Federico Pacini, “Non andare troppo lontano” (Quinlan editore)

“Non andare troppo lontano” (Quinlan editore). «Una volta, quaranta, cinquanta anni fa, arrivai col trenino da Grosseto a Siena alla stazione del Monte Amiata. Scesi e andai al bar. Mai stato prima lì, forse una volta con mi’ zi’ Umberto o zi’ Checco da piccolino. Eppure venni immediatamente riconosciuto, non perché mi avessero mai visto, ma perché riconoscevano i lineamenti, il taglio degli occhi, la fronte. Come se facessi parte del paesaggio umano, animale, architettonico della zona. Ora, magari, non sarebbe più possibile, la gente non è più così stabile in un posto, e non c’è più la stessa attenzione da parte di chi guarda. Ecco, quello che riconosco nelle foto del Pacini è proprio questa tracciabilità, questa capacità di riconoscermi dentro uno sguardo e dentro un muro, un Bar Tabacchi, un piatto di salsicce, una vecchia sede del PCI. Anche in un affresco di chissà quale secolo messo lì a ricordarci che pure l’arte, la storia, oltre alla povertà, fa parte di questa riconoscibilità. Ma senza strafare. E così ci riconosciamo in un ciabattino, in un negozio vuoto e chiuso da chissà quale tempo e in un affresco che la storia ci ha lasciato lì.» (dal testo di Marco Giusti)

 

 

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