«LA RONDINE» DEL MAGGIO, SNELLA E BRIOSA.

Ci sono voluti cento anni perché La rondine, la più negletta fra le opere di Puccini, arrivasse finalmente al Teatro del Maggio. Il perché di questa ingiustificata assenza rimarrà un mistero, ma intanto il «debutto» fiorentino del titolo, programmato già da tempo, è stato accolto alla prima dagli applausi di un pubblico numeroso (repliche fino al 25 ottobre).

Ha una sua dignità lo spettacolo firmato (regia, scene, costumi e luci) da Denis Krief, una messinscena assai essenziale, misurata e risolta con garbo; non sempre si rivela pienamente convincente sul piano visivo, anche se rimane in particolare apprezzabile per la cura riservata alla recitazione dei personaggi sulla scena. Non stona l’ambientazione, con costumi le cui fogge rimandano agli anni Cinquanta e Sessanta: quel mondo gaudente e vacuo evocato da Puccini è di allora come di oggi, o comunque vicino a noi, sembra dirci Krief. La scena del primo atto (il salone della casa di Magda) è contenuta in una enorme struttura, una sezione di una mansarda di lusso: ingombrante, a vedersi è tutto fuorché bella. La medesima che ritroviamo, scomposta, nel secondo atto, a delimitare gli spazi del caotico Café Bullier dell’atto successivo. Più poetico, degno del miglior Krief, è invece l’ultimo atto, con una casina come ritagliata su un cartone (il rifugio in Costa Azzurra di Magda e Ruggero), colori tenui fra azzurro e bianco. La chiave di lettura è qui giustamente quella di una lieve malinconia, velata da quell’umorismo che in altri momenti diventa la carta più giocata da Krief: anche se poi non si capisce bene quanto lo scomposto affollamento di personaggi che popolano all’inizio il Cafè Bullier, tutti in abito da sera ma con scarpe e foulard dai colori sfacciati, sia voluto o meno. Sul podio c’è Valerio Galli, che nella recente Tosca fiorentina aveva lasciato non poco perplessi, mentre con la partitura della Rondine naviga assai più sicuro: punta a trasparenza e leggerezza, tira fuori dettagli, opta per una narrazione snella e briosa, senza mai indulgere a facili struggimenti; da curare maggiormente è, semmai, il rapporto sonoro fra buca e palcoscenico, talvolta sbilanciato a sfavore delle voci. Una direzione scorrevole ed elegante, che ottiene pronta ed efficace risposta dai professori dell’Orchestra del Maggio; così come valida è la prova del Coro del Maggio, protagonista dell’atto secondo.

Fra i solisti, spicca Ekaterina Bakanova: impersona una Magda sofisticata, anche un po’ altezzosamente chic, con una voce generosa nel volume, dal colore lievemente ambrato, flessibile e disinvolta nel passare dal canto di conversazione a quello più disteso. Spigliata e brillante si dimostra Hasmik Torosyan nei panni della cameriera Lisette, mentre fra i due tenori si fa maggiormente apprezzare Matteo Mezzaro, un Prunier dal fraseggio accattivante e dal timbro morbido; Matteo Desole è invece un Ruggero un po’ rigido, soprattutto all’inizio, e che trova maggiori sicurezze nell’ultimo atto. Del cast fa parte anche Stefano Antonucci, ben calato nella parte di Rambaldo, oltre a un consistente numero di personaggi secondari adeguatamente risolti.