Rinchiuso nel carcere di Turi, Antonio Gramsci si occupò dell’analisi del Canto X dell’Inferno della Commedia sugli “eretici”. Oltre a darne un approccio critico completamente originale e innovativo, rappresentò anche il definitivo distacco dalle linee politiche del Partito Comunista. I versi su cui il detenuto, identificato con il numero di matricola 7047, concentrò la sua analisi sono in modo particolare quelli che vanno dal 52 al 72, che poi confluirono nelle undici note del Quaderno dal carcere numero 4:

Allor surse a la vista scoperchiata                52

un’ombra, lungo questa, infino al mento:

credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento                55

avesse di veder s’altri era meco;

e poi che ’l sospecciar fu tutto spento

piangendo disse: «Se per questo cieco       58

carcere vai per altezza d’ingegno,

mio figlio ov’è? e perché non è teco?».

E io a lui: «Da me stesso non vegno:          61

colui ch’attende là, per qui mi mena

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno»

Le sue parole e ’l modo de la pena            64

m’avean di costui già letto il nome;

però fu la risposta così piena

Di subito drizzato gridò: «Come?               67

dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?

non fiere li occhi suoi lo dolce lume?»

Quando s’accorse d’alcuna dimora           70

ch’io facea dinanzi a la risposta,

supin ricadde e più non parve fora.”

La critica dantesca del primo Novecento  aveva teorizzato che il canto avesse per protagonista il capo ghibellino Farinata degli Uberti. Invece, secondo Gramsci il protagonista non era affatto Farinata ma Cavalcante Cavalcanti, padre del poeta Guido, ex sodale e modello letterario del giovane Alighieri ai tempi della composizione della Vita Nuova. Cavalcante, nel vedere il poeta fiorentino, giunto nell’oltretomba, non riesce a scorgere la presenza di suo figlio e quindi  ne deduce che sia morto. Per Gramsci tutto questo era ravvisabile nelle quattro frasi interrogative fatte pronunciare a Cavalcante:

“Come? non viv’elli ancora? non fiere li occhi suoi lo dolce lume? “

vv.67-69

Completamente, diverso è il  personaggio di Farinata degli Uberti descritto da Dante, che per Gramsci è solamente un’appendice a Cavalcante:

“Dante non interroga Farinata solo per ” istruirsi” , egli lo interroga perchè è rimasto colpito dalla scomparsa di Cavalcante. Egli vuole che gli sia sciolto il nodo che gli impedì di rispondere a Cavalcante.”

Quaderno IV, nota 78

Cavalcante era sottoposto alla legge del contrappasso e non riusciva a vedere nel presente e nel passato, ma solamente in un futuro prossimo:

“Cavalcante vede nel passato e vede nell’avvenire , ma non vede nel presente, in una zona determinata nel passato e dell’avvenire in cui è compreso il presente…”

Quaderno IV, nota 78)

Con questa interpretazione  Gramsci rovesciò la tesi, allora dominante, di Benedetto Croce nel saggio intitolato La poesia di Dante, pubblicato nel 1922. Il filosofo napoletano sosteneva che nella Commedia vi fosse una cesura netta tra la struttura, che con questo termine inglobava la concezione teologica, fisica, metafisica, etica e politica all’interno di un’opera letteraria; e una seconda categoria, la poesia dotta e pura. Per Croce, Farinata rappresentava la struttura all’interno del canto, in cui la sua figura addirittura arrivava a trascendere la sua  stessa struttura:

“Farinata si erge come la figura in cui esprime questa elaborazione poetica; Farinata , il miraggio, che , vero eroe da epopea , è tutto e soltanto il guerriero , il combattente : combattente per la sua parte , per il suo ideale politico, per la città alla quale egli appartiene e che perciò gli appartiene.”

