La lezione che imparo dal Covid

MASSIMO GIANNINI

Ho il coronavirus. L’ho scoperto due giorni fa, dopo un sabato passato tra tosse, mal di gola e dolori al torace e una domenica trascorsa nel Pronto Soccorso Covid di un grande ospedale romano, per tutti gli accertamenti. Alla fine, diagnosi inequivocabile: tampone positivo (l’agente patogeno è nel mio organismo, purtroppo), ma Tac negativa (i polmoni sono “puliti”, per fortuna). E dunque prognosi inevitabile: quarantena, isolamento e terapia domiciliare per due settimane. Fino a nuovo tampone, e salvo complicazioni. La notizia, di per sé, conta poco o nulla. Com’è logico e giusto, la mia salute non interessa a nessuno, se non a familiari e amici. Ma se ne parlo e oggi ne scrivo è solo per due motivi, che invece sono molto importanti.

Il primo motivo riguarda il nostro giornale e la nostra comunità. Il rischio di contagio, nella redazione di un quotidiano come in qualunque altro luogo di lavoro, va gestito con rigore. Ce ne siamo fatti carico, ci siamo organizzati, abbiamo garantito e garantiremo la sicurezza di tutti. Ma insieme a questo dovere aziendale nei confronti dei lavoratori, ci guida un obbligo morale nei confronti dei lettori: quello di continuare a informarvi. Dunque, il giornale sarà regolarmente in edicola e il sito Internet sarà regolarmente online. Perché l’informazione non va mai in malattia. E noi siamo qui ad assicurarvela, come al solito.

Il secondo motivo riguarda il nostro Paese e la nostra convivenza civile. Nelle undici ore che ho vissuto al reparto Covid del Policlinico Gemelli, ho visto tante persone ricoverate. Ho sentito tanti pazienti piangere e gridare di dolore. Ho parlato con medici e infermieri, che mi hanno raccontato quanto stiano crescendo i ricoveri urgenti e come si stiano riaprendo le terapie intensive.

Penso che qualche ora di visita in questi luoghi in cui si continua o si ricomincia a soffrire farebbe bene a ognuno di noi. Sarebbe una lezione utile. Di fronte alla drammatica impostura dei negazionisti e alla cinica disinvoltura dei riduzionisti. Di fronte all’insofferenza degli imprenditori e all’indifferenza dei giovani verso le restrizioni imposte dalle autorità politiche. Di fronte a un pericolo mortale: che scenda il Grande Oblio sulla tragedia che abbiamo vissuto tra marzo e aprile, sui diecimila morti soli senza l’ultima carezza e sugli “eroi in corsia” che hanno dato la loro vita per salvare quella degli altri.

Il governo sta per varare un nuovo Dpcm, nella logica da “stato di eccezione” che abbiamo imparato a conoscere da mesi. Un sacrificio doloroso, ai limiti della costituzionalità. Ma necessario, a condizione che finisca il disordine legislativo tra governo e regioni e che le scelte fatte e quelle da fare si discutano nell’unico luogo in cui si esercita la volontà del popolo, cioè il Parlamento. Qualche ulteriore rinuncia adesso, forse, servirà a evitare un rovinoso lockdown dopo. Facciamola, tutti insieme. Come ha scritto ieri Abraham Yehoshua sul nostro giornale, “il dovere di mantenersi coesi e di rispettare la legge, in una società pluralista e polarizzata come la nostra, è sacrosanto e le forze liberali e illuminate dovrebbero essere in prima fila”. Noi ci siamo, e ci saremo sempre.

 

 

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