Il manager senza invito e l’addio di Conte ai tecnici “Ora tocca alla politica”

I sospetti del Premier: “Ci sono pezzi dello Stato – burocrazia, parlamentari e forze politiche – che lavorano contro il mio esecutivo”
di Tommaso Ciriaco
ROMA — Il gelo di Giuseppe Conte sul piano Colao fa contatto con il caldo umido che avvolge Palazzo Chigi. Eppure, a due giorni dagli Stati generali il premier decide di ignorare ancora, esplicitamente il progetto della task force. Peggio: alle 21 di lunedì sera l’invito all’ex ad di Vodafone non è ancora partito – e non è detto che partirà, così fanno sapere – mentre l’agenda per il rilancio finisce in pasto ai media senza un passaggio formale, né una stretta di mano pubblica. Senza una parola del presidente del Consiglio o quella conferenza stampa congiunta promessa per un giorno intero in via informale e mai organizzata.
L’amarezza di Colao si nutre dei segnali espliciti che arrivano da Palazzo Chigi. Il manager non riesce a capire se il suo piano finirà nel progetto di rilancio del Paese a cui lavora Conte in gran segreto, pescando nel frattempo tra i suoi sei punti e lasciando trapelare che «ora tocca alla politica», come a chiudere brutalmente la fase dei tecnici. La nebbia che avvolge le intenzioni del premier su un lavoro durato mesi, insomma, lascia senza parole l’intera task force.
E d’altra parte è proprio l’avvocato a voler far capire a tutti che sarà lui a gestire le danze. Ha deciso di invitare in videoconferenza la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la direttrice dell’Fmi Kristalina Gheorghieva. Il resto dei nomi delle “menti brillanti” intende condividerlo con i capi delegazione di maggioranza, convocati a sera nella sede dell’esecutivo. E lo stesso vuole fare con la scaletta dei lavori che illustra nella notte agli alleati. «Terremo riunioni ogni due ore», è l’esordio. Con chi? «Con le opposizioni, con Confindustria e i sindacati, e con le personalità che chiameremo a raccolta. Il progetto d’Italia che abbiamo in mente non sarà chiuso, ma aperto a integrazioni, emendabile». Agli incontri, concede, parteciperanno alcuni ministri “a tema”, tra loro ovviamente i capidelegazione.
Il messaggio di Conte è chiaro: vi coinvolgerò, dopo i mugugni dei giorni scorsi, ma sarò al centro della scena. Per questo non ha ancora mobilitato ufficialmente alcuni big, da Boeri e Fuksas, passando per Tornatore: vuole l’effetto sorpresa. Mario Draghi, invece, ha declinato l’invito.
Ma c’è dell’altro, dietro questa gestione un po’ misteriosa dell’appuntamento a villa Pamphili. Il capo dell’esecutivo è rimasto «colpito dagli attacchi» dei giorni scorsi. Scorge «manovre» per disarcionarlo, che vengono ordite su più fronti: “Ci sono pezzi dello Stato – burocrazia, apparati ministeriali, parlamentari e forze politiche – che lavorano contro il mio esecutivo”. E poi c’è dell’altro. C’è che si fida zero di Luigi Di Maio. A volte dubita un po’ anche di Dario Franceschini (che ieri ha parlato a lungo proprio con il ministro degli Esteri, a margine di un evento alla Farnesina).
In fondo, il gelo su Colao ricorda molto quello che il capo dell’esecutivo riserva al Pd. Per 48 ore, il capodelegazione dem non è riuscito a parlare con il suo premier. Per tutta risposta, il Nazareno ha tenuto ancora l’avvocato sulla corda. E siccome la guerra fredda si nutre di segnali da decriptare, quello che ha lanciato ieri Nicola Zingaretti ha colpito nel segno Palazzo Chigi. «Non c’è alternativa – ha detto – alla coalizione di governo in campo». La coalizione, non il premier. Perché la linea concordata nelle ultime 48 ore da ministri e capicorrente dem si traduce così: «Noi siamo il baricentro dell’esecutivo. E senza di noi, non c’è un esecutivo Conte».
Un po’ avvertimento, un po’ anche presa di distanza per immaginare un’eventuale via di fuga.
Eppure, Conte è convinto che nessuno staccherà la spina. «La gente è dalla mia parte». La verità è che Zingaretti e Franceschini pensano che soltanto la crisi economica possa far cadere il premier, ma rischiando di travolgere anche il Pd. In fondo, è quello che si legge tra le righe delle parole del sottosegretario dem alla Presidenza del Consiglio Andrea Martella: «Non c’è alternativa a questo governo, a questa alleanza, ma potrei dire anche che questo governo non è possibile senza il Pd».
Il confronto a Palazzo Chigi, comunque, va avanti fino a tarda sera. Un passaggio necessario, dopo che Conte si era reso irrintracciabile per due giorni anche allo stesso Franceschini. Il Pd ripete la richiesta: «Decidiamo assieme come spendere i duecento miliardi europei sul tavolo». E il capodelegazione ribadisce pure: «Presidente, questa deve essere una tappa intermedia». Significa che non si può disegnare in una settimana l’Italia dei prossimi dieci anni, che il piano Colao va valorizzato e messo al centro dei lavori. Conte, come detto, cede qualcosa: «Il progetto si potrà cambiare nel corso degli Stati generali».
E però nell’aria resta la sensazione che la partita sia appena cominciata. E che il Pd possa tornare alla carica per chiedere nelle prossime settimane un rimpasto. Zingaretti lo considerava pericoloso, complicato. Non ha cambiato idea, ma gli ultimi giorni di braccio di ferro con Palazzo Chigi potrebbero spingerlo a sfidare il premier su questo terreno.
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