Ebbrezza al potere.

 

Il potere al tempo del populismo non è un arabesco disegnato con cura, è una riga tracciata con nettezza. Non conosce la complessità, né l’uso di mondo. Semmai si alimenta della foga con cui è solito descrivere il passato e immaginare il futuro. Innanzitutto il proprio. Le nomine e le destituzioni di queste ultime settimane hanno destato un certo scandalo. Presidenti designati a dispetto della prudenza, amministratori cacciati in spregio al galateo, successioni decise d’imperio. Ma poiché la rivoluzione, come s’è sempre detto, “non è un pranzo di gala”, è probabile che i sedicenti rivoluzionari di questa nostra tribolata fase politica si siano compiaciuti di sedersi a tavola senza rispettare un antico galateo di buone maniere che a loro deve apparire piuttosto ipocrita e consunto. Le scelte di sottogoverno compiute dal governo gialloverde svelano qualcosa sul rapporto tra il populismo e il potere. Quel rapporto è un vero e proprio legame sentimentale. Nutrito da un lato da una diffidenza oscura e profonda verso ogni traccia delle amministrazioni passate. E dall’altro da una fiducia ingenua e luminosa verso uomini e pratiche cui è affidato il compito di fare la differenza. È quel misto di diffidenza e di fiducia, portate tutte e due agli estremi, che spiega la disinvoltura con cui si è proceduto in questi giorni a mettere a cavallo figure assai discutibili e a disarcionarne altre con una certa qual brutalità – almeno nelle procedure. Già, perché ogni eccesso di diffidenza finisce per diventare un eccesso di creduloneria, e il non fidarsi di nessuno induce spesso a dar credito a qualche altro con eccessiva facilità. Così, mentre Grillo evoca sorteggi da cui dovrebbe uscir fuori, quasi magicamente, una nuova classe dirigente per la nostra prossima “democrazia”, i suoi adepti adottano tecniche di potere assai meno casuali per farsi valere nella democrazia del tempo che è concesso a loro. Ora, le polemiche di queste ore hanno qualcosa di stucchevole. I vecchi lottizzatori puntano il dito contro i loro successori e denunciano che le pratiche di una volta sono state ripetute e semmai rese ancora più scandalose. E i nuovi ripartiscono le spoglie sentendosene autorizzati da una prassi che risale fin troppo addietro. Gli alfieri della Terza Repubblica oggi e quelli della Seconda Repubblica ieri si accusano a vicenda di ricalcare le orme della Prima Repubblica, che di certe pratiche sembrava detenere il brevetto. Si direbbe che è cambiato molto poco, a parte i nomi. E invece, se non è cambiato il metodo, almeno è cambiato lo spirito. E mentre prima si sceglieva con estrema circospezione, ora lo si fa con una sorta di ebbrezza. C’è quasi una sfrontatezza nel mettere in campo i nuovi nomi che rivela un tratto importante del nuovo potere all’opera. Se ne potrebbe dedurre che tutto nasce da quei sondaggi che certificano una sorta di luna di miele dei populisti e sembrano autorizzare una certa loro baldanza. E invece è probabile che tutto questo spiegamento di forze sul campo della nuova lottizzazione sia la conseguenza di quella diffidenza e di quella fiducia (esagerate tutte e due) di cui si diceva. Se gli uomini del passato, anche quelli più indipendenti, vengono considerati capaci di ogni nefandezza, e agli uomini nuovi viene ora affidato un compito quasi palingenetico, per conseguenza il cambiamento che li riguarda non può conoscere prudenze e sottigliezze. Al contrario, deve essere brusco e provocatorio. E tanto meglio se finisce col premiare figure senza arte né parte. Ora che è nuovo, il potere sente finalmente di poter contare molto più di prima.
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