In India , terra del tempo che torna.

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di Giorgio Montefoschi

Nel suo sterminato libro sull’induismo intitolato Gli indù , Wendy Doniger racconta una storia, che ancora ci sconvolge e per fortuna, a dispetto di ogni mutamento, possiamo vedere in quel luogo meraviglioso che è l’India con i nostri occhi, fondata su delle opposizioni che si compenetrano e vivono esclusivamente in virtù di codesta compenetrazione (che talvolta è selvaggia). Nella solitudine, infatti, i due termini della opposizione — la religione e il potere secolare, Dio e la creazione, il bene e il male, gli dèi e gli uomini, l’uomo e la donna, il corpo e l’anima, la nascita e la morte, la violenza e la non violenza, il sesso e l’ascesi — sarebbero nulla: non esisterebbero.
È una storia, quella raccontata dalla Doniger, oscura e luminosa — in realtà, la storia eterna, e alla fine inaccessibile, della luce che scende nel buio e del buio che la imprigiona o non la comprende — che viene da molto lontano. Cinquantamila anni fa, i venti che ogni anno portano in India le piogge monsoniche (e per secoli hanno disseccato le pergamene, facendo evaporare i racconti che la tradizione orale aveva trasferito nella parola scritta), condussero, molto probabilmente, dall’Africa orientale all’India peninsulare i suoi primi abitanti. Venivano, dunque, dal «cuore della tenebra» gli antichi ariani ai quali, nel corso del tempo, si mescolarono altri popoli che poi scomparirono, e poi altri popoli ancora fino a formare la complessa mescolanza di razze e lingue vissuta nella terra chiusa a oriente e a occidente dagli oceani, a nord dalla catena himalayana? Quando e da chi furono inghiottiti?
Il mito — uno degli innumerevoli miti, ripetuti in innumerevoli varianti, dai quali sono costellati i testi letterari e religiosi dell’induismo — parla di un grande diluvio che a un tratto sommerse quella terra. L’Adamo indiano si chiamava Manu. Un giorno incontrò un pesciolino che gli chiese di salvarlo da un pesce grande che voleva mangiarlo. In quell’essere infimo Manu riconobbe Visnu e lo salvò. Allora il pesciolino gli disse: gli dèi hanno costruito una grande barca per salvare dal diluvio gli esseri viventi; trascinala sulla montagna fino a che le acque non torneranno nel loro alveo e sarai re. Il diluvio — spiega l’incarnazione di Visnu — sarà provocato da una mostruosa giumenta che vaga in fondo all’oceano. Quando aprirà la bocca, un fuoco velenoso brucerà l’intero universo, gli dèi, ogni cosa e le acque, non più imbrigliate sommergeranno il mondo. «La giumenta dell’oceano che perlustra le acque oscure e profonde dell’inconscio» — osserva Wendy Doniger — è un essere femminile.
Passa il tempo immemorabile — che in India non è soltanto lineare, è anche ciclico: motivo per il quale le ere si concludono e rinascono, le anime tornano a reincarnarsi — e duemila anni all’incirca prima di Cristo, nella valle del fiume Indo, appare un altro popolo misterioso, risultato di mescolanze eterogenee, di provenienze indecifrabili. È la cosiddetta Civiltà della Valle dell’Indo. Conosciamo, attraverso le pietre, le iscrizioni in una lingua ancora non decrittata che forse non era neppure una lingua, e i sigilli, quali erano gli animali che insieme agli uomini vivevano lungo il fiume, i semi che venivano piantati, gli alberi. Sappiamo che commerci si svolgevano con la Mesopotamia, Creta, forse l’Egitto. Ma nessuno sa come e perché la Civiltà dell’Indo sparì.
Al loro posto — conservando con ogni probabilità le intuizioni umbratili o inespresse dei predecessori — sorge, attorno al 1500 a.C., il Veda . Il termine Veda significa Conoscenza. Il Rg Veda è un complesso di 1.028 inni, o mantra, tramandati in un primo tempo oralmente di padre in figlio, quindi scritti in una antica forma di sanscrito. Non dovevano finire in mani sbagliate, né essere pronunciati commettendo anche un minimo errore. «Il Rg Veda — scrive Wendy Doniger che col Veda entra nel cuore del suo libro bellissimo — era considerato un testo rivelato, e con la rivelazione non si scherza».
Un episodio mitico, conservato nella tradizione indologica europea, riguardante la memorizzazione e insieme la perfezione richiesta alla memorizzazione è il seguente. Alla fine del XIX secolo, appena conclusa la revisione e la pubblicazione del Rg Veda , Friederich Max Muller chiese a tre brahmani di tre diverse città: Calcutta, Madras e Bombay — tutti e tre parlanti lingue vernacolari diverse — di recitargli l’intero testo. Pare che ognuno di loro abbia pronunciato ogni singola sillaba dei 1.028 inni esattamente come gli altri due. I mantra venivano recitati durante i sacrifici. I sacrifici (non solo di animali) che originariamente erano offerti su miseri altari di fango, più tardi, accompagnando lo sviluppo sociale, divennero ricchi, regolati da rituali complessi. E raffigurarono (per esempio nelle forme degli altari) sia l’uomo che il cosmo. Il sacrificio legava indissolubilmente il mondo visibile degli uomini e il mondo invisibile degli dèi. L’energia generata dal sacrificio — vale a dire il calore, che è vita, ed è in contrasto col freddo della morte, ed è lo stesso calore, o ardore che nutre l’erotismo e la castità — manteneva in vita l’universo. Senza quel calore prodotto dal sacrificio, il sole non poteva sorgere. Così come senza bere il soma, il succo spremuto da una pianta chiamata Soma che alcuni dicevano crescesse nelle stesse montagne da cui provenivano i Veda , altri dal Paradiso, il sacrificante che contemplava se stesso nell’uccisione della vittima, non avrebbe potuto liberare la sua coscienza e proiettarla negli spazi infiniti.
Il Rg Veda si interroga sulla identità di chi ha creato questi spazi sconfinati e l’universo, la natura, gli animali e l’uomo destinato a morire e a rinascere, e risponde che è Ka, cioè colui che è. Ma il popolo dei Veda nella preghiera e nel sacrificio chiede soprattutto benefici: salute, prosperità, vittorie in battaglia. La Rinuncia spalancherà il suo abisso all’interno dell’induismo secoli più tardi. Con le Upanishad . Le Upanishad sono testi meditativi sui Veda che affiancano, non sostituiscono i Veda . Adesso, nel sacrificio non si implorano più beni materiali. I Rinuncianti abbandonano i villaggi e le città (secondo il loro pensiero luoghi di corruzione e permanenza), si rifugiano in luoghi disabitati e impervi, sono nudi, coperti di cenere, hanno un teschio nel quale raccolgono le elemosine, quando appaiono sulle rive del Gange, a Varanasi, sembrano dei malfattori. E nel sacrificio chiedono di essere liberati da tutto — dall’ardore, da se stessi, e principalmente dalla prigionia delle rinascite nella carne — perché la loro anima, l’Atman, possa riunirsi al Brahman: la sostanza divina di cui è composto l’universo, e confondersi in quel Tutto per sempre.