LETTERA DA SAN MINIATO AL MONTE

Padre Bernardo Gianni

 

C aro direttore, Lei mi ha chiesto un pensiero per le lettrici e i lettori del Corriere Fiorentino attribuendomi, come immagino, autorevolezza di parola non certo per quel poco che io sia, ma per l’eccezionalità del luogo dove ho il singolare privilegio di vivere. Anzitutto vorrei dirLe di cosa possa essere capace il silenzio di Firenze ascoltato quassù a San Miniato al Monte. Siamo soliti percepirlo in questa radicale intensità solo la Domenica mattina molto presto oppure all’alba del primo giorno dell’anno, quando è (finalmente) terminata la comprensibile, ma sostanzialmente illusoria gazzarra notturna. Nessuno avrebbe immaginato quel primo gennaio scorso di tornare di lì a poco a sperimentare, dopo gli anni oscuri del terrorismo e della globale minaccia nucleare di Chernobyl, una sensazione così diffusa e incontenibile di smarrimento.
E anche di impotenza di fronte a forze stavolta tanto microscopicamente invisibili quanto quasi invincibilmente organizzate nello sgretolare ogni nostra certezza di sopravvivenza personale e sociale. Sul fronte di una simile emergenza sanitaria, ma direi anche culturale, noi ministri della Chiesa, esperti come dovremmo essere di ben altro Invisibile, abbiamo dovuto cedere alla pur necessaria disciplina di contenimento relazionale, arrivando a far subire al nostro diletto popolo l’asportazione di quel momento decisivo e irrinunciabile che è la liturgia, col suo festoso apporto di comunione aggregante e di gioiosa e gratuita liberazione da tutto quello che altrove si spiega e si vive solo come obbligante efficienza e tecnologica, connessione di cause ed effetti.

Il mio amato Mario Luzi, per salutare l’imminenza del presente millennio, compose nel 1999 «Opus florentinum» per raccontare la costruzione della Cattedrale di Firenze quale simbolico e speranzoso raccordo fra passato e futuro di una intera città. In quei versi sublimi la nostra Santa Maria del Fiore, ma direi in realtà ogni chiesa del mondo, è immaginata come «laboratorio delle anime», febbrile e «infuocato» opificio dove «si ricoverano gli sperduti… si raccolgono i relitti, si raggiustano i rottami» e soprattutto «si fabbricano ali per il volo in questa officina».

Non credo esistano espressioni che ci spieghino meglio cosa sia la chiesa per il Signore Gesù, per il suo Vangelo di speranza, per papa Francesco, per tutti noi: un porto sicuro, un molo indistruttibile, una quieta darsena di accoglienza e di mistero dove non solo si riparano le nostre lesioni, ma addirittura si forgiano ali per donare a ciascuno di noi la possibilità di volare e assaggiare così l’infinito e l’eterno quali reali potenzialità inscritte nella struttura «aperta» del nostro stesso cuore, vorrei dire il cuore di tutte e tutti, credenti e non credenti. Proprio per questo ci procura dolore nel dolore dover tenere le chiese chiuse, sospendere le liturgie, fermare l’approdo dei bastimenti squassati da onde e rocce traditrici in queste ore di tempesta perfetta e di incontenibile contagio.

Un dolore che umilia la nostra vocazione e il senso stesso della nostra vita e che tuttavia in questi giorni di quaresima ha un suo sapore pasquale, se siamo memori di quanto il Signore Gesù dice a Nicodemo nel Vangelo di Giovanni: «Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». La terribile gravità dei tempi presenti ci richiede un inedito e profetico coraggio capace di ascoltare e decifrare il soffio dello Spirito nella sua libertà e capacità di incoraggiare e responsabilizzare tutti i credenti in Cristo nell’esercizio del loro sacerdozio battesimale.

Ci è di aiuto l’estensione di questa sorta di perenne inazione domenicale, ci è di aiuto il silenzio gravido di consapevolezza di queste ore così assorte e pacate anche nel cuore solitamente chiassoso della nostra città, ci è di aiuto la forzosa «clausura» di innumerevoli famiglie, limitazione geografica che noi monaci conosciamo molto bene quale umiliante ma liberante contrazione dello spazio a disposizione dei nostri piedi e della nostra fantasia e che tuttavia porta con sé il dono grande di un realismo capace di riconoscere con uno sguardo attento e colmo di amore che davvero, come amavano dire i Medieovali, nel frammento si riverbera il Tutto e che, come sapientemente ci avvertiva il grande Romano Guardini, «a partire dalla Pasqua di Cristo il mondo non è come sembra apparire: è anche questo, ma è al contempo più di questo», se abbiamo la pazienza — e adesso finalmente il tempo- di scrutarlo, decifrarlo, attraversarlo non più come oggetto del nostro abituale uso e consumo rapace, ma come dono, dono delicato, fragile, misterioso, destinato non solo a me stesso, ma anche agli altri e alle generazioni che verranno. L’inedita estensione dei perimetri del nostro monastero a tutta la città, immersa in una surreale quiete che la sottrae alla convulsa frenesia dei tempi abituali e che la invita alla meditazione e all’esercizio della lettura e di composto e civile dialogo su un destino finalmente percepito come comune, permette dunque una riscoperta non banale e per certi veri provvidenziali del primato dell’essere sull’avere, della qualità sulla quantità e innesca meccanismi che possono rendere il nostro stare insieme, pur nel rispetto delle indicazioni dateci per la tutela della salute di tutte e tutti, quella città «porosa», come Walter Benjamin amava qualificare l’eccezionale capacità di fraterna socializzazione e mutua capacità di aiuto respirata nella Napoli del suo tempo. Papa Francesco in «Evangelii Gaudium» al numero 71 con la sua abituale libertà teologica ed espressiva ha ribaltato una più che millenaria tradizione spirituale che di fatto quasi imponeva la ricerca di Dio in cima alle montagne, in isole sperdute e remotissime, nel cuore di fitte foreste, nello stesso deserto attraversato dal Signore Gesù per rafforzare la sua obbedienza filiale ai disegni salvifici del Padre. In quel testo straordinario il Papa ci invita a considerare come «abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso».

Sì, carissimo Direttore, in questi tempi di emergenza e di oggettivo pericolo, lo Spirito ci impone di riconoscere i confini dinamici e invisibili della chiesa capace di includere, riconoscere e finalmente svelare la presenza del suo Signore anche in quel prezioso «sacerdozio dei fatti» che, alla luce di quanto dice il Papa e ci raccontano le Vostre concitate cronache, fanno dei nostri ospedali luoghi dove con ore e ore di insonne, generoso e febbrile lavoro si promuovono «la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia» e dove col dono della salute ci verranno restituite persone e storie sulle cui spalle sarà festa grande cucire tutti assieme quelle ali che nella penombra della nostra desolata Basilica e delle nostre vuote chiese adesso stiamo progettando e realizzando con turni quasi incessanti di preghiera e dedizione in queste angosciate e interminabili ore del giorno e della notte.

 

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