L’amore senese di Moravia (romanzo senza lieto fine)

La storia A 23 anni conquistò la fascinosa nobildonna Silvia Piccolomini, poi lei lo lasciò anche per troppo gossip. E fece bruciare il carteggio con lui. Ma l’affetto non si estinse

di Roberto Barzanti

 

«Sposarti? Come puoi pensare che una Piccolomini possa sposare un ebreo?». Con questa sprezzante staffilata lei avrebbe messo fine al corteggiamento di cui era oggetto da mesi. E la breve storia d’amore ebbe (quasi) termine.

L’episodio ha per protagonisti una nobildonna senese di alto lignaggio, Silvia Piccolomini (1904-1972), e un talentuoso scrittore ventitreenne al suo folgorante esordio: Alberto Moravia (all’anagrafe Alberto Pincherle). Nelle rituali evocazioni tributategli a trent’anni dalla morte non è stata ripercorsa la stagione toscana dell’autore di un romanzo, Gli indifferenti, coevo all’avventura finita male. Per ricostruire — a frammenti — quel che accadde bisogna mettere insieme tasselli e indizi in grado di ricomporre il mosaico di ambienti e amicizie che molto pesarono nella biografia intellettuale di Moravia. La prima domanda da farsi è quale sia stata la matrice del nero aneddoto (di cui esiste anche una versione più aspra: l’infastidita aristocratica avrebbe addirittura qualificato l’uomo che le aveva proposto di convolare a nozze «ebreo zoppo»). La principale fonte scritta potrebbe essere — il condizionale è d’obbligo — una paginetta delle Agendine della guerra di Leonetta Cecchi Pieraccini, moglie del notissimo critico Emilio, datata 14 febbraio 1957: ahimè molto tarda. In essa si legge la feroce battuta, ma in un contesto che ha dettagli contraddittori. Silvia, che all’epoca, morto il padre, viveva a Milano confida all’amica Leonetta, pittrice dal garbo crepuscolare, di essere rientrata in possesso di un pacco di lettere di Moravia risalente al periodo del loro movimentato fidanzamento.

Ma è assodato che Silvia impartì l’ordine — eseguito — di bruciare tutto il carteggio con Alberto. Nell’appunto che l’amica artista butta giù Silvia appare rincresciuta dei suoi comportamenti, non entra in dettagli. Oltretutto era molto lusingata di sfoggiare qual pretendente un uomo che già stava diventando col romanzo uscito nel 1929, un protagonista della cultura non allineata al regime. Fu davvero una stizzosa offesa a troncar tutto, nel corso di un’indugiante passeggiata nel bosco che costeggiava a Montepulciano il palazzo dei Bracci? Interpello la figlia Cristina, che è genuinamente perentoria: «Si figuri se mammà sarebbe esplosa in una frasaccia del genere — asserisce — , nella nostra famiglia non si rinviene la minima traccia di antisemitismo. La casa dove abitavamo a Roma, corso d’Italia 19, era frequentata dal fior fiore di chi non aderiva al regime e da personalità di origine ebraica, penso al mitico Bobi Bazlen, ed era collocata, durante la guerra, di fronte alla sede del comando generale tedesco: lo escludo nel modo più assoluto». Il palazzo poliziano dove regnava come squisito padrone di casa il conte Lucangelo Bracci Testasecca (1883-1952) era mèta, negli anni che ospitava Alberto Moravia, di personalità quali Nello Rosselli, Piero Calamandrei, Giacomo Noventa, Pietro Pancrazi, Giuliana Benzoni, Bernard Berenson e l’elenco potrebbe continuare con il meglio dell’intellettualità di matrice liberal-gobettiana, che non nascondeva la sua ostilità alla dittatura. Moravia era uno degli ospiti più graditi e ne ha dato affettuosa testimonianza: «Quelle passeggiate accanto a Lucangelo Bracci, per le vie di Montepulciano, mi sono rimaste nella memoria: la sua figura magra, dal viso affilato, dal naso grande e dagli occhi buoni, aveva un’aria di signorile familiarità che si intonava molto bene con la qualità aristocratica e paesana di quell’angolo di Toscana».

