LA GRIGIA PALUDE ITALIANA.

 

IL GIUDIZIO DEI MERCATI
Tra gli italiani è comune un errore di prospettiva che consiste nella convinzione che l’Italia sia il centro del mondo. Per conseguenza, tutto ciò che si muove nell’economia e nella politica italiana, tutto ciò che l’Italia fa e che l’Italia dice (a cominciare dal diluvio di dichiarazioni e battute contraddittorie degli «uomini nuovi» sul palcoscenico governativo) sarebbe tale da produrre effetti immediati e considerevoli sull’economia e sulla politica europee e mondiali. La realtà è molto diversa. Le posizioni italiane in Europa – a cominciare da quelle sull’immigrazione – non hanno un peso molto rilevante, anche se non nullo; al di fuori dell’Europa, l’importanza economica dell’Italia tra le economie avanzate sta gradatamente riducendosi fin dalla fine del secolo scorso. La crescita economica italiana è inferiore a quella di tutti gli altri Paesi avanzati; almeno per il momento, però, non sembra esserci alcun disastro imminente, semmai un grigiore di fondo, un lento deterioramento legato anche a motivi strutturali come l’invecchiamento della popolazione. Il grigiore di questa realtà è apparso chiaramente nella giornata di ieri quando, mentre tutti gli occhi erano puntati sull’imminente verdetto di Fitch – la più piccola delle tre grandi agenzie mondiali di valutazione finanziaria che, con i loro giudizi, influenzano i flussi del capitale mondiale – sono stati diffusi dall’Istat alcuni importanti dati economici. Il più significativo riguarda il rallentamento italiano, meno grave di quello che pareva un trimestre fa. Per questo le stime di crescita del 2018 sono marginalmente migliori (+1,2 per cento anziché +1,1 per cento previsto un mese prima). Di questo 1,2 per cento, i tre quarti, ossia lo 0,9 per cento, sono già acquisiti e questa sarebbe la crescita annuale se l’Italia nel terzo e nel quarto trimestre registrasse un tasso di crescita zero. Perché si prevede una seconda metà dell’anno così striminzita? Perché il principale motore della crescita italiana, rappresentato dalle esportazioni, si è inceppato per motivi estranei all’Italia e cioè a causa della «guerra dei dazi», dichiarata dal presidente Trump contro pressoché tutto il mondo, che comincia a tradursi in una flessione degli ordini. Nel frattempo, continuano a salire di poco (+0,1 per cento sul trimestre precedente, +0,7 per cento sul secondo trimestre di un anno fa) i consumi delle famiglie italiane, segno che i fuochi d’artificio delle dichiarazioni politiche non hanno sostanzialmente modificato una cautissima fiducia economica; è inoltre positivo che le imprese abbiano ripreso a investire sensibilmente in impianti e macchinari e che qualcosa si muova – anche se non a sufficienza – nell’industria edilizia. Per quanto riguarda l’occupazione, negli ultimi dodici mesi l’economia ha creato oltre 270 mila nuovi occupati, il che è poco per chi vorrebbe tutto subito ma rappresenta comunque un risultato apprezzabile. Questo è il quadro, di certo non esaltante ma neppure terrificante, che hanno avuto di fronte gli esperti di Fitch; i quali non hanno potuto ignorare le tensioni, sia pure tendenzialmente decrescenti, all’interno del sistema bancario per i crediti deteriorati delle banche e i propositi di un aumento a tutti i costi della spesa pubblica di una parte dei membri dell’attuale governo, propositi peraltro molto ridimensionati dal ministro dell’Economia nelle sedi internazionali. E hanno concluso che, in un mondo pieno di tempeste – dall’Argentina alla Turchia, al contrasto commerciale tra Stati Uniti e Cina – l’economia italiana sia una «backwater», un termine inglese che indica un’acqua stagnante e un po’ paludosa. Giudizio negativo quindi in termini di crescita, ma senza la drammatizzazione di un abbassamento del «rating», il temuto «voto» negativo. Si può dire che l’Italia sia rimandata a ottobre: vedremo allora se – e come – alcune delle moltissime parole dell’estate si saranno trasformate in fatti.
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