Il Céline ritrovato è un noir

Chi rubò nel 1944 le pagine inedite dello scrittore ora riaffiorate? Fu la vendetta di Oscar Rosembly, giornalista attivo nella Resistenza? Ecco il thriller che si nasconde dietro la scoperta letteraria
di Luca D’Andrea
Una volta su un milione, è la vita a illuminare l’arte. Non c’è quindi da stupirsi se l’incipit di questo scritto ha l’aspetto di un uomo, non più giovanissimo, che cammina portando con sé un paio di sacchetti della spesa. Del Carrefour, nientemeno. L’uomo si trova a Nanterre e sta per varcare le porte di una questura. È il marzo 2020, le terapie intensive si stanno riempiendo a un ritmo vertiginoso e una nuova parola è sulla bocca di tutti: “pandemia”. Un uomo che trascina buste della spesa al terzo piano di una questura, quindi, non è nemmeno qualcosa da annotarsi. È buffo perché quell’uomo, Jean-Pierre Thibaudat, per anni, è stato critico teatrale per Libération e quindi sa bene come costruire un coup de théâtre . Infatti sta per mostrare al mondo il segreto che ha nascosto per decenni. Un metro cubo di carta composto da migliaia di pagine, alcune tenute insieme da vecchie mollette di legno. Seicento pagine di un romanzo intitolato Casse-pipe , un migliaio di un altro romanzo intitolato Morte a credito , centinaia di altre due opere
La Volonté du roi Krogold e Londres .
Il nome dell’autore di quelle pagine si allunga sulla Storia come un’ombra: Louis-Ferdinand Céline. Il geniale, orribile, talentuoso, rancoroso antisemita che più di tutti ha incarnato il groviglio delle contraddizioni del Novecento. L’autore maledetto che aveva riempito le lettere di maledizioni nei confronti di chi, approfittando della sua fuga nel 1944, gli aveva sottratto alcuni manoscritti: il metro cubo di carta che i poliziotti dell’OCBC impiegano ore a catalogare chiedendo a Thibaudat come abbia fatto a metterci le mani sopra. Thibaudat dice che si tratta di un lettore di Libération che gli fece promettere di non mostrare il tesoro finché non fosse morta Lucette Destouches, l’ex ballerina vedova di Céline. Non voleva, la sua fonte, che la donna si arricchisse. L’attesa è stata lunga: Lucette muore a 107 anni. Ma chi ha rubato quegli scritti nel giugno del 1944? Thibaudat tace. L’ipotesi più probabile indica Oscar Rosembly, membro della Resistenza, nato in Corsica, di vaga ascendenza ebraica, giornalista, che frequentava rue Girardon perché l’antisemita Céline pensava che “l’ebreo corso” (come lo descrive nelle sue lettere) fosse naturalmente portato per la contabilità e gli affidava i conti di casa. Rosembly è un personaggio da romanzo. Finì in prigione poco dopo la Liberazione, sparì in California dove, pare, divenne un guru e poi, di nuovo in Europa al servizio, dicono, di Dior. Muore nel 1990 e lascia i suoi averi alla figlia, la quale si lasciò sfuggire una mezza conferma subito smentita. E qui finisce il giallo e inizia lo stupore. Il Casse-pipe che abbiamo letto non è altro che uno stralcio dell’opera che, speriamo presto, ci troveremo ad affrontare. Di La Volonté du roi Krogold sappiamo solo che ha un’ambientazione medievale. Londres è il romanzo che va a raccontare il momento che porta Céline a Londra dove incontra uno strano dottore ebreo (su cui l’autore pare non abbia rivolto una sola goccia di livore) e un’infermiera necrofila. Ma se la vita alle volte illumina l’arte, proprio come l’uomo con le sportine che cammina verso la questura di Nanterre mentre una pandemia gli sta scoppiando attorno diventa un formidabile personaggio celiniano, il valore di questa scoperta non è quantificabile se non con la parola “opportunità”. Le seicento pagine perdute di Casse-pipe, La Volonté du roi Krogold, Londres sono un’opportunità senza pari per affrontare i chiaroscuri del Novecento attraverso gli scritti di uno dei più scomodi reporter dell’animo umano.
Se Céline fosse stato un “semplice” fuoriclasse della penna (cosa che era, visto che nessuno è mai riuscito a calare la scrittura nella vita ribollente, grottesca, ambigua e splendida come ha fatto lui), se fosse stato un banale autore di libelli spregevoli o un romanziere ingabbiato dal Zeitgeist, la sua ombra, oggi, non farebbe così paura. Parlare di Céline è scomodo non solo per il suo antisemitismo, ma per la rabbia che così puntualmente si trova a raccontare. Quell’infinita, schiumante, rabbia di cui si era fatto portavoce nell’unico modo possibile: indossandola come aveva indossato il panciotto in cui Lucette aveva cucito le monete d’oro durante la sua fuga in Danimarca.
Leggere Céline con occhi nuovi (e leggere sue nuove parole) ci costringerà a prendere atto che, anche se il secolo dei totalitarismi è chiuso, la rabbia è ancora lì. Gli scritti di un medico che offriva gratis la sua opera agli indigenti mentre inveiva contro il mondo potranno fungere da vaccino per la malattia morale che ci affligge da quasi un secolo? Sarebbe ingenuo pensarlo. Ma è Céline stesso a spiegarci quale opportunità il “manoscritto Thibaudat” ci offra: «… dovremo mica fare i furbi noialtri, ma non bisognerà mica dimenticare, bisognerà raccontare tutto senza cambiare una parola, di quel che si è visto di più schifoso negli uomini e poi tirar le cuoia e poi sprofondare. Come lavoro, ce n’è per una vita intera». Forse anche di più.
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