Forse per capire le motivazioni della drastica rottura occorre spostarsi di poco, vicino Cortona, nella villa in località Metelliano, dove risiedeva Umberto Morra di Lavriano (1897-1981), amico stretto dell’esteta americano nativo di Vilnius, e anch’egli partecipe delle riunioni animate da sentimenti liberali che avevano a fulcro palazzo Bracci.

Ebbene, fu il raffinato Morra che presentò nel 1930 – ma la data talvolta è anticipata – Moravia a Berenson, il quale ebbe il privilegio di ascoltare dalla voce dell’autore le pagine degli Indifferenti . A lettura conclusa sentenziò: «A remarcable achievement!», un notevole raggiungimento. Umberto e Alberto erano molto amici. E come capita sovente si raccontavano tutto. Il registro degli ospiti dei Bracci attesta l’arrivo di Moravia a Montepulciano il 28 settembre 1929. Moravia aveva la smania di sposarsi e gli parve di aver finalmente raggiunto lo scopo conquistando quella ragazza «non bella, ma strana, un po’ somigliante all’amante di Baudelaire, molto bruna e snella». E si vantò che costei avesse perso la verginità proprio con lui, stando a quanto riferisce Renzo Paris nella sua scrupolosa biografia. Umberto, che aveva svolto un ruolo di abile mezzano nel favorire l’ambito rapporto, non tenne il segreto. I ben informati spiegano che da malizioso omosessuale nutriva un’acuminata tendenza al gossip. E compensazione migliore non poteva sussistere d’un matrimonio «riparatore».

Silvia s’infuriò dei pettegolezzi che le turbinavano intorno. Si sentì ingannata, fino a sospettare che l’ardito corteggiatore avesse veduto in lei l’occasione di contrarre un buon matrimonio d’interesse. Così abbandonò il focoso Alberto e riallacciò l’interrotta relazione con un principe Borghese: miglior partito del romanziere col quale aveva intrattenuto un coinvolgente legame per tre mesi, da maggio a luglio. Deluso e affranto, Moravia dopo la scenata fuggì, si rifugiò già in agosto da Berenson. Si fece dare gli indirizzi giusti e partì per Londra. L’aria del Bloomsbury Set gli risultò assai più respirabile di quella delle colline senesi. Anche se né Silvia, andata in sposa all’eccelso fotografo Giacomo Pozzi-Bellini, né il marito immaginario son ritornati con rimbrotti o rimproveri sull’incidente che cambiò le loro vite. Lei ammise con sincerità: «Ebbe ragione di darmi quello schiaffo. Ed ebbe ragione di lasciarmi». In una lettera a Moravia del 4 marzo 1935 spicca un passo eloquente: «Io non leggo più, ma vorrei tanto leggere i tuoi romanzi. E anche sarei tanto contenta se ti potessi vedere […], i nostri rapporti hanno sempre qualche cosa di importante, anche se si vanno rarefacendo». A Guglielmo Alberti, cugino di Silvia, in un biglietto del settembre 1938, Moravia rivela: «A Viareggio il giorno che partivo mi telefonò Silvia – non potei vederla – pare che non stiano in buonissime acque». L’affetto non si era estinto: innamorato una volta, innamorato sempre. Sorge inevitabile la curiosità di ammirare volto e corpo di una fantomatica presenza, che non compare in alcun album sullo scrittore. Chiedo a Jacqueline (in famiglia Meina), l’altra figlia di Silvia, di mostrarmi il ritratto della madre dipinto da Leonetta: «Eccolo, guardi che eleganza mammà: ha una posa che esprime con delicatezza il suo temperamento melanconico, la sua pensosa solitudine, la dignità del suo stile». Le fa eco Cristina (in famiglia Ghinga): «Una volta incontrai ad un ricevimento romano Moravia e gli dissi: ‘Sono la figlia di Silvia Piccolomini’. Lui non rispose. Non mi rivolse parola. Maleducato, non le pare? E antipatico».

 

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