traduce «cristianesimo». E dunque? L’accusa mossa a Iadicicco è quella di essersi prestata ad una sorta di «falsificazione». Meglio sarebbe stato — evidentemente al fine di edulcorare il testo — scegliere per Judentum la parafrasi «carattere ebraico», o addirittura (ma non è molto più grave?) «spirito giudaico». Casi analoghi sono Judenschaft, reso giustamente con «ebraicità», Verwüstung, «desertificazione» (Wüste in tedesco vuol dire «deserto»), Reinigung, «purificazione», e infine il composto oramai famoso Selbstvernichtung, quella nuova figura politica introdotta da Heidegger proprio nel volume 97 per definire la Shoah (ma non solo). Dato che selbst è il pronome che indica «sé», «da sé», «stesso» e Vernichten significa «annientare», come si dovrebbe tradurre Selbstvernichtung se non «autoannientamento»?

Si tratta di polemiche pretestuose, riprese da una stampa che talvolta esprime giudizi grossolani, senza mai entrare nel merito delle questioni. A che pro studiare i Quaderni neri? E perché poi darsi pena di considerare Essere e tempo? Basta farsi paladini di un Martin Heidegger fantasmatico e inesistente, ridotto a mero alibi, appiglio per colpire quegli «intellettuali» che continuano ad esercitare la cultura nel segno della critica e della riflessione. La filosofia non è affatto una partita di calcio. E il gioco del pro e del contro serve soltanto a non pensare.

Coloro che avranno la pazienza e l’umiltà di leggere le pagine dei nuovi Quaderni neri saranno proiettati negli anni più bui della storia tedesca. Lo spaccato è tanto più coinvolgente, in quanto a narrarlo e a descriverlo è il grande filosofo del Novecento. Quasi rivolgendosi alle generazioni future Heidegger raccoglie sentimenti, pensieri, ansie di un popolo sconfitto di cui, a suo modo, interpreta il risentimento, articola i timori e le aspirazioni. Numerosissimi sono i temi che si succedono con ritmo incalzante.

Nelle Note I, che comprendono l’ultimo tragico periodo bellico, e quindi la sconfitta, prevalgono le valutazioni politiche, rese più ardue dallo «smarrimento» che assale anche Heidegger. Tra le righe si leggono gli effetti di Stalingrado. La storia sembra aver preso un corso imprevisto e forse irreversibile. Che ne sarà della Germania? «Vegliare e proteggere»: sono i verbi che Heidegger suggerisce nel periodo del lutto. Ma di questo è certo: «Il tempo dei tedeschi non è ancora trascorso», sebbene non sia chiaro quale sarà il loro futuro. Il pericolo più grande, sottolineato con forza, è il «tradimento» dell’essenza tedesca. Quel popolo ferreamente coeso, che fino all’ultimo ha combattuto senza mai capitolare, rischia di autodistruggersi per via di una forma subdola e ignobile di infedeltà a sé stesso indotta dalla rieducazione a cui gli Alleati vorrebbero costringerlo. Così i tedeschi potrebbero finire per credere di essere dalla parte della colpa. Heidegger fa corpo con il suo popolo, senza nessuna distanza. Il naufragio della Germania è il suo naufragio.

L’atteggiamento è opposto a quello assunto da Karl Jaspers, l’amico di un tempo, che già nel 1946 con il suo pamphlet La questione della colpa denuncia la responsabilità criminale, politica, morale, metafisica della Germania. Nelle Note I e II Heidegger mette addirittura sotto accusa Jaspers. «Come può un uomo, fosse pure un affermato erudito di filosofia — presumere di ragionare sulla “colpa”»? Jaspers tradisce e induce al tradimento. Alla Schuldfrage, la «questione della colpa», Heidegger replica con la Weltschande, la «vergogna mondiale», che minaccia il popolo tedesco, additato a vera «vittima» in una strategia difensiva che mira a invertire i ruoli.

D’altronde Jaspers appare ai suoi occhi doppiamente colpevole. È stato lui a scrivere nel dicembre del 1945 una lettera che, anziché aiutarlo, ha contribuito in modo decisivo a impedire la sua riabilitazione e a sancire anzi, il 19 gennaio 1946, l’allontanamento dall’università. Heidegger ricostruisce l’intera vicenda con toni spesso esasperati. Si indovina il suo disappunto. Si sente finito e con rabbia parla di «estromissione» organizzata. Il crollo è inevitabile. Nel marzo 1946 viene ricoverato in una clinica psichiatrica a Badenweiler, vicino a Friburgo, dove è curato da Victor von Gebsattel, uno psichiatra appartenente alla scuola di Ludwig Binswanger, a sua volta ispirato dalla lettura di Essere e tempo.

