«Il Pd è sempre più in affanno, ma qui non ci sarà la sua caduta».

il politologo marco tarchi.

Gli affanni del Pd non finiranno con il 2017, ma in Toscana né il centrodestra né i grillini sembrano per ora avere le forze per interrompere il dominio del centrosinistra. È questa la cartolina dal 2018 che spedirebbe Marco Tarchi, docente di Scienza Politica all’Università di Firenze.

Professor Tarchi, il 2017 si aprì con Renzi in silenzio dopo la sconfitta referendaria, il Movimento Cinque Stelle all’attacco del governo Gentiloni, Berlusconi che chiedeva una legge elettorale proporzionale. Il 2018 come si aprirà?

«Con un Pd ancor più in difficoltà di un anno prima, i Cinque Stelle costretti da una legge elettorale costruita apposta per contenere la loro forza a chiedersi che cosa fare concretamente del probabile primato nel voto di lista che verrà frustrato dal marchingegno dei collegi uninominali e Berlusconi che dovrà guardarsi soltanto da Salvini, perché di fatto ormai tutti i poteri che contano hanno fatto marcia indietro e lo hanno identificato come il male minore — il che gli varrà, con meno voti di altri, molti più seggi».

Tre mesi di campagna elettorale per arrivare al voto di marzo. Se potesse decidere i temi su cui si sfideranno i leader, quali sceglierebbe?

«Se mi chiede una previsione su quali saranno più frequentati in campagna elettorale, direi su un versante la questione immigrazione, con tutti i suoi addentellati (sicurezza, Ius soli, problemi con l’Unione europea, ecc.) e sull’altro quella della permeabilità della classe politica ad interessi da cui dovrebbe sapersi difendere — anche in questo caso con vari corollari, a partire dalla corruzione. Un terzo tema sarà ovviamente quello economico: come consolidare la crescita, come ridurre il deficit (ammesso che qualcuno intenda davvero farlo), cosa fare di tasse e pensioni…».

Il caso di Banca Etruria ha riproposto il problema del conflitto di interessi. Secondo lei Maria Elena Boschi avrebbe dovuto dimettersi? Ma perché in Italia non si riescono a fissare regole precise che eliminino il problema alla radice?

«Non ci si riesce perché, in fondo, non conviene a nessuno fissare limiti rigidi e chiari in un campo in cui tutte, o quasi, le parti politiche rischiano di trovarsi invischiate. Da quando la politica ha abdicato alla propria autonomia e si è consegnata al gioco degli attori economici, i conflitti di interessi, in una forma o in un’altra, non possono che essere all’ordine del giorno. Quanto alla Boschi, non entro nei casi di coscienza (poiché pare che anche i politici ne abbiano una, anche se a volte si sarebbe tentati di dubitarne)».

Dai lavori della commissione banche è emerso che il problema dei controlli e della vigilanza (Bankitalia e Consob) esisteva eccome. Eppure tutti a parlare solo della Boschi. Ma banche e vigilanza valgono più di un sottosegretario. O no? Non c’è anche della irresponsabilità politica in tutto questo?

«Siamo sinceri: le campagne elettorali oggi si combattono soprattutto sul piano mediatico, ed è ovvio che, per il ruolo che ha avuto e rivendicato nell’ascesa del renzismo, Boschi fosse e sia un soggetto molto più attraente, nelle polemiche interpartitiche, di Vegas, Visco o personaggi minori del mondo dei controlli bancari. Ma non mi pare che l’accusata fosse del tutto estranea alle vicende per cui è stata chiamata in causa».

Il centrodestra è di fatto l’unica vera coalizione in campo, ma ancora non è chiaro chi ne è il leader: Berlusconi o Salvini? E chi dei due è «prigioniero» dell’altro?

«Salvini ha commesso un grave errore appoggiando in modo decisivo la nuova legge elettorale, che, come si vede dai sondaggi, sta riportando a galla Forza Italia, che è di fatto la sua vera concorrente. Probabilmente, dopo il voto, Berlusconi saluterà la Lega, “in nome dell’interesse nazionale”, e i suoi elettori per siglare l’ennesimo patto con il centrosinistra, magari a sostegno di Gentiloni. Quindi è il segretario leghista ad essere l’ostaggio, ma si è messo in gabbia da solo».

