IL SUD AGO DELLA BILANCIA NELLO SCONTRO SALVINI-DI MAIO

 

La polemica fra Salvini e Di Maio sulla costruzione di nuovi inceneritori in Campania dimostra che i due partner di governo, Lega e Movimento 5 stelle, hanno idee molto diverse su come vada affrontata la «questione meridionale». L’esito di questo scontro – non nell’immediato, ma sul medio periodo – potrebbe condizionare in profondità il futuro della vita pubblica italiana. È dal 1994 che il nostro sistema politico tende a strutturarsi intorno a un leader: da una parte chi sta con lui, dall’altra chi gli sta contro. Non tanto perché agli italiani piaccia l’uomo forte, come spesso si dice all’estero cedendo, per pigrizia intellettuale, a una visione stereotipata della Penisola. Ma perché la personalità individuale resta l’unico elemento capace di tenere in piedi, seppur malamente, un sistema politico che non ha mai trovato un appoggio robusto nelle istituzioni, e ha perduto con Tangentopoli gran parte dello scheletro che lo aveva sostenuto nei decenni – quello partitico. Dal 1994 al 2011, così, al centro dello spazio pubblico abbiamo avuto Berlusconi. Dal 2014 al 2016 si è stati o amici o avversari di Renzi. E oggi l’impressione è che la politica italiana si stia avviando a fare perno su Salvini. Non è per forza detto che la storia finisca così, naturalmente. E anche dovesse, chissà quanto durerebbe. Ma la tendenza per il momento è questa. Berlusconi, Renzi e Salvini sono nati e cresciuti a Nord di Roma. Berlusconi e Salvini incarnano i due poli opposti di una mentalità assai robusta nell’Italia settentrionale, che potremmo genericamente definire mercantile e comunitaria al tempo stesso. Il fondatore di Forza Italia guardava al polo mercantile più che a quello comunitario, il leader della Lega fa l’opposto. Ma, a ben vedere, dal 1994 a oggi tutti gli equilibri interni alla destra italiana si sono venuti costantemente e progressivamente spostando dal primo polo al secondo, via via che il clima ottimistico e proglobal degli Anni Ottanta ha ceduto il passo a quello pessimistico e no-global del nuovo secolo. Quanto a Renzi, è figlio della «zona rossa», seppure di una sua corrente storicamente minoritaria, quella cattolica. Le innovazioni politiche nella storia d’Italia sono quasi sempre venute dal Centro-Nord. Per candidarsi al governo e durare nel tempo, però, hanno dovuto trovare il modo di metter radici anche al Sud. Berlusconi a suo tempo ci riuscì, mentre in tempi più recenti Renzi non c’è riuscito: al referendum costituzionale del dicembre 2016 – per prendere un solo dato emblematico – le percentuali per il «no» sono state maggiori al Sud che al Nord, e hanno superato il 70% nelle isole. Ora è il turno di Salvini: se sarà o non sarà il perno intorno al quale girerà il sistema politico italiano negli anni a venire, dipenderà anche da quanto riuscirà a far scendere lungo lo Stivale la sua innovazione politica di origine nordista. In quest’impresa il leader della Lega è naturalmente destinato a scontrarsi col Movimento 5 stelle, che alle elezioni di marzo ha raccolto nel Sud un bottino straordinario. Il successo dei pentastastellati nelle regioni meridionali si è fondato su due colonne: una negativa, la possibilità per gli elettori di sfogare la propria esasperazione nei confronti della «vecchia» politica; una positiva, il reddito di cittadinanza. La prima colonna si sta sgretolando: il ben noto «e allora il Pd?» non potrà continuare a lungo a far da scudo al Movimento. Per la seconda colonna, invece, scarseggiano i quattrini. Essendo riuscita a presentarsi anch’essa come esponente della «nuova» politica, la Lega pure può appoggiarsi alla prima colonna – per quanto ancora reggerà. Alla seconda colonna sta invece tentando di sostituirne un’altra, della quale ieri a Napoli Salvini ha mostrato il disegno: efficienza amministrativa e lavori pubblici. Non è un progetto granché nuovo: guarda caso, assomiglia parecchio a quello di Berlusconi. Ma grandi alternative non ce ne sono, e nelle mani di un leader «nuovo» non è detto che non funzioni.
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