La guerra di Elias Canetti contro la morte

Esce in Italia il libro inedito a cui il grande scrittore lavorò per mezzo secolo. Era dedicato al suo nemico più feroce.

 

 

MILANO. Quando la morte irrompe per la prima volta nella sua vita Elias Canetti ha sette anni. Sta giocando nel giardino della casa di Manchester dove la famiglia si è da poco trasferita. Con un amico gareggiano a chi è più bravo ad arrampicarsi sugli alberi senonché la finestra della sala da pranzo si spalanca: «Mia madre si sporse fuori con tutto il busto e si mise a gridare a voce alta e stridula: “Figlio mio, tu giochi e tuo padre è morto! Tu giochi, giochi e tuo padre è morto! Tuo padre è morto! Tuo padre è morto!”». Facoltoso commerciante bulgaro di origini ebraico-sefardite, il signor Jacques Canetti è stato ucciso da un infarto. Non aveva ancora compiuto trentun anni.

A provocare l’attacco fu un’emozione assassina? Magari la notizia della dichiarazione di guerra del Montenegro alla Turchia che incendiando i Balcani – siamo nel 1912 – avrebbe acceso le micce del primo conflitto mondiale? O a fulminare papà Canetti fu invece un embolo di gelosia? La moglie non gli aveva forse appena rivelato delle avances – respinte ma nondimeno lusinghiere – ricevute dal medico che l’aveva in cura durante l’ultimo soggiorno termale? Non lo sapremo mai. Nel 1977 Elias Canetti rievocava quei momenti funesti in La lingua salvata, primo volume dell’autobiografia. Qualche anno dopo annotava: ««È come se dalla morte improvvisa di mio padre, io fossi rimasto lo stesso. La morte, che si annida in me da allora, mi ha improntato di sé, e io non posso sbarazzarmene».

Da ragazzino, tu te ne stai beato a sgambettare sull’erba e all’improvviso tua madre ti sbraita contro perché un accidente ha stecchito tuo padre: di che gonfiarti dentro un senso di colpa grosso quanto un dirigibile. Ma in Canetti quello shock non è un evento traumatico arginabile entro confini psicanalitici. Seguita da altre scomparse premature (la madre, i fratelli, due mogli), la morte del padre diverrà il detonatore di un’impresa gigantesca che, quantomeno per ambizione e audacia, può competere con le più spericolate sfide letterarie del Novecento, da Proust a Joyce agli amatissimi Broch e Musil.

Tutti muoiono. E allora? Canetti non ci sta, punta i piedi, non vuol saperne di elaborare il lutto (formula sempre in voga nelle ciance psicologizzanti). Canetti si ribella contro qualsiasi lutto. È lo scandalo della morte – non solo quella delle persone amate ma di chiunque – che lo spinge a diventare uno scrittore. Cioè, secondo la sua definizione, Der Todfeind, il nemico della morte o nemico mortale; uno che finché avrà carburante si batterà contro la perdita, la sparizione, l’annientamento – specie se procurato dall’uomo – e di tutto ciò che nei modi della religione, della filosofia, della scienza o della politica legittima quel Male assoluto o anche soltanto vi si rassegna.

Però il progetto di un assalto alla morte concentrato in un unico libro sarà un valoroso fallimento. Concepita inizialmente come un romanzo, l’offensiva imploderà: non riuscirà ad assumere forma compiuta, ma spargerà le sue spore in quasi tutti i testi canettiani, dal monumentale studio su Massa e potere, che gli prese trentotto anni di lavoro, alle pièce teatrali, dai saggi fino all’enorme mole di appunti. Quelli dedicati alla morte riempiono 2.500 pagine manoscritte che diventano 400 nel Libro contro la morte ora pubblicato da Adelphi, tre anni dopo l’uscita in Germania. Al 70 per cento si tratta di pensieri inediti. Micro-racconti, invettive (tra i bersagli polemici Nietzsche, T.S. Eliot, Hemingway), attenzione minuta agli animali – soprattutto i più piccoli (formiche, mosche, lumachine) – commenti ai grandi testi come alle notizie lette sui giornali (Vietnam, Prima guerra del Golfo, Bosnia)… Chi ama Canetti nel Buch gegen den Tod ritroverà tutte le pirotecnie del suo genio aforistico, miscela di perfidia, tenerezza, rabbia, surrealtà.

