Il Palio del 2 luglio e le politiche di sicurezza.

Fra cavalli ribelli e nuove misure di sicurezza il Palio di Siena del 2 luglio 2017 è asceso agli onori delle cronache nazionali. Un commento dalla “Conchiglia” di Piazza del Campo.

Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto.

Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi;

vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo.

Dovunque l’uomo evita di essere toccato

da ciò che gli è estraneo.

Elias Canetti, Massa e potere, 1960

 

La tua fuga non s’è dunque perduta

in un giro di trottola

al margine della strada:

la corsa che dirada

le sue spire fin qui,

nella purpurea buca

dove un tumulto d’anime saluta

le insegne di Liocorno e di Tartuca

Eugenio Montale, Palio, in Le Occasioni, 1939

 

Foto di Enniomaria Polito

«Entrata fiancata, la mossa è valida», scandisce la concitata voce del canuto commentatore. I barberi, con scatto poderoso, sono appena usciti dai canapi, dando inizio alla folle corsa sul tufo che terminerà al Bandierino, consegnando finalmente alla cronaca cittadina il nome della contrada vincitrice. Come ogni 2 di luglio, a Siena si è da poco corso il Palio in onore della Madonna di Provenzano. La Carriera, lungi dall’essere solamente una comune corsa di cavalli, rappresenta il momento culminante di una delle più importanti feste italiane, nonché l’asse del movimento attorno al quale gira la ruota di una complessa macchina organizzativa guidata dall’amministrazione comunale.

Simbolo unitario di una città divisa e liturgia senese ad uso dei senesi, il Palio è forse una delle feste popolari celebrate con più continuità nel ricchissimo panorama nazionale. Addirittura, in pieno Regime fu lo stesso Mussolini che, sollecitato del governo della città, ratificò l’attribuzione esclusiva del nome di Palio alla festa senese. La difesa delle forme tradizionali di quest’ultima è infatti un assunto che mette d’accordo tutti i cittadini al di là della loro partecipazione alle diverse contrade; urgenza di una città intera che si continua a perseguire collettivamente oltre il limite delle appartenenze. «Siena trionfa immortale» è il motto. E a questo scopo, a partire dal 1981, è stato anche istituito il Consorzio per la tutela del Palio, strumento preposto alla salvaguardia dell’immagine e della dignità della Festa.

Cionondimeno, ormai da alcuni anni, il Campo di Siena ha finito per assomigliare sempre meno alla purpurea buca dai mattoni incupiti declamata da Montale; imbalsamato in pose da cartolina, confezionate ad uso dei turisti a spasso per il Chiantishire e graffiato dalla penna aguzza di opinionisti impomatati. Anche questa volta, la carriera appena trascorsa ha destato parecchio scalpore, soprattutto a causa del rifiuto di Tornasol, cavallo della Tartuca, di presentarsi ai canapi, finendo così per dilatare in modo imprevisto i tempi della diretta televisiva e causando addirittura il rinvio del Tg della sera. In grazia al suo comportamento, nelle letture di alcuni quotidiani nazionali, il cavallo è stato addirittura innalzato a simbolo di quanti rigettano il conformismo e rifiutano lo schematismo dei condizionamenti sociali. Affermazioni così roboanti che, non solo avrebbero fatto impallidire il cavallo, ma che risultano difficili da digerire anche per qualsiasi cittadino democratico.

E tuttavia, le colorate attenzioni che negli ultimi giorni i media hanno riservato al Palio rivelano come la festa di quest’anno richieda comunque un livello di analisi più complesso e stratificato rispetto al recente passato. Analisi che ha poco in comune con le fantasiose speculazioni intorno all’atteggiamento ribelle del cavallo Tornasol, il quale è poi stato ritirato in punta di regolamento dalla corsa, ma che è più opportuno rivolgere agli effetti di alcune misure di pubblica sicurezza messe in campo per la prima volta al fine di tenere sotto controllo la festa di fronte alla montante psicosi da contatto.

In questo senso, pur avendo da sempre mutato pelle in funzione delle diverse contingenze che ne hanno accompagnato l’esplicazione, sembra infatti che la militarizzazione forzatamente imposta alla festa senese possa rappresentare nell’immediato futuro un vero e proprio turning point nella gestione della stessa. Analizzato in questa prospettiva, il Palio appena trascorso e vinto a sorpresa dalla contrada della Giraffa, testimonia quanto la festa sia stata piegata nella sua essenza più intima alla logica del dispositivo securitario; costretta nella camicia di forza delle misure straordinarie adottate dalle Autorità di Polizia in conseguenza degli incidenti occorsi lo scorso giugno in piazza San Carlo. A partire da quest’anno, infatti, durante lo svolgimento del corteo storico e della carriera sono stati messi in campo dalle forze dell’ordine una serie di interventi preventivi allo scopo di garantire il mantenimento dell’ordine pubblico. Tra le novità proposte: è stato aumentato in maniera sensibile il numero degli agenti di polizia a presidio della piazza; è stata anticipata la chiusura della via che ne costituisce l’ultimo accesso; è stato imposto un limite massimo di spettatori – 15.000 persone in tutto distribuiti tra palchi e piazza; ed è stato vietato l’ingresso alla cosiddetta «Conchiglia» ai minori di 12 anni.