Benedetto Croce, La poesia di Dante

Ma Gramsci, anche sulla scorta della lettura di Francesco de Sanctis, era convinto che struttura e poesia non fossero affatto scindibili all’interno dell’opera:

“Nessuno ha osservato che non si vede in atto il tormento del dannato: la struttura avrebbe dovuto condurre a una valutazione estetica del canto più esatta, poiché ogni punizione è rappresentata in atto. Il De Sanctis notò nell’opera del contenuto del canto per il fatto che Farinata d’un tratto muta di carattere: dopo essere stato poesia diventa struttura, egli spiega, fa da Cicerone a Dante.”

Quaderno IV, nota 78

Secondo Gramsci Dante arrivò ad utilizzare “la poetica dell’inespresso” per rappresentare il dolore di Cavalcante:

“Le osservazioni da me fatte potrebbero dar luogo all’obiezione: che si tratti di una critica dell’inespresso , di una storia dell’in esistito, di un’astratta ricerca di plausibili intenzioni mai dimenticate concreta poesia , ma di cui rimangono tracce esteriori nel meccanico della struttura.”

Quaderno IV, nota 79

Alla poetica dell’inespresso, Gramsci  ricollegava le sue reminiscenze universitarie alla facoltà di lettere all’Università di Torino  nel corso di Storia dell’arte  tenute da Pietro Toesca. In particolare le lezioni che avevano per oggetto l’arte classica  nei miti della tragedia greca, tramite l’analisi  delle pitture pompeiane che avevano  per oggetto la tragedia di Medea e il sacrificio di Ifigenia nella casa del poeta classico di Pompei, in cui la tecnica del ritrattista era quella di non rappresentare un dolore psicologico troppo sconvolgente:

“Plinio ricorda che Timamente di Sicione aveva dipinto la scena del sacrificio di Ifigenia effigiante Agamennone velato. Il Lessing , nel Laocoonte , per primo(?) riconobbe in questo artificio non l’incapacità del pittore oa rappresentare il dolore del padre, ma il sentimento profondo dell’antichità che attraverso gli atteggiamenti più strazianti del volto , non avrebbe saputo dare un’impressione tanto penosa d’infinita mestizia come con questa figura velata, il cui viso è coperto dalla mano…”

Quaderno IV, nota 80

Il dono della previsione dei dannati  era, per Gramsci, un fattore antropologico radicato nella tradizione culturale dell’Italia popolare, come aveva scritto in un articolo per L’Avanti! nel 1918, intitolato “Il Cieco di Tiresia”:

“Nella nota pubblicata nel 1918  si prendeva spunto dalla notizia pubblicata dai giornali che una ragazzina , in un paesello d’Italia , dopo aver preveduto la fine della guerra per il 1918  divenne cieca. Il nesso è evidente . Nella tradizione letterarie e nel folclore il, il dono della previsione è sempre connesso con l’infermità attuale del veggente , che mentre vede il futuro non vede l’immediato presente perché cieco…”

Quaderno IV, paragrafo 85

Come sappiamo, Gramsci scrisse queste osservazioni mentre era recluso in carcere e non poteva disporre di una vasta bibliografia su Dante Alighieri. Della Commedia aveva un’edizione della sola cantica del Paradiso in francese. Per quanto riguarda le edizioni critiche, era in possesso del saggio già citato  di Croce ; di quello del   De Sanctis intitolato Lezioni e saggi su Dante nell’edizione Treves del 1924; il saggio di Vincenzo Morello intitolato Dante-Farinata-Cavalcanti; il saggio di Fedele Romani su Farinata e un’articolo di Luigi Russo intitolato , Genesi e unità della Commedia  pubblicato sul Leonardo del 20 dicembre del 1917. Ben prima della data di compilazione delle note del Quaderno IV, avvenuta tra il maggio del ‘30 e quello del ‘32,  Gramsci aveva già in mente l’interpretazione del canto. Già dopo quattordici giorni di reclusione a Regina Coeli, precisamente il 20 novembre del 1926, scrisse alla proprietaria della stanza che aveva preso in affitto a Roma, durante la sua breve esperienza parlamentare, chiedendole di potergli far recapitare una copia della Commedia:

