I volti diversi del Risorto

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di Segio Risaliti

Il terzo giorno che era ancora notte, il figlio del falegname resuscitava al grido: «Morte dov’è la tua vittoria?» La scena è folgorante. La pietra è stata rimossa con forza titanica. Un fiorito profumo di membra non corrotte si sparge nel sepolcro. Liberatosi dalle bende che lo hanno avvolto cadavere, Gesù Nazareno risorge. Il suo sguardo è quello di un sole raggiante. Aperte le porte del Paradiso i demoni sono scaraventati nell’abisso. Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che son morti. Così lo ha plasmato Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta per Santa Maria della Scala a Siena nel 1476. Un Cristo scapigliato, attraversato da un fulmine che ne scuote le membra.
La resurrezione pasquale sta tra l’incarnazione e la parusia, tra il Big Bang e l’Apocalisse. Tra la Discesa al Limbo, — come immaginata da Domenico Beccafumi per la cappella della famiglia Marsili in San Francesco, a Siena, o dal Bronzino per la controfacciata in Santa Croce, a Firenze — e il Noli me tangere — ad esempio quello raffigurato da frate Giovanni da Fiesole in San Marco. Ancora oggi riconosciamo nel volto di Gesù risorto colui che quando apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre. È il Vittorioso che libera da peccato originale. Ne è immagine senza tempo l’impressionante statuario Risorto di Piero della Francesca che ha fissato in una sintesi prospettica di forma e colore un kuros cristiano. Fisicamente perentorio nel suo glorioso immanentismo il Messia avanza scavalcando l’irrealtà pittorica per essere Verbo tra noi. Lo sguardo magnetico è quello di un Pantocrator . In Lui la pienezza della divinità abita corporalmente. Possente come un olimpionico il Redentore di Piero poggia il piede sinistro sul limite esterno del sarcofago. Impugna il vessillo crociato dichiarando finito il mondo di prima. Il paesaggio a destra del Nazareno è invernale simbolo di morte; dal lato opposto la campagna è primaverile. Sotto lo stendardo dell’immortalità, il guardiano ritratto di scorcio potrebbe essere lo stesso Piero di Benedetto de’ Franceschi. L’affresco eseguito nel 1450 circa doveva essere collocato in Palazzo dei Conservatori in Sansepolcro quando il comune era sottomesso a Firenze. Esposto nella Pinacoteca Comunale locale oggi si trova in restauro, ma avvicinabile dal ponteggio.
Tra il 1445 e il 1450, nel refettorio del convento fiorentino di Santa Apollonia, Andrea del Castagno ha dipinto nella parete ovest sopra al bellissimo Cenacolo pure la Crocifissione , la Deposizione e la Resurrezione . Come sempre Andrea si esprime con stile grave: la linea ha il compito di trascendere i volumi e determinare la corporeità. Cristo sul podio è un adolescente del popolo, rafforzato nella muscolatura dal lavoro, posizionato in alto come si fa per disegnare dal vivo. Un grande panno ne copre il nudo corpo. Andrea deve aver dato precise indicazioni al modello con frangetta: «Riccetto, guarda obliquo! Mostrati quasi sorpreso, perplesso! Indica il cielo, solleva quella bandiera». Il primo neorealismo di Masaccio si perfeziona in Santa Apollonia con la messa in scena di una resurrezione plebea. Il protagonista è un ragazzo di vita a disagio nel ruolo di Redentore. Durante la peste del 1523, Iacopo Pontormo trovò ospitalità nella Certosa del Galluzzo e qui lavorò al ciclo della Passione per circa due anni. La Resurrezione è un puzzle di superfici colorate secondo il più surreale manierismo, una ghiribizzosa combinazione di derivati dell’azzurro, del rosso, del marrone e del giallo. Cristo si manifesta sulla soglia del sepolcro, ed è corpo sottile. È il Figlio della Luce che induce mitezza mentre si rivolge al Padre, che lo ha salvato dalla morte. Ai suoi piedi un manipolo di soldati in varie attitudini, quasi morti e pieni di sonno.
Vasari, pur ammirando l’estro del Pontormo, ne stigmatizzò le citazioni nordiche. Jacopo si era infatuato dello stile di Albrecht Dürer: «L’anno poi 1522 essendo in Firenze un poco di peste…se n’andò a Certosa menando seco il Bronzino solamente. E gustato quel modo di vivere, quella quiete, quel silenzio e quella solitudine (tutte cose secondo il genio e natura di Iacopo) pensò con quella occasione fare nelle cose delle arti uno sforzo di studio e mostrare al mondo aver acquistato maggior perfezione e variata maniera da quelle cose che avea fatto prima. Ed essendo non molto inanzi dell’Allemagna venuto a Firenze un gran numero di carte stampate e molto sottilmente state intagliate col bulino da Alberto Duro, eccellentissimo pittore tedesco e raro intagliatore di stampe in rame e legno, e fra l’altre molte storie grandi e piccole della Passione di Gesù Cristo, nelle quali era tutta quella perfezione e bontà nell’intaglio di bulino, che è possibile far mai, per bellezza, varietà d’abiti et invenzione, pensò Iacopo, avendo a fare ne’ canti di que’ chiostri istorie della Passione del Salvatore, di servirsi dell’invenzioni sopra dette d’Alberto Duro».
Donatello e Bertoldo hanno offerto un’interpretazione tragica della Resurrezione intorno al 1464. Nel Pulpito a nord nella chiesa di San Lorenzo, a Firenze, Cristo esce allo scoperto «interamente avvolto nel sudario come una terrificante mummia, in un gesto affaticato, che sembra rappresentare lo sforzo fisico e spirituale affrontato per la salvezza di tutti gli uomini» (F.Petrucci, 1995). Il volto è quello di un rude contadino che prima di Van Gogh manifesta nichilismo. Cristo guarda smarrito la cecità degli uomini che alla Luce preferiscono le tenebre. J.Pope-Hennessy ha scritto che il Redentore di Donatello è appena uscito da un campo di concentramento. Scampato all’olocausto guarda il futuro e scorge ancora irreparabile violenza e indifferenza. Questo Cristo risorto ci ricorda una figura di Paul Klee. L’Angelus Novus che cammina sconvolto su cumuli di cadaveri e di macerie e nulla può fare per arrestare conflitti e sofferenza.