In questo caso, non si tratta di voler criticare in modo pregiudiziale la natura delle scelte fatte dalle forze dell’ordine. Al contrario, si tratta di sottolineare una volta di più come la normalizzazione imposta dalle cosiddette Politiche di Sicurezza tenda a omologare in maniera impropria contesti e avvenimenti che tra loro hanno davvero poco in comune. Vagamente giustificate in considerazione dell’onnipresente rischio terrorismo, nel caso senese tali misure sono state adottate quasi esclusivamente per prevenire il verificarsi di incidenti simili a quelli accaduti a Torino durante l’ultima finale di Champions. In quel caso, per quanto è dato sapere e al netto delle indagini in corso, la psicosi di massa ha agito come motore di una piazza impaurita che ha tragicamente finito per divorare se stessa indipendentemente della presenza di pericoli accertati. Cionondimeno, se ponderata a freddo, l’argomentazione per cui la dinamica della piazza torinese si sarebbe potuta replicare in qualsiasi altra manifestazione di massa trova ben poche ragioni per essere sostenuta.

Anzi, se si vuole, il caso senese dimostra esattamente il contrario. Chiunque abbia assistito al Palio in mezzo a quel tumulto d’anime che è la Piazza del Campo ha certamente percepito la specificità di uno spazio qualitativamente caratterizzato da consuetudini e prassi non scritte che regolano attivamente il comportamento dello spettatore e agiscono su di lui in maniera irriflessa. In questo senso, si potrebbe addirittura riconoscere nella piazza senese un esempio di luogo primariamente sicuro – secondo il binomio latino «sine cura», ossia senza preoccupazione – nella misura in cui il coinvolgimento emotivo del soggetto determinato dalla Festa a mezzo delle sue regole non scritte dissolve quasi totalmente la preoccupazione per l’incolumità fisica della persona. Così inteso, il concetto di sicurezza viene evidentemente a declinarsi in modo più ampio rispetto al protocollo omologante messo in campo dalle misure straordinarie di Polizia. Eppure, durante l’ultimo Palio, proprio l’adozione di tali misure nella gestione dell’ordine pubblico non sembra aver tenuto conto di questa evidente caratteristica della piazza, finendo per indebolire proprio quelle prassi non scritte che paradossalmente ne garantiscono un alto livello di sicurezza.

Ecco allora che, ad un occhio familiare, la composizione della piazza del 2 Luglio scorso è apparsa decisamente differente rispetto ai canoni soliti della Festa. E il cambiamento si è avvertito nella misura in cui all’appello mancavano proprio i rappresentanti delle contrade che di lì a poco avrebbero corso la Carriera, cosa intuibile dai numerosi spazi vuoti lasciati all’interno della conchiglia. Se tale assenza sia direttamente da collegare al cappello securitario imposto alla festa, non è dato fino in fondo sapere. Nondimeno, è comunque ragionevole sostenere che, proprio il silenzio della parte contradaiola abbia sbilanciato l’abituale composizione della piazza, contribuendo a depotenziare quei meccanismi di sicurezza che invece si puntava a rafforzare. Misurato da questa prospettiva, il Palio appena trascorso rappresenta dunque qualcosa di più e di diverso rispetto della consueta corsa equina trasmessa in diretta nazionale dal servizio pubblico. Al contrario, la gestione della piazza senese testimonia una volta ancora come la ricerca spasmodica della Sicurezza in maiuscolo venga portata avanti senza tenere in debito conto la complessità dei contesti a cui essa stessa si applica. Come se fosse da considerarsi alla stregua di un farmaco alchemico il cui infallibile utilizzo è sempre necessario al riequilibrio degli umori malsani del corpo sociale.

palio

Alla luce di queste considerazioni, pertanto, potrebbe quasi far sorridere il fatto che, proprio nel palazzo pubblico della città toscana, si conserva da secoli una stupenda allegoria della Securitas, dipinta in forma di donna alata che veglia sulle mutevoli sorti del cittadino medioevale. L’allegoria, come noto, è parte del famoso ciclo di affreschi dipinto da Ambrogio Lorenzetti e conosciuto col nome di Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo. Con timbro estremamente attuale, il pittore senese ha così assegnato alla Securitas un ruolo centrale nella pratica di governo, collocandola tuttavia accanto ad uno stuolo di altre figure, tutte necessarie al raggiungimento del giusto equilibrio nella conduzione della città. Quasi a volerci ricordare quanto, nel lontano Trecento così come ai giorni nostri, lungi dal poter reggere tutta sola la pesantezza delle umane sorti, la sicurezza rappresenti solo uno dei molteplici personaggi affacciati sul fragile palcoscenico del Contemporaneo.

Print Friendly Version of this page