“…gratissimo le sarei se mi inviasse una Divina Commedia da pochi soldi , perchè il mio testo lo avevo imprestato.”

da Gramsci a C. Passarge, 20 novembre 1926

Il giorno che scrisse la prima pagina del I Quaderno, l’8 febbraio del 1929, scrisse il programma degli argomenti principali del trattare ed il punto numero 5 riportò la seguente dicitura: “Cavalcante Cavalcanti: la sua posizione nella struttura ( nel manoscritto originale il termine “ struttura” sostituisce in interlinea l’altro termine cancellato con una linea di penna “economia”) e nell’arte della Divina Commedia.”

Il 26 agosto del 1929 scrisse alla cognata Tatiana e le sintetizzò in poche righe le sua impressioni sul canto degli eretici: 

“Su questo canto di Dante ho fatto una piccola scoperta che credo interessante e che verrebbe a correggere in parte una tesi troppo assoluta di B.Croce sulla  Divina Commedia.”

Lettera a Tatiana, 26 agosto 1929

Dopo poco più di un anno, il 7 settembre del 1931, in un’altra lettera, comunicò alla cognata che le avrebbe inviato una nuova lettera in cui sarebbero state riportate le sue osservazioni sul canto della Commedia, e le chiese di trasmetterla a sua volta a Umberto Cosmo, suo ex-professore all’Università di Torino di letteratura italiana. L’intento di Gramsci era sapere direttamente da Cosmo quali fossero  le sue impressioni in merito alle analisi sul canto. Il 20 settembre Gramsci inviò la  missiva indirizzata a Tatiana in cui riportava in tre punti le analisi sul canto: al primo punto scriveva che Cavalcante, nella sua apparizione a Dante, sembrava essere prostrato psicologicamente, e questo lo si poteva  vedere  dal suo portamento durante il colloquio con il poeta:  “non dritto e orgoglioso come il suo compagno di pena Farinata”; al punto due, metteva in rilievo la reazione che  aveva avuto Dante nel rispondere a Cavalcante che gli chiedeva notizie sulle sorti del  figlio; nell’ultimo punto, strettamente collegato al precedente, Gramsci scrisse che l’atteggiamento di reticenza avuto da Dante nel rispondere a Cavalcante implicitamente gli comunicava che il figlio era morto. Il ribaltamento alla tesi di Croce era di fatto completo, come comunicava, indirettamente, il detenuto al suo vecchio professore:

“… mi pare che questa interpretazione leda in modo vitale la tesi del Croce su la poesia e la struttura della Divina Commedia . Senza la struttura non ci sarebbe la poesia e quindi anche la struttura e quindi anche la struttura ha un valore di poesia”.

Lettera a Tatiana, 20 settembre 1931

Cosmo rispose intorno ai primi mesi del 1932, come riporterà indirettamente Gramsci stesso nella nota 86 del Quaderno:

“Mi pare che l’amico nostro (Gramsci) abbia colpito giusto, e qualche cosa che sanciva alla sua spiegazione ho sempre insegnato io. Accanto al dramma di Farinata c’è anche il dramma di Cavalcante, e male hanno fatto  i critici, e fanno,  a lasciarlo nell’ombra. L’amico farebbe dunque opera ottima a lumeggiarlo… Più difficile mi pare provare con l’interpretazione  lede in modo vitale la tesi del Croce sulla poesia e la struttura della Commedia”.

Quaderno IV nota 86

Cosmo diede, in conclusione, un giudizio parziale sull’interpretazione del Canto, non appoggiando quindi in toto  la tesi gramsciana.

