La notte più buia dei clochard “Noi, che non possiamo restare a casa”

di Brunella Giovara
Viaggio tra i senzatetto di Milano Che giocoforza non ottemperano al decreto
Le mense dei poveri sono chiuse. Alla fine arriva un medico volontario che gli prova la febbre
MILANO — Quello che non vedete, dalle vostre tiepide case, è che in via Agnello c’è una distrib uzione di pasta al pesto, bella calda. Sono passate le undici di sera, nel suo centro centro Milano è vuota e immobile. C’è un grande silenzio che stupisce, lampeggiano i lampi blu dei radiomobili dei carabinieri che fanno i blocchi in San Babila, e davanti al Fatenebenefratelli, e al parco Sempione, «lei chi è? Dove va, ha il permesso?». Nessuno può girare, una sola l’eccezione, i senzatetto di Milano, che poi sono di tutta Italia, intrappolati nella città ferma, i centri diurni chiusi per via del possibile contagio, nessuno che fa l’elemosina perché nessuno può uscire di casa, e senza soldi non si può comperare niente, e dove, poi. I negozi sono sbarrati, bisognerebbe spingersi verso i super e gli iper, ma chi ha la forza. Le mense dei poveri, chiuse, distribuiscono panini, roba fredda. Questi di Fondazione Arca però hanno i contenitori termici e perciò si mangia la pasta in piedi, davanti alle ricche vetrine del Quadrilatero illuminate per nessuno, nel mezzo di una città che sembra morta, non fa neanche freddo e si pensa che in fondo va tutto bene, i milanesi sono scomparsi ma questi arrivano puntuali, primo frutta e dolce, e si cena.
«E ci dicono: state in casa. Ma quale casa, io l’ho persa tre anni fa». Il signor Pacifico ha oltre 70 anni, e così dimostra, potrebbero però essere sessanta. «La strada consuma», dice Patrizia Sironi, responsabile acquisti della fondazione, una delle più forti in città. Ma ieri ha penato a comprare gel disinfettanti e mascherine per operatori e clochard, «ne ho trovate 11.700, dureranno poco». Lo staff gira la città di notte, qualcuno dovrà pure assistere i poverissimi che non sanno dove stare. Giovedì mattina un ucraino è stato denunciato da una volante perché camminava in via Crescenzago — “all’altezza del palo 27”, da verbale — e “non ottemperava alle disposizioni del decreto”. Poi la questura ha fatto sapere che la denuncia non avrà seguito, per lui e gli altri.
Cinque delle sette ronde notturne hanno dovuto sospendere le attività, restano Arca e Croce rossa, che in un angolo di San Babila controlla chi dorme già sotto i portici. Mancano i presidi, cioè le mascherine, magari qualche volontario si è ammalato. Resta l’urgenza di monitorare la salute di chi vive per strada. Un domani, può succedere a chiunque di non saper più dove stare, se non davanti alla libreria Hoepli di via Ulrico Hoepli, editore. Chi vive così è sempre un ex qualcosa, impiegato, commesso, operaio, studente, uno si chiama Francesco Maria e faceva l’elettricista a Monte Mario, Roma. Per vie traverse finiti qui, magari con un cane che amano più di se stessi, e con cui dividono il piatto di pasta e il plum cake. Allora, il signor Pacifico racconta di essere stato una persona perbene, e tuttora lo è, nei suoi pantaloni di velluto beige e il giaccone blu, poi «il mio fratellastro mi ha portato via la casa popolare», sembra il “Taxi nero” di Jannacci, che pure visitava gratis i clochard nell’ambulatorio di via Sismondi. Una volta Pacifico era dipendente del Comune di Milano, faceva i cartelli stradali nell’officina di via Trentacoste, all’Ortica. «Non ho fame, giuro», ma accetta il dolce incellofanato. Dopo, prenderà anche la pasta. Il problema non è solo di Milano, di senzatetto in Italia ce ne sono 50 mila. Qui 3 mila, d’inverno calano tutti in città perché si sta meglio, ci sono 2.700 posti letto, le docce e le mense. Molti vestiti e scarpe, cose che dismettiamo appena passate di moda. Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Arca, è uno che gira scalzo in sandali, senza essere un francescano. Saluta tutti, anche un tipetto in giacca e cravatta rossa che lo abbraccia e dice spavaldo «io non ho bisogno di niente!», poi prende un sacco a pelo e se ne va cantando lungo corso Matteotti. Mouhib Abdie, responsabile dell’unità di strada, apre il cellulare e fa l’elenco: «Fondazione Fratelli di San Francesco, solo sacchetti di cibo freddo. Suore di via Ponzio, lo stesso. Mensa della carità di via Canova, Opera Pane Sant’Antonio, Opera San Francesco in Tricolore…», la grande macchina della carità milanese si è quasi fermata. In piazza San Carlo, una decina di persone dormono al riparo del pronao. Una tendina, un letto, un’altra tendina Quechua, dentro c’è un ragazzo con un bel cane nero, festante.
«Io sono Marco, sono un medico, ti piacerebbe se ti misurassi la febbre? ». Il dottor Montella ha 27 anni, in tuta, cuffia, occhialini, maschera FFP3, un termometro digitale in mano, misura la temperatura a Mihai, quasi coetaneo rumeno, uno che se la cavava lavorando come cameriere a Livigno, ma finita la stagione scorsa, è sceso a Milano. «35 e 5, stai bene», dice l’infermiera Clelia Paratore, una di Lecco. Lui: «Sì, però ho fame». La notte dorme «da Cracco. Non dentro, naturalmente, ma davanti al ristorante. Dopo le 23 mi fanno stare. È un posto di lusso, posso dire a tutti che io, Mihai, dormo in Galleria».
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