Ancora pochi anni prima di spegnersi nel sonno quasi novantenne e ormai consacrato dal Premio Nobel, l’autore lo definiva «il mio libro per antonomasia». Lo è? «Di certo la morte era il tema che gli stava più a cuore. Pensava a un’opera aforistica, anche se ogni tanto ci sono riflessioni su un’idea di romanzo intitolato Il nemico mortale. Difficile dire se qualcosa di quel progetto sia rifluito in altri libri. Dopo Auto da fé, uscito nel 1935, Canetti non scrisse più romanzi. Ma Vite a scadenza, del 1964, è un testo teatrale contro la morte» ricorda Johanna Canetti accettando di rispondere a qualche domanda del Venerdì. È l’unica figlia di Elias, nata nel 1972 dal secondo matrimonio dello scrittore con la restauratrice e museologa svizzera Hera Buschor.

Anche la battaglia letteraria contro la morte Canetti la combatte a matita. Ha sempre lavorato così: sul tavolo una batteria di lapis costantemente ritemperati, appuntiti come lance, pugnali: «Scriveva a matita per diverse ore al giorno. A Londra di notte, a Zurigo piuttosto al mattino. Trascorreva le giornate scrivendo e leggendo» racconta Johanna. Dai quaderni del 1965: «La mia macchina più sicura sono le mie matite. Finché scrivo, mi sento (assolutamente) sicuro. Forse scrivo solo per questo. Ma ciò che scrivo è indifferente. Basta che non smetta… Se per qualche giorno non scrivo nulla, subito mi sento smarrito, disperato, abbattuto, vulnerabile, diffidente, minacciato da mille pericoli». La scrittura come corazza, ma anche azzeramento quasi mistico di sé: «Io non esisto più, io sono mille matite, non m’interessa sapere che cosa scrivono, io voglio dissolvermi in quei loro movimenti che più non comprendo».

Le grandi manovre sul fronte della morte erano partite il 15 febbraio 1942: «Oggi ho deciso di annotare i miei pensieri contro la morte così come mi vengono, a caso, senza stabilire alcun nesso fra loro e senza asservirli al dominio tirannico di un progetto. Non posso lasciar passare questa guerra senza forgiare nel mio cuore l’arma che sconfiggerà la morte». Nel ‘51 affiora qualche affanno, la paura di non farcela: «Finiscilo, finiscilo una buona volta questo libro tremendo, doloroso, lento, eternamente annunciato, eternamente fallito». Nel 1957 il morale si è risollevato: «Ho deciso di oppormi alla guerra e alla morte, senza uccidere nessuno, ho deciso di distruggere il suo incantesimo, di cacciare i suoi sacerdoti e di rendere pienamente consapevoli gli uomini di ciò che possono essere senza la guerra e senza la morte. Tutti i tentativi da me sinora compiuti sono stati la preparazione a quest’unico momento decisivo».

Nell’82 l’origine emotiva del libro non è fatta risalire alla morte del padre, ma a quella della madre Mathilda, donna carismatica e dominatrice, sofferta quanto venerata: «Quando mia madre morì, giurai a me stesso che avrei scritto il Libro contro la morte (…) È un impegno che dal 15 giugno 1937, ovvero da quarantacinque anni, non ho ancora onorato. Devo estorcere il tempo necessario a scrivere questo libro». Non ci riuscirà. O invece sì? La montagna di frammenti che ci è rimasta cos’è, un cumulo di macerie o – per quanto paradossale – un’opera a pieno titolo? «Nella postfazione al Libro il germanista Peter von Matt sottolinea come, più che appunti, le annotazioni siano  aforismi compiuti oppure piccoli testi in sé conclusi e di grande rigore compositivo» dice Andreina Lavagetto, studiosa e traduttrice di Canetti, che insegna letteratura tedesca all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Aforismi perché Canetti nutre da sempre una profonda avversione verso tutto quanto è sistematico. Da qui le sue intemerate contro Hegel, visto come Moloch della sistematicità germanica.

«Non ho mai imparato nulla in maniera sistematica, come gli altri, ma solo in improvvise eccitazioni» si legge in un quaderno del ‘73. Tanto nella conoscenza, nella lettura, quanto nella scrittura, Elias Canetti non procede per accumulazione progressiva, ma per raid balenanti e magari contraddittori: «L’unica cosa in cui ho perseverato con coerenza per cinquant’anni sono stati gli aforismi, e questo proprio per via della loro incoerenza». La stessa guerra contro la morte assomiglia di più a una guerriglia fatta di incursioni rapide e altrettanto veloci ripiegamenti riflessivi nei quali non ci si domanda solo se il Libro arriverà mai a compimento, ma anche se scriverlo abbia senso: «Il tuo rifiuto della morte non è più assurdo della fede nella resurrezione, su cui da duemila anni si regge il cristianesimo (…) Come si può vivere in questo rifiuto, se poi si continua incessantemente a morire?». Oppure: «Vergogna, vergogna, che io sia sopravvissuto a tutte le vittime. Sono mai stato nella Madrid bombardata, ho mai condiviso l’esodo da Parigi, sono mai stato ad Auschwitz? (…) Forse tutto ciò che ho pensato è insufficiente, sbagliato, magari – essendo frutto di quegli anni sanguinari – non contiene altro che invisibili germi di una nuova sventura».