Il commento del canto dantesco di Gramsci, pur non essendo stato al centro di particolare interesse da parte dei gramsciologi, ovvero coloro che fanno parte della Commissione scientifica dell’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci, che sembrano essere una sorta di detentori dei misteri eleusini degli scritti gramsciani, nel corso degli ultimi anni è stato interpretato solamente da due accademici, Noemi Ghetti e Marcello Mustè. Secondo la Ghetti  Gramsci si è impersonato nel personaggio di Cavalcante, soprattutto mettendone in analogia la condizione di penitente di Cavalcante e quella di Gramsci come carcerato politico, in cui entrambi condividevano la pena della cecità, ovvero l’esclusione dagli affetti più cari; per il primo è il non sapere nulla sulle sorti del figlio Guido, mentre per il secondo è il rapporto con la moglie Giulia, che lo aveva praticamente abbandonato, scrivendogli di rado e quelle poche volte che lo faceva si dimostrava disinteressata sulle sue condizioni. Ghetti aggiunge che oltre la questione personale, che lo avvicina alla figura di Cavalcante, vi  è anche la sensazione in Gramsci di essere stato abbandonato dai compagni di Partito e in modo particolare da Togliatti:

“Come nel canto X dell’Inferno, di cui Gramsci per primo evidenzia l’unità poetica scoprendone la chiave interpretativa nonostante , tragedia politica e preoccupazioni privati si intrecciano, fittamente anche nello straordinario commento dei Quaderni, che lascia intravedere , sotto il mortale dissidio tra Cavalcanti e Dante lo storico scontro del prigioniero con Palmiro Togliatti”.

Noemi Ghetti, Gramsci e la nota dantesca dei quaderni dal carcere

Mustè, pur sostenendo la tesi di Ghetti in merito l’abbandono da parte del Partito e il suo rapporto altalenante con Togliatti, aggiunge che le note dantesche sono la premessa per la demolizione della “filosofia crociana”, che poi eseguirà subito dopo aver terminato le note dantesche nel quaderno successivo, quello denominato Appunti di filosofia:

“È opportuno sottolineare che l’analisi del rapporto fra poesia e struttura non riguardasse un limitato problema di critica letteraria , ma il centro speculativo del sistema crociano…”

Marcello Mustè, Le note su Croce e la genesi del quaderno 10, inUn nuovo Gramsci

Analizzando la nota 82 del medesimo quaderno, si potrebbe benissimo  ipotizzare che  Gramsci abbia fatto una duplice lettura del canto: la prima è una chiara analisi di pura critica letteraria; la seconda è che la condizione di detenuto di Gramsci sia analoga a quella dello scrittore protagonista  Dante Alighieri. Non analogia con Cavalcante, ma con Dante. Gramsci era un intellettuale e pensatore politico proprio  come lo era stato Dante Alighieri. Il contesto in cui venne scritta la Commedia trovava Dante ormai slegato dalla sua vecchia fazione guelfa- ghibellina e questo Gramsci lo scrive chiaramente nella nota 82:

“Dante, come egli stesso dice ” fece parte per se stesso” : egli è essenzialmente un “intellettuale” e il suo settarismo e la sua partigianeria sono d’ordine intellettuale più che politico in senso immediato.”

Quaderno IV, nota 82

Un Dante che aveva elaborato da ex novo la sua prassi politica dopo il suo esilio da Firenze, maturando una propria autonomia di pensare e agire politico rispetto ai suoi vecchi compagni di fazione fuoriusciti come lui. Come Dante fece Antonio Gramsci, sempre più distaccato dall’ortodossia di un marxismo dogmatico del Partito Comunista d’Italia, linea politica che era imposta dall’Internazionale Comunista sotto Stalin.

Non il il semplicistico meccanicismo della storia di stampo soviettista, ma alla base vi doveva essere la volontà dell’uomo, ovvero la cosiddetta  filosofia della praxis. Una linea filosofica e politica definita da Domenico Losurdo come “marxismo critico”, ma che può essere denominata anche come “filosofia gramsciana”.  Filosofia politica ripudiata ufficialmente in toto nel IV Congresso del Pcd’I che si svolse nell’aprile del 1931, mentre Gramsci vergava le sue Note su Dante.

Un Gramsci recluso che come l’esule Dante aveva ormai abbandonato la “compagnia malvagia e scempia”.