Negli ultimi anni il centrodestra ha conquistato diversi Comuni in Toscana. Può aspirare a vincere le prossime elezioni regionali?

«È una prospettiva plausibile, ma che non reputo probabile. In Toscana esiste da sempre una rete di interessi di vario genere a protezione del primato del Pci e dei suoi successori, che non mi pare per ora abbia subito smagliature così gravi da farne ipotizzare la caduta. Certo, però, il risultato delle elezioni politiche potrebbe apportare a questa situazione modifiche importanti. Staremo a vedere».

E i grillini? In Toscana può esserci un modello Livorno?

«Lo considero altrettanto improbabile. In regione il M5S è stato fiaccato dalle scissioni e non si è dato, almeno per ora, un’immagine vincente in grado di fare da traino per i molti astensionisti che in ogni caso non voteranno per i suoi concorrenti. I successi locali ci sono stati, ma devono essere rafforzati creando una classe politica credibile negli enti locali: qualche individualità c’è, ma occorrerebbe andare oltre».

Ma la sindaca Raggi che cerca di mandare i rifiuti nel termovalorizzatore dell’eretico Pizzarotti a Parma non è la riprova della demagogia dei grillini?

«Di demagogia, come è noto, la politica si nutre fin dai tempi di Aristotele, e su questo terreno la gara è aperta. Il M5S soffre dell’accusa rivolta a tutti i populisti, reali o presunti, di fare promesse che non può mantenere. Non è un rilievo infondato, ma bisognerebbe comparare l’azione dei sindaci grillini con quella di chi li ha preceduti. E forse il bilancio non apparirebbe così in rosso».

Nel 2018 in Toscana si voterà anche in città come Pisa, Siena e Massa. Il centrosinistra rischia di non avere più la maggioranza dei Comuni capoluoghi di provincia: sarebbe un fatto storico.

«Senza dubbio. Ma forse, più che una caduta generalizzata della sua precedente egemonia, ci si può attendere lo scardinamento di qualche altro singolo tassello del mosaico, dal momento che è sempre più diffusa fra gli elettori la tendenza a premiare o punire singoli candidati sindaci. E sceglierli bene sarà cruciale per tutti».

Il Pd è in affanno ma il sindaco di Firenze resta al vertice delle classifiche dei sindaci più graditi, nonostante i cantieri della tramvia. Perché? È simpatia personale o un riconoscimento politico?

«Per dare una risposta fondata sarebbero necessari sondaggi più mirati, capaci di andare, come lei chiede, più in profondità sulle motivazioni delle scelte degli intervistati. In assenza di questi dati, non si può andare oltre le congetture. Sotto questo aspetto, mi pare che a Nardella venga riconosciuta la capacità di barcamenarsi fra richieste ed esigenze diverse, cercando — dopo l’epoca del ciclone rottamatore che gli ha tirato la volata — di prendere decisioni che limitino al massimo gli scontenti e soprattutto di farlo senza l’arroganza tipica del suo predecessore e mentore. Va detto però che, in politica, temporeggiare dà frutti per periodi limitati».

In Regione la maggioranza Pd-Mdp reggerà alla prova delle elezioni politiche?

«Questo nessuno lo può sensatamente dire senza conoscere i numeri che usciranno dalle urne, sia in sede nazionale sia a livello regionale, e senza sapere quali saranno le scelte che i due partiti faranno dopo il voto di marzo. Se, in uno scenario improbabile ma non impossibile, Pd e Liberi e Uguali dovessero trovarsi entrambi nel campo dell’opposizione, i loro rapporti potrebbero rimanere in bilico. Se invece il Pd si desse alle “larghe intese”, sarebbe bersaglio di una polemica ancora più aspra dei suoi concorrenti di sinistra, e a quel punto mantenere in piedi un’alleanza anomala come quella toscana sarebbe quasi impossibile».

 

Venerdì 29 Dicembre 2017, Corriere Fiorentino.

corrierefiorentino.corriere.it/