La lotta, l’odio contro la morte «è per Canetti una rivolta contro la sua accettazione, contro tradizioni, poteri, istituzioni che vengono a patti con essa e preparano l’uomo ad accoglierla» dice Lavagetto. «In questo senso è una ribellione contro tutto ciò che nella nostra civiltà occidentale da secoli lavora alla consolazione davanti alla morte».

Fatica di Sisifo, il tentativo canettiano non potrà che avere un esito assurdo. Perciò i frequenti balzi “kafkiani” nel paradosso, nell’umorismo, nel grottesco. Del genere: «Si nascose sotto il letto per non morire, tanto spesso aveva sentito parlare del letto di morte». O anche: «Quando il celebre giornalista morì, nel suo lascito furono trovate dodici casse di editoriali per altri ottant’anni».

«Nel Buch gegen den Tod» spiega Lavagetto «Canetti si concentra sulla morte inflitta dall’uomo all’uomo. Non per niente è nel 1942 –  l’anno di Stalingrado e della Soluzione finale – che decide di concretizzare un disegno più antico e di annotare senza sistema i suoi “pensieri contro la morte”».

Secondo Canetti l’uccisione – o perlomeno la possibilità di dare morte – è fondamento del potere. Se l’uomo vuole uccidere per sopravvivere agli altri, «l’intenzione autentica del vero potente è sopravvivere a tutti affinché nessuno sopravviva a lui» scriveva. La sopravvivenza è tema cruciale. E nei capitoli centrali di Massa e potere si racchiude uno dei nuclei terribili della riflessione canettiana. Perché in quelle pagine il senso di trionfo provato da chi sopravvive nei confronti di chi soccombe non è attribuito soltanto ai potenti, ma esteso più in generale all’essere umano che resta in vita dopo la morte di un suo simile: il figlio che sopravvive al padre, il coetaneo al coetaneo, il vecchio al giovane. «È un trionfo che rimane nascosto, che non si ammette con nessuno e forse neppure con se stessi» si legge nel saggio Potere e sopravvivenza. Teoria di seducente spietatezza, però urticante. Quando Canetti la espone in pubblico qualcuno perde le staffe: «Il giovanotto ebbe una reazione violenta alle tue affermazioni in favore della sopravvivenza (…) Lui non aveva provato alcuna soddisfazione alla morte del padre. Era in mezzo a moltissima gente che mi si affollava intorno dopo la conferenza (…), era così furioso per le mie affermazioni che, più di tutto, mi sarebbe piaciuto abbracciarlo» (1984).

Ancestrale, l’euforia del sopravvivere agisce in noi ed è molto difficile resisterle. Come all’oblìo, altra bestia nera di Canetti. La affrontò nell’autobiografia. I primi tre volumi, i più belli, uscirono in Italia tra l’80 e l’85 entusiasmando i nostri vent’anni. Perché non avevano nulla della memorialistica letta fino ad allora. Per il combattente Canetti il ricordo non è dimensione consolatoria, rassicurante, sentimentale, ma disegna il territorio di una vasta battaglia campale contro la sparizione. Ancor più degli straordinari ritratti dei big (Kraus, Brecht, Musil, Broch, Berg…) ci sarebbero rimaste impresse per sempre le figure “minori” raccontate in quei libri: l’eccitante poetessa Ibby Gordon; l’indimenticabile dottor Sonne – l’uomo più buono e sapiente di Vienna; la signora Weinreb, affittacamere vedova che leccava i ritratti del marito defunto… E se il vero libro di Canetti contro la morte fosse proprio l’autobiografia? Il sospetto è legittimo.

Elias Canetti è sepolto nel cimitero zurighese di Fluntern accanto a un altro illustre. Pochi anni prima di morire ci andò in sopralluogo: «Mi dà pace pensare alla mia tomba, posta ai margini del bosco, non lontano da Joyce. Lo disturberà forse la mia vicinanza? E la sua disturberà me? (…) Certo, io provo rispetto nei suoi confronti, ma in fondo non mi piace. L’unica volta in cui ci incontrammo, nel gennaio del 1935, nemmeno lui provò simpatia per me. Sarà difficile trovare un punto di contatto fra noi due. Tutt’al più, forse, la comune passione per Svevo». Dice la figlia Johanna: «Elias Canetti non era credente, ma dedicò alla religione molte delle sue riflessioni, circa 1.500 pagine. Nel 2019 verrà pubblicato un libro con le più importanti». Ma a quante pagine ammontano in totale gli appunti canettiani mai pubblicati? «Tra le dodici e le quindicimila».
Quando si dice una buona notizia.

 

 

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