I quaderni che vanno dal 1946 al 1948 — corrispondenti alle Note III-V — sono di grande interesse perché testimoniano un incessante lavoro autocritico grazie a cui Heidegger riesce ad andare oltre quella cesura, che avrebbe potuto essere definitiva. Sente infatti di essere giunto a un punto di non ritorno. Il ripensamento della sua opera è indubbiamente anche una sorta di autodifesa. Si rivolge espressamente agli intellettuali francesi che — da Alain Resnais a Frédéric de Towarnicki — già dall’autunno del 1945 vanno a trovarlo nel suo rifugio di Todtnauberg, nella Foresta Nera. Ma l’interlocutore a cui mira è Jean-Paul Sartre, più volte citato. Non ne ha molta stima; lo giudica un filosofo non originale, che si è indebitamente appropriato di molte sue idee. Strategicamente, però, intuisce che proprio la cultura francese degli occupanti può salvare la sua opera dall’oblio al quale in patria sembra condannata. E sarà in effetti così. Tradotto in francese, Heidegger è destinato a una nuova ricezione, questa volta mondiale.

Si premunisce dai fraintendimenti scrivendo la celebre Lettera sull’«umanismo», pubblicata nel 1947. Nei quaderni osserva che, dopo quella lettera, nessuno dovrebbe più chiedergli la seconda parte di Essere e tempo. Proprio quest’opera è al centro del volume 97. I rimandi sono numerosissimi. Si tratta di pagine e pagine in cui Heidegger ritorna sul suo capolavoro, divenuto nel frattempo un classico, per ripercorrere il proprio cammino. Rivendica quel che ha scritto. «Il solo pensiero della mia vita, che mi resta fedele, è “essere e tempo”». Con ciò non intende solo il libro, bensì quel complesso di temi su cui non ha mai smesso di meditare. Non senza una certa irritazione biasima la letteratura critica che frettolosamente attribuisce a Essere e tempo l’etichetta «esistenzialismo», senza scorgere la radicalità della sua «distruzione».

Certo, quell’opera è rimasta incompiuta. Da accorto escursionista Heidegger ha cercato di scalare un monte, lungo le cui pareti nessuno si era mai avventurato. Pur precipitando qui e là, è andato avanti, fra burroni e tornanti; d’improvviso si è accorto, però, di essersi smarrito, non perché non ci fossero sentieri, ma perché era lui a non riuscire più a scorgerli. Il pensiero è «naufragato “in cammino”»; ma un pensiero che naufraga non è un pensiero sul naufragio.

Alla luce della continuità che lo stesso Heidegger rivendica nel dopoguerra, sempre più grotteschi si rivelano i tentativi di quanti oggi vorrebbero da un canto conservare Essere e tempo, dall’altro sbarazzarsi dei Quaderni neri. La sfida per il futuro consisterà piuttosto nel trovare i collegamenti tra quelle pagine, seguendo le indicazioni che Heidegger fornisce esplicitamente. La ricostruzione del confronto con Essere e tempo nel volume 97 sarà dunque il compito di una seria ricerca.

Proprio sulla base di queste Note ultime si ripropone la questione dei nessi e dei fili che si dipanano da Essere e tempo e che potrebbero motivare filosoficamente le scelte politiche successive. La novità dei Quaderni neri è che Heidegger scrive a chiare lettere che il suo «errore non è stato solo “politico”». Se non ha riconosciuto il «nazismo» reale è per via di un’errata valutazione filosofica che lo ha spinto a precorrere i tempi, a immaginare finita un’età, quella della tecnica, che ancora era lontana dal tramontare.

Sono molti i temi che in Essere e tempo preludono al cammino percorso negli anni Trenta: una certa analisi dell’esistenza, gettata nel mondo e inchiodata, quasi per destino, al suo qui ed ora, lo spettro dell’inautenticità, la decisione, a tratti monacale o soldatesca, che anticipa la morte, la tonalità apocalittica che incombe. Non c’è dubbio che l’impegno politico scaturisca dalla sua filosofia. Era un’epoca in cui era necessario essere radicali. Heidegger lo era.

Mentre ci sono argomentazioni e analisi in Essere e tempo sulle quali resterà un’ombra, per molte altre è insensato cercare a tutti i costi implicazioni. Talvolta, perfino in una stessa frase, mentre delinea una nuova idea, nello stesso tempo Heidegger la inficia, la scredita, la compromette, con una modulazione azzardata, una cadenza rovinosa. Perciò è indispensabile una lettura critica, che sappia discernere e distinguere.

 

Fonte: La Lettura, https://www.corriere.it